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Domenico Monteforte

A single man - L’opera prima di Tom Ford

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L’opera prima di Tom Ford, stilista di Gucci e Yves Saint-Laurent, è  la storia di George Falconer un uomo alla ricerca di una ragione per continuare ad ordire il filo dell’esistenza dopo l’ incidente costato la vita al suo grande amore, un viaggio interiore intessuto di sommessa amarezza, un ricamo di ricordi pungenti nell’intreccio dei dettagli di un’intera lunga giornata.

Il film ha una lieve intensità sensuale ed un’eleganza formale che non lasciano alcun dubbio che Ford abbia stoffa non solo per la haute couture e le borse prêt-à-porter, ma anche per drappeggi significativi nel regno della celluloide. “A single manâ€, come si poteva supporre, è bello da vedere, troppo bello, in effetti. La devozione del regista allo stile può forviare l’attenzione dello spettatore, spesso distratto dai differenti livelli di saturazione delle immagini degli attori che permettono a Ford di evidenziarne, talvolta in modo banale e insistito, i diversi stati d’animo e umori, da esplosioni di coloratissime tavolozze nei fiori di cui è disseminata la pellicola o dal vestito turchese della bambina dei vicini, prezioso come un vaso in biscuit, dal bianco e nero dei flashback che avviluppa e riscalda i ricordi, da alcuni dettagli patinati da pubblicità Calvin Klein ad orlare le fattezze degli attori, dalle volute di fumo che ammiccano a capolavori di maestri del cinema come Hitchcock e Wong Kar-wai.

La superficie lucida di “A single man†può andar contro la prosa fresca ed essenziale di Christofer Isherwood, autore del romanzo da cui il film è liberamente tratto, ma la trama colpisce e pone importanti interrogativi sull’amore, la morte e la necessità di vivere nel presente, racconta una storia semplice e del tutto universale sul sapere apprezzare le piccole cose della vita. Inquadrature, colori, fotografia e scenografia stabiliscono un immediato senso di estraniamento nello spettatore, ma lo stilista-regista riesce proprio grazie alla sua pulizia e sobrietà a confezionare un pezzo di ottima fattura, come nelle migliori sartorie. Così come sta a pennello l’abito cucito addosso all’attore principale, Colin Firth, magistrale nella sua interpretazione di George, dolente e silenzioso professore universitario che insegna Huxley a studenti annoiati che lo guardano con curiosità quando la lezione si sposta sulle minoranze invisibili e sulla paura. Il gran peso che il regista attribuisce a Firth suggerisce che Mr. Ford sappia quanto prezioso sia un ottimo attore per il suo debutto.

Anche il montaggio di Joan Sobel obbedisce al paradigma Ford: fluido e scorrevole, senza strappi, smagliature o grossolani colpi di forbice.

Tuttavia lo stilista non è a suo agio con gli attori in movimento, ha qualche difficoltà ad essere convincente quando persone e oggetti sono impegnati in modo dinamico piuttosto che graziosamente disposti, e a volte si intuisce troppo chiaramente, e con un certo fastidio, che il suo gusto impeccabile è diretto al massimo della vendita e dell’incasso.

“A single man†è sicuramente un po’ troppo squisitamente vestito ma, grazie all’interpretazione di Firth, un personaggio che resta impresso, un uomo diverso, tormentato dal dolore ordinario e ossessionato dalla gioia, un uomo a pezzi e tuttavia come tutti gli altri.

Barbara Cardella

gen

29

Bandi concorsi letterari

Di seguito alcuni bandi di concorsi letterari.


Concorso “RealityOpera” (scadenza 10/05/10)

Premio Nazionale di Narrativa “Valerio Gentile” (scadenza 14/03/10)

Concorso “150strade” (scadenza 30/06/10)

Dora Millaci

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AVATAR

AVATAR

Quindici anni e questa è la storia?


il-manifesto-del-film-avatar-84784E’ impossibile valutare appieno “Avatarâ€, l’eco-opera dalla lunga e complessa gestazione di James Cameron, se si esaminano separatamente le meraviglie tecnologiche del film e le facilonerie della narrazione. Le accuratissime immagini che il regista di Titanic ci propone sul grande schermo in 3D sono un vero successo sul piano visivo, ma la storia è una totale rielaborazione che manca di qualsiasi guizzo di originalità e di autenticità emotiva.

Anno 2154. La Terra è in pericolo e gli Stati Uniti (chissà poi perché soltanto loro), inviano soldati e scienziati sul pianeta Pandora, distante milioni di anni luce, alla ricerca di un minerale prezioso, che aiuterà a salvare il pianeta dal disastro ecologico. Sin dalla prima incursione sul suolo alieno arrivano inevitabili i richiami alla guerra in Vietnam suggeriti dalle scene di elicotteri futuristici che calano impietosi su giungle verdi e montagne fluttuanti, una terra piena di insetti esotici, rettili volanti giganteschi e uccelli, bestie temibili come dinosauri, e ferocissimi cani glabri. I Na’vi, gli abitanti del pianeta alieno, sono realistici come ci si può aspettare da gatti bipedi blu alti tre metri e coperti di macchie bioluminescenti. Eppure seducono il pubblico con le loro sembianze feline e l’innegabile destrezza e sensualità delle movenze. L’immagine è un trionfo, l’animazione in 3D nella sua strabiliante magnificenza diventa un incoraggiamento per lo spettatore a scrollarsi di dosso un modo obsoleto di interpretare l’esperienza cinematografica e a reinterpretarla come se fosse parte integrante della proiezione. Come ha scritto Enrico Ghezzi, nel film “la terza dimensione siamo noi spettatori, sollecitati a correre oltre la velocità della luce sulle nostre gambe-occhio intorpidite”. Tuttavia, anche se visivamente perfetto, Avatar soffre di una narrazione che è poco originale e spesso estremamente noiosa e prevedibile, e di uno script che manca di connessione emotiva. E’ un peccato che Mr. Cameron, the King of the World, non sia stato capace di pensare ad una sceneggiatura degna del suo spettacolo. La pellicola è inutilmente stiracchiata – 161 minuti apparentemente interminabili –, drammaticamente auto-compiaciuta e semplicistica.

Tematicamente, il film gioca anche troppo superficialmente con il clichè stereotipato dell’invasore malvagio contrapposto all’indigeno virtuoso  e il messaggio globale anti-imperialista e di ritorno alla natura è sicuramente una facile retorica che cattura le simpatie dello spettatore, tuttavia è piuttosto ironico se si considera che il monito proviene da un’industria cinematografica radicata sul business della tecnologia.

Avatar è sicuramente un fenomeno che non si può ignorare, monumentale, imponente e realizzato con una minuziosità e professionalità straordinarie - ma lo stesso si potrebbe dire dello skyline di Dubai, grandioso e incantevole fuori ma vuoto e senza appeal dentro.


Barbara Cardella

gen

23

Bandi letterrai

Ecco a voi alcuni nuovi bandi di concorsi letterari


2° BANDO DEL CONCORSO PER L’IDEAZIONE E L’ELABORAZIONE
DI UNA FIABA PER BAMBINI

Premio Internazionale di Poesia “Tropea: Onde Mediterranee” (scadenza
28/02/10)

Premio “Vigonza” (scadenza 31/03/10)

Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa “Voci” (scadenza 27/02/10)

Dora Millaci

gen

21

Teatro La Fenice: LA ROMANIA A VENEZIA

teatro-la-fenice

LA ROMANIA A VENEZIA


Un’occasione in cui lo scambio culturale diviene un valore da salvaguardare

Lo scorso 22 novembre il Teatro La Fenice di Venezia ha ospitato le celebrazioni della Festa Nazionale della Romania. Le personalità romene presenti in sala, hanno presentato gli artisti e la serata con discrezione e con grande orgoglio nazionale per lasciare poi spazio al padrone di casa, il Sindaco Massimo Cacciari che da buon veneziano, consapevole di quel sentimento d’identità condiviso da chi vive lontano dalla patria, ha inneggiato all’alto valore della cultura romena e alle sue influenze in tutto il mondo.
L’articolato programma musicale ha visto protagonisti il soprano Leontina Vaduva, il violinista Alexandru Tomescu ed il pianista Horia Mihall,majestic_la_fenice diretti dal gesto sicuro e determinato del giovane e già apprezzato M° Andrea Battistoni.
Il soprano, che gode di fama internazionale anche grazie alla collaborazione con Placido Domingo,
non godeva probabilmente della sua forma ideale: la voce risultava poco presente sia da un punto di vista volumetrico che timbrico. Una imprecisa gestione dei respiri creava dei rilevanti scompensi nella linea di canto e conseguentemente nella resa vocale soprattutto nel registro acuto, piuttosto spinto. In compenso il tutto è stato sapientemente ammortizzato da un’accattivante interpretazione e da un’abile e comprovata presenza scenica.


Discutibile senz’altro la scelta del programma da parte della Vaduva che, pur avendo a disposizione la pregevolissima Orchestra del Teatro La Fenice, ha proposto al pubblico la più intima Regata veneziana di Rossini e poi ancora il toccante e tradizionale Doina, Eu mă duc codrul rămâne con il pianista: certamente apprezzabili omaggi a due civiltà
la-fenice290unite per l’occasione, ma a mio avviso riduttivi per il contesto.
Bravo il violinista Alexandru Tomescu, estremamente intonato e sensibile nell’interpretazione della Meditation della Thäis di Massenet, come preciso e cristallino nella virtuosistica esecuzione dell’Introduzione e Rondò capriccioso di Camille Saint-Saëns. Certo, ci si sarebbe aspettato uno strumento di ben altra qualità da chi come Tomescu è avvezzo a far vibrare le corde di uno Stradivari e soprattutto, ha tutte le carte per farlo!


Il pianista Horia Mihall ha rivelato una buona tecnica ed anche una forte carica interpretativa, ma la caratteristica che gli va indiscutibilmente riconosciuta è la sua versatilità negli stili musicali e nella lettura delle pagine musicali proposte.
Eccellenti i maestri dell’Orchestra del Teatro diretti magistralmente dal M° Battistoni che ha saputo colorare il tessuto orchestrale in maniera inequivocabile, ora come delicato sostegno ai solisti, ora come vigoroso insieme.


Le note vellutate dell’assolo della Thäis sono state riprese in un bis conclusivo durante il quale è stata eseguita l’Ave Maria di Massenet che, per l’appunto, riprende il tema della Meditation: un regalo che tutti e tre i solisti hanno dedicato agli intervenuti come anticipazione delle feste natalizie.

Gemma Donati

dic

10

A serious man, l’ultimo lavoro dei fratelli Coen

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Larry Gopnik (Michael Stuhlbarg), professore di fisica presso una piccola università del Minnesota, è un uomo serio e si accosta ad ogni domanda, grande o piccola che sia, con la stessa dose di preoccupazione e impegno, sforzandosi di comportarsi bene in ogni circostanza. Quando le cose iniziano ad andare male, fa del suo meglio per capire che cosa l’universo stia cercando di dirgli.  A volte anche un uomo razionale ha bisogno di un piccolo aiuto, e quando nuove e incalzanti calamità minacciano di sopraffarlo, in una sempre più disperata indagine spirituale, Larry cerca il consiglio di tre rabbini, uno giovane, uno anziano e uno vecchissimo, per trovare un senso alle sue tribolazioni, ma non prevede che potrebbe non esservi alcuno scopo più alto, o che, peggio ancora, tutte le forze cosmiche potrebbero essere attivamente malevole. Forse i suoi guai sono il frutto del suo compiacimento, del desiderio di restarsene seduto e lasciare che le cose semplicemente accadano.

Il film comincia con un’inquietante storia breve, recitata in yiddish e ambientata un secolo fa in uno shtetl polacco, in cui una coppia riceve la visita di un vecchio uomo. La donna, convinta che si tratti di un dybbuck (anima di un defunto), si occupa di lui in un modo che lascia sospeso il mistero se abbia eliminato una creatura demoniaca o assassinato un buon vecchio.  In ogni caso si ha la sensazione che quella famiglia sia stata maledetta e, come implicazione di ciò, nel resto della pellicola quella maledizione sembra si manifesti nella vita del protagonista.

“A serious manâ€, l’ultimo lavoro dei fratelli Coen, è un film per un pubblico di adulti che prendono sul serio la commedia. Con un ritorno dalle tinte itteriche alle loro radici d’infanzia, i due autori-registi catturano superbamente i dettagli di un sobborgo anni ‘60 del Midwest dove vive un’enclave ebrea, che il direttore della fotografia, Roger Deakins, è abile nel fare apparire spiritualmente desolante attraverso l’utilizzo sapiente di carte da parati geometricamente anonime, con una messa in scena disadorna in una profusione di mezze tonalità grigio-verdine e qualche sovraccarico di giallo per aumentare, a tratti, il senso di stordimento. Persino questi tocchi di luce hanno lo scopo più oscuro di evidenziare la bruttezza e la temporalità di quel luogo. La pellicola, solo all’apparenza strutturalmente piatta come fosse una semplice disposizione di una serie di sventure, è tanto dolorosa quanto è divertente e ha una sceneggiatura ricca di arguzia verbale. Stuhlbarg è padrone della scena con la sua espressione da umanità sofferente, vagamente ridicola, ma troppo simile a noi perché il suo dolore possa essere completamente spassoso. Ad essere onesti, mi trovo a voler resistere al film per motivi filosofici. E’ difficile amare uno spettacolo che ti fa sentire ansioso e miserabile, e tuttavia è impossibile non rispettare un’opera che abbia tale potere. “A serious man” con la coerenza del suo punto di vista, ha un modo lieve di insinuarsi nello spirito. Non è un film facile da scrollarsi di dosso, anche giorni dopo, anche se lo si desidera.

“Accetta il mistero”, consiglia ad un certo punto il padre dello studente coreano che ricatta Larry per ottenere una promozione, e il rabbino anziano dopo uno sbalorditivo racconto shaggy-dog su un dentista e un paziente con misteriose incisioni nei denti, offre la sua enigmatica perla di saggezza: “Aiutare gli altri?” dice con una scrollata di spalle talmudica “Non può far male”.

I Coen probabilmente avrebbero realizzato un lungometraggio analogo, a prescindere dagli estremi della loro educazione. Il milieu sarebbe stato diverso, ma il messaggio sarebbe stato lo stesso, musicalmente espresso da un pezzo rock dei Jefferson Airplane  che il figlio di Larry ascolta attraverso l’altoparlante integrato della sua radio a transistor e che si intrufola nella coscienza dello spettatore con la sua pertinenza: “non vuoi qualcuno da amare?â€. Quella canzone, che diventa una sorta di mantra per il film, è la chiave per capire cosa cerchino i due registi: “quando scopri che la verità è solo una menzogna, e tutta la gioia dentro di te muore, faresti meglio a trovare qualcuno da amareâ€.

Una divertente curiosità: tra i titoli di coda compare l’avviso “Nessun ebreo è stato leso durante la realizzazione di questa pellicolaâ€.

Barbara Cardella

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10

Recensione: UP - Disney-Pixar

Up


Migliaia di palloncini colorati per realizzare il sogno di una vita, volando via dal grigiore cittadino sulle ali della fantasia più sfrenata, in un giro mozzafiato nel regno della pura immaginazione. E’ “Up†l’ultima avventura in 3D realizzata da quei ragazzacci della Disney-Pixar che, giunti nel pieno della maturità di scrittori-sceneggiatori, hanno saputo arricchire questa pellicola con tutto lo spettro di emozioni, con l’azione e il brivido up-nuova-locandina1miscelati a comicità e suspense, oltre ad aver condotto a livelli eccelsi la loro indiscussa capacità di disegnatori-animatori.

“Up†è narrazione cinematografica in una delle sue migliori espressioni. Né cartone animato, né film per bambini.

E’ un film tout-court che attraverso colori e disegni esplora temi come la perdita e il differimento dei sogni, la solitudine e l’amicizia – anche la più improbabile –, con quel tocco lieve e universale che piace a un pubblico estremamente vasto.

I registi, Pete Docter (”Monsters, Inc.”) e Bob Peterson sorprendono gli appassionati, ancora una volta, superando la qualità e la bellezza dei film Pixar precedenti che – va sottolineato –, sono già uno standard difficile da eguagliare.

L’animazione diventa capolavoro soprattutto per una toccante e delicatissima sequenza all’inizio della proiezione, il passaggio più sublime di “Up”, che delinea con soavità la vita coniugale di Carl con l’amore d’infanzia, Ellie: quattro minuti di silenzio accompagnati dallo scorrere di una squisita serie di scene che catturano i primi magici istanti dell’innamoramento della giovane coppia, il matrimonio, le speranze, i sogni e i dispiaceri, in un avvicendarsi di immagini che ricorda “Luci della città†di Chaplin, in tutta la sua intensità e grazia, o “Quarto potere†di Welles, e che produrranno un nodo in gola difficile da districare.

Ardua impresa trattenere lacrime di commozione, ma per fortuna gli occhiali 3D aiutano gli adulti a nascondere occhi rossi e umidi alla vista di bambini visibilmente perplessi dalla piega presa dalla storia in quel punto. E come in ogni film di successo, dove nessun ingrediente deve mancare, si può contare su tantissimi momenti divertenti e scene d’azione, su un esilarante combattimento con la spada tra i due vecchietti e bizzarri inseguimenti che delizieranno i bambini, anche se punteggiati da momenti di struggente nostalgia.

I disegnatori non deludono, anche perché non hanno mai sacrificato la cura dei personaggi per trucchi animati ammaliatori da grandi incassi al botteghino. Il “galleggiante†cartone animato della Pixar, è così strabiliante - i colori e le immagini sono così vividi - che questo è forse l’unico 3D-movie che può essere visto in 2D senza che la pregnanza espressiva venga perduta.

Ma sarebbe un peccato rinunciare ad apprezzare quella paziente e accurata sovrapposizione di strati su strati di disegni che regala profondità e struttura all’animazione.

Gli artisti della Pixar sono ampiamente noti per essere fan di Hiyao Miyazaki, il visionario giapponese che ha ideato “Laputa: castello nel cielo†(1986) e “Il castello errante di Howl†(2004), ma nessuno, prima d’ora, era arrivato così vicino all’unione perfetta di allegrie visive e atmosfere malinconiche brevettata dal grande regista.
UProvato!

Barbara Cardella

nov

15

La ragazza che giocava con il fuoco - Stieg Larsson

“La ragazza che giocava con il fuocoâ€


Autore: Stieg Larsson.

Genere: thriller, drammatico.


Il ritorno di Lisbeth Salander, l’anticonformista hacker dal passato drammatico, segnato dal dolore e da una tragedia che viene oggi svelata.

Il ritorno di Michael Blomqvist, amante delle donne e della verità, che non accetta compromessi e si batte per un idea del “bene†fragile quanto resistente.

Il ritorno della redazione di Millennium, dove si cerca di fare quello che oggi viene chiamato buon giornalismo e qualche volta, quando è troppo buono per i cattivi in circolazione, allora può anche uccidere.

copj131Ecco gli ingredienti del secondo capitolo, firmato da Stieg Larsson.

Tutti pronti ai nastri di partenza, per leggere un thriller dalle tonalità noir, a tratti sociopatico per la sua irriverenza caratteriale.

In questa realtà, sembra che l’uomo agisca spinto solo da istinti primordiali e che il futuro sia l’accettazione di una dramma che scriviamo, passo dopo passio, ogni giorno.

Lisbeth è cattiva perchè vuole sopravvivere, perchè è sfiduciata.

O è diventata così a causa del suo passato, che l’ha colpita così forte da renderla pronta alle sfide del presente?

Quante persone esistono che, non reagendo, come lei, appassiscono, schiacciate sotto il martello delle ingiustizie?

E’ il terrificante enigma che non prelude ad un lieto fine, perchè sconfiggere il male non è nell’ottica dell’Autore, combatterlo invece si.

Affrontarlo, con le armi della ragionevolezza matematica “azione uguale reazioneâ€, in una narrazione contemporanea, lenta, che si snoda con una sorta di meticolosa calma.

Potremmo paragonare il susseguirsi dei capitoli, sotto forma di giorni, ad una danzatrice del ventre che si spoglia lentamente, rivelando le sue forme.

Il desiderio cresce con con lo scorrere della lettura, fino all’ultimo velo, quando tutto sarà risolto e rivelato: la realtà ci lascerà con l’amaro in bocca o un pugno diritto nello stomaco.

Perchè nelle pagine di Larsson lo scontro decisivo è un grande campo aperto: dove in gioco c’è sempre la sopravvivenza.

Ma è il contorto animo umano, la sua negligente accettazione dell’oscurità interiore che l’Autore coltiva: dove c’è vendetta e rancore proliferano esseri spietati e ancor più convinti che la morale sia una menzogna per la buonanotte.

Per questa ragione, in questo secondo capitolo della Trilogia, la centralità è tutta per Lisbeth. E’ lei, adesso, il vero conduttore della storia, il filo d’Arianna attorno al quale si svolgono trame contemporanee, seppure sganciate l’una dall’altra.

La sua indole diventa geniale e perfida, si scopre fragile, ma viene salvata da un istinto dal suo istinto di sopravvivenza.

Per questo i c.d. “cattivi†nel romanzo di Larsson, sono veramente spietati e posseggono una dimensione proprio del loro essere.

E’ verso questi soggetti, privi di scrupoli, che sfruttano il sesso, usano la violenza e si fanno vanto del ricatto, che l’Autore compie un “j’accuseâ€, rivolto alla società, a questo strano affamato bisonte che stancamente si muove, rumina il suo avido coraggio, fingendo, al solo scopo di dimenticare la paura che annida nelle scelte.

Una realtà fatta di spettri, uomini e donne che camminano accanto, senza ricordare, privi di consistenza, chiusi in una gabbia su misura, chiamata “vitaâ€.

Questo condizionamento rende possibile il male, questa scelta tacita, fatta di compromessi silenziosi lo rende potente e quel che resta è la vita devastata di Lisbeth che ha solo imparato a non aver paura di se stessa.

La ragazza che gioca con il fuoco†è l’eccellente seguito de “Uomini che odiano le donne†e rappresenta il train d’union fra l’universo di Larsson e la verità che accompagna la vita di chiunque: esiste una consapevolezza in tutto ciò che circonda l’agire e questa spinge noi tutti alla disperata ricerca della giustizia.

Marco Solferini

nov

7

Come una tempesta - Patterson - Roughan

“Come una tempestaâ€


Autore: James Patterson; Howard Roughan

Genere: thriller

James Patterson: il ré del thriller.

Con lui, azione e colpi di scena si fondono in mix senza precedenti.

La sua eleganza è una lama affilata, pronta a colpire da un momento all’altro.

copj14Inchiostro elettrico, su carta che scorre come le onde di una tempesta, la stessa che scarica la sua forza e prepotenza sulla Family Dunn, la nave dei protagonisti di questo romanzo.

Così si trasforma la gita di una Famiglia che vuole ritrovarsi, per ricominciare, in un odissea di intrighi e doppie verità.

Lo scenario non è mai consueto, perchè con Patterson tutto cambia, ogni cosa trasmuta e dal prevedibile scaturisce un altra realtà, quella che trascina il lettore attraverso un costante insieme di enigmi, alla velocità della luce.

Capitoli che corrono come fulmini dopo il rombo del tuono: due o tre pagine, al massimo, per scandire il ritmo di una lettura che non lascia molto spazio al respiro.

Personaggi caratterizzati e rapiti dalle emozioni: agiscono in una ragnatela straordinaria che si riassume in una sequenza aperta ad ogni possibile soluzione.

L’intrigo è la tavola degli scacchi da cui prende le mosse l’Autore e le mezze verità sono i pezzi che muovono verso un gran disegno: la cospirazione finalizzata all’omicidio.

Il movente è tutto nella mente dell’assassino, di colui che cerca il delitto perfetto, ma che dovrà confrontarsi con la tenacia e l’ostinazione di una donna e del destino che non è mai così scontato.

La verità è che solo l’ultima pagina potrà mettere la parola fine e permettere al cuore, di ricominciare il suo battito regolare.

“Come una tempesta†è un romanzo da leggere tutto d’un fiato, che lo si faccia su di una spiaggia, sorseggiando un Mojito o alla sera, in compagnia di una tazza di thé caldo, in una notte d’inverno, non ha importanza, quel che è fondamentale è non perdersi quest’avventura.


Marco Solferini

nov

7

Recensione film: “This is it”

“This is it”


Deriso e incompreso in vita, divinizzato alla morte, non c’è da meravigliarsi che Michael Jackson appaia nella forma di un crocifisso su manifesti e locandine del suo ultimo film, “This Is Itâ€, un lungo documentario sulle prove di quello che avrebbe dovuto essere il suo ultimo, grande tour.
Piaccia o no, qualunque cosa si possa pensare di Michael Jackson, questo film è qualcosa di abbastanza unico, e la cosa va riconosciuta. Il mjfilmato è stato girato da metà aprile del 2009 a pochi giorni prima della morte dell’autoproclamatosi “Re del popâ€, e mostra quanto zelo, lavoro, dedizione (circa 4 mesi serrati) MJ ed il suo staff avessero dedicato a questa rentrée che, per quel che si può intuire, avrebbe dovuto essere il più straordinario evento di tutti i tempi. Nonostante il ridondante manierismo di alcune ricostruzioni video e scenografiche (ad esempio in “Thriller†e “Smooth criminalâ€), tipico di certa tradizione hollywoodiana, nonostante nella maggior parte delle esibizioni sia fin troppo percepibile l’ingombrante presenza di uno spettacolo che mai sarà visto, quasi una promessa non mantenuta, non si può non apprezzare il perfezionismo e l’abnegazione di Jacko, del regista Kenny Ortega, che opera un montaggio accurato legando pezzi di prove nei passaggi da una canzone all’altra (nonostante sia forte, a tratti, la sensazione di assistere al making-of di un banalissimo video-clip), dei ballerini, dei musicisti e dei tecnici, nel provare e riprovare coreografie e musiche, nel sound-check, nel controllo luci, tutte competenze e abilità che sarebbero state profuse nei 50 live-show previsti a partire dalla metà di luglio 2009.
E al centro c’è lui, MJ, protagonista indiscusso di questo omaggio-operazione finanziaria tributatogli dalla Sony che ha sborsato ben 50 milioni di dollari per acquistare i diritti d’autore della pellicola interamente girata allo Staples Centre di Los Angeles. Un’esplosione multimediale, i migliori ballerini del mondo selezionati dopo rigorosi provini alla “Chorus lineâ€, il fior fiore dei musicisti, un enorme e mutevole palcoscenico, gli effetti visivi dei filmati originali che dal proscenio avrebbero dovuto introdurre ogni esibizione sul palco, sono alcuni punti di forza dai quali il regista trae parecchio materiale per il documentario. E i ballerini meritano una menzione particolare per la bravura, la plasticità e l’energia che trasudano arricchendo le performances di Michael Jackson. Chiaramente è lui la forza trainante ma appare smagrito e sofferente anche se non ci sono segni evidenti di problemi di salute, risparmia la voce, non si muove con la stessa elasticità fisica – per carità, normale a 50 anni!- dei tempi del moonwalker di Billie Jean che entusiasmava le folle, ma è anche lucido, attento, meticoloso e ha quella grazia infantile che in lui sembra sempre genuina. Screditato negli ultimi anni da vicende tutt’altro che musicali, con “This is it†MJ si riappropria di quella sua innocenza quasi irreale e la sua immagine ne esce ripulita, l’artista è nel pieno delle sue cognizioni, capace di destreggiarsi nelle sperimentazioni della tecnologia in 3D. Nonostante il battage pubblicitario avesse fatto prevedere affollamenti al botteghino e prevendite alle stelle, le sale cinematografiche sono quasi vuote, anche se sembra che il film stia riscuotendo incassi record. Il tributo è rivolto soprattutto agli appassionati del “re del pop†che sembrano non sottilizzare troppo su certi momenti non troppo convincenti della pellicola e che soli arriveranno alla fine della proiezione con lo stesso entusiasmo della fervente attesa.
E “This is it†(Ci siamo), come testimonianza di un brillante ritorno alla ribalta con una serie di concerti mai realizzati, è inevitabilmente carente. Come sbirciata nei retroscena della preparazione di una delle più grandi star della musica, è una testimonianza e un’eredità straordinaria.
Il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=cyrkcz7msfY&feature=related

Barbara Cardella


nov

3

Concorso Letterario “Il Racconto nel Cassetto”

Il concorso è a tema libero e si articola in due sezioni:
Sezione Racconti e Romanzi Brevi
Sezione Fiabe e Storie per Bambini
I Lavori non dovranno superare la lunghezza massima di 20 cartelle.Per cartella dattiloscritta si intende una pagina di 30 righe di circa 60 battute ciascuna (pari a 1800 caratteri). Si consiglia di utilizzare i font più diffusi (es. Times New Roman, Arial, ecc) dimensione carattere 12 e interlinea singola. Le suddette indicazioni sono da interpretare come orientative. Ogni foglio A4 va riempito da un solo lato.

VISIONA IL BANDO DEL CONCORSO

nov

3

Premio Letterario Poesia Religiosa “Fra Umile da Petralia”

TERZO PREMIO LETTERARIO NAZIONALE  DI POESIA RELIGIOSA  « FRA UMILE DA PETRALIA »

EDIZIONE 2009

COLLESANO (PA)
GRATUITO

in collaborazione con la ONLUS “Frate Gabriele Allegra†dei Frati Minori Francescani di Sicilia


VISIONA IL BANDO DI CONCORSO

nov

3

Mostre di Giuseppe Nubila e Claudia Rachele Giordano

Titolo dell’evento: Personale di Giuseppe Nubiladscn1474-wince1

Artista: Giuseppe Nubila

Spazio espositivo : Caffè emporio

Data di vernissage: 3 novembre Data di chiusura: 29 novembre

Inaugurazione 3 novembre ore 19, Piazza dell’Emporio, 2    00153 Roma

dscn1513-winceA cura di Tiziana Di Bartolomeo e Francesca Romana Afflitto

critica a cura di Gianluca Tedaldi


VISIONA IL COMUNICATO STAMPA COMPLETO


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Titolo dell’evento: La seduzione dell’immagineimg_0274mm-wince

Artista: Claudia Rachele Giordano

Spazio espositivo : Palazzo Abadessa

italiane_al_sole-winceData di vernissage: 7 novembre 2009 Data di chiusura: 6 dicembre 2009


VISIONA IL COMUNICATO STAMPA COMPLETO


nov

3

Un Libro è sempre un ottimo regalo:-)

Anche quest’anno il Gruppo Editoriale Kalós, presente sul mercato da oltre vent’anni con la produzione di eleganti pubblicazioni d’arte e turismo sulla Sicilia, offre la possibilità di acquistare i propri libri per le strenne aziendali a condizioni particolarmente vantaggiose.

Le eleganti pubblicazioni del nostro catalogo, che rappresentano un regalo elegante e raffinato per i professionisti, si potranno acquistare per un quantitativo minimo di 50 copie per titolo, con un grosso sconto, il 30% sul prezzo di copertina. Il costo s’intende comprensivo d’Iva e trasporto franco sede del committente. I volumi acquistati potranno avere, senza alcun costo aggiuntivo, una personalizzazione in serigrafia con un breve testo dell’azienda.

www.kalosonline.com/catalogo.php

Per maggiori informazioni:

Marina Sajeva
Ufficio Marketing e Comunicazione
Gruppo Editoriale Kalòs
Via Siracusa 19 90141 Palermo
tel e fax 0916262894
3475280525

nov

3

Recensione: La battaglia dei tre regni

La battaglia dei tre regni


Pellicola laboriosa, molto sofisticata e cerebrale, l’ultima fatica di John Woo, il regista cinese più famoso ad Hollywood, è la trasposizione cinematografica di un episodio leggendario della storia cinese più antica accaduto alla fine della dinastia Han e considerato all’origine stessa della formazione del Celeste Impero. Un compito non facile per Woo che ha moltiplicato i suoi sforzi per realizzare la sua ambizione più ardita: riuscire nello stesso film a convincere il
la_battaglia_dei_tre_regnipubblico asiatico, che di quella storia conosce ogni dettaglio, e conquistare gli occidentali per i quali la Cina antica resta avvolta in un mistero. E il film è in effetti un superbo debutto al cinema d’autore da parte di un regista più celebre per film d’azione e thriller di successo, da Face/Off (1997) a Mission: Impossible 2 (2000). La “battaglia dei tre regni†(Red Cliff) è una celebrazione della strategia militare più sottile, quando le armi erano frecce, fuoco, lance e spade, nelle avvincenti, sanguinarie e tuttavia poetiche, rappresentazioni delle battaglie terrestri e navali.
Nessun particolare è trascurato, i combattimenti magistralmente orchestrati – con immancabili richiami allo “spaghetti-western†di Sergio Leone –, lasciano supporre il diligente allenamento degli attori ripetuto fino al raggiungimento della perfezione, le scenografie sono ricostruite con estrema meticolosità così come accuratissima è la scelta dei costumi per i quali Woo si è documentato per mesi, il tratteggio e la delineazione dei personaggi variano dalla soavità delicata del rito del tè preparato da Xiao Qiao alla virilità e all’“heroic bloodsheed†dei combattenti, l’utilizzo generoso del ralenti sottolinea il valore e la prodezza dei personaggi e conferisce epicità all’azione, così come grandiose sono le musiche di Taro Iwashiro e i suoni evocativi del koto, uno strumento a corda della famiglia delle cetre, le cui note, al posto delle parole, serviranno ai due protagonisti, in una scena raffinatissima e indimenticabile, per “discutere†l’entrata in guerra di Zhou Yu. I paesaggi acquerellati come in certe stampe antiche orientali, il selezionatissimo cast, tra cui spicca Takeshi Kaneshiro, e lo sterminato numero di comparse, contribuiscono a rendere colossale e imponente un’opera che coniuga al meglio la spettacolarità della narrazione storica con l’estetica efferata e prodigiosa dei precedenti lavori di Woo.
Splendida la panoramica del volo della colomba bianca, simbolo di innocenza e di pace, che accompagna lo spettatore nel sorvolare l’accampamento nemico alla ricerca di un punto debole che serva a sferzare il colpo mortale a Cao Cao. E non ci sono vincitori, il leitmotiv del film aleggia costantemente in ogni scena, il regista non indugia mai nel compiacimento per la sconfitta dell’avversario: la guerra è un male necessario e doloroso che ha come unico obiettivo la perpetuazione della pace.
Liberamente tratto dal classico della letteratura cinese “ The Records of Three Kingdoms†di Chen Shou (III sec. d.C.), “La battaglia dei tre regni†è il più costoso film asiatico mai realizzato (80 milioni di dollari).
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“Veloce come il vento, spietato come il fuoco
generoso come la foresta, forte come la montagnaâ€
(Xiao Qiao durante la preparazione di Zhou Yu)

Dott.ssa Barbara Cardella

ott

27

Recensione: “Bastardi senza gloria”

“Bastardi senza gloria”



inglourious_basterds-nuovo-poster-1Inglourious basterds (Bastardi senza gloria), dal titolo originale intenzionalmente sgrammaticato per esigenze di copyright, è un magnifico esempio di come un regista straordinariamente dotato possa permettersi di mescolare i più azzardati ingredienti e cucinare una vera leccornia da offrire al pubblico. Latte, strudel, whisky e vino rosso sono serviti ai quattro differenti deschi, trait d’union dei capitoli del film, attorno ai quali sono state girate le scene clue del film, e gli attori, magistralmente diretti , deliziano l’attentissima platea con dialoghi curatissimi e memorabili.

Un Tarantino monstre al quale non può essere più negato, quasi fosse sotto eterno esame, di essere un grande regista, forse il migliore tra i contemporanei, certamente il più innovativo e talentuoso. Le inquadrature delimitate con precisione e la cui apparente naturalezza è invece frutto di movimenti di macchina molto complessi, l’iperrealismo pulp sempre crudo ma più marginale, le azzeccate caratterizzazioni dei personaggi in chiave caricaturale, la meticolosa cura del dettaglio, i continui cambi di registro che tendono il plot in virtuosismi impossibili, dimostrano una volta per tutte che della pasta cinematografica l’ex noleggiatore di videocassette può e sa farne ciò che vuole, e con risultati spettacolari. Molto espressiva la sequenza della preparazione della Dark Lady Emanuelle che si accinge a gustare la sua vendetta “senza gloria†degna di un film Noir d’altri tempi.

Una menzione particolare meritano la colonna sonora, in cui spiccano le musiche di Ennio Morricone, e il finora poco noto (almeno in Italia) Christoph Waltz, con la sua indimenticabile interpretazione di “The Jew Hunterâ€, il cacciatore di ebrei. … Plures Legere
And I am a hard audience to please…

Dott.ssa Barbara Cardella


ott

27

LA SPOSA BAMBINA - PADMA VISWANATHAN

cover-la-sposa-bambinaTITOLO        LA SPOSA BAMBINA

GENERE       NARRATIVA STRANIERA

AUTORE       PADMA VISWANATHAN

EDITORE     GARZANTI LIBRI


LA SPOSA BAMBINA

Questo romanzo è ambientato nel villaggio di Cholapatti, in India, dove la piccola Sivakami va ad abitare a soli tredici anni a seguito del matrimonio, combinato dai suoi genitori, secondo l’usanza dell’epoca, con l’anziano guaritore ed esperto di oroscopi Hanumarathnam.

Siamo nel 1896. Tutto è pronto per la prima notte di nozze della piccola, che ha lasciato fuori da quella porta i suoi giochi, i sogni, le fantasie tipiche di una bambina della sua età. Ora siede sul letto con lo sguardo pieno di paura e sta tremando sotto il sari e i gioielli. Ma i suoi genitori hanno deciso così e lei sa perfettamente che non potrà fare niente per impedirlo.

Da questo momento in poi nessuno si occuperà più di lei, ma dovrà essere lei a prendersi cura                                                                                               degli altri, prima come moglie, pronta a compiacere ogni desiderio del marito, poi come madre della enigmatica Thangam e del ribelle Vairum.

Ma la forza che Sivakami ha scoperto  in sé nei primi anni di matrimonio forse non è abbastanza per affrontare quello che gli oroscopi   avevano ripetutamente previsto: la morte di Hanumarathnam. La ragazza scopre ora che la condizione di vedova è la peggiore  per la casta brahmanica di cui fa parte e della quale deve accettare le rigide regole che il suo stato le impone: tenere i capelli tagliati a zero, indossare il sari bianco, non uscire di casa, non avere alcun rapporto con il sesso maschile e non toccare nessuno dall’alba al tramonto, neppure i sui figli.

In seguito alla morte di suo marito, si trasferisce dai suoi fratelli  così come appare più consono: una vedova è una preda facile. Ma poi, per amore dei sui figli, decide di tornare al villaggio di suo marito, nella casa in cui, nonostante tutto, è stata felice con lui, per permettere loro di studiare ed avere una vita migliore. Anche se in questa condizione pare impossibile raggiungere la meta che si è prefissa, con caparbietà ed amore lei ci riesce, pur dovendo fronteggiare i conflitti inconciliabili della tradizione e la modernità che incalza giorno dopo giorno.

Questa decisione drastica, influenzerà il destino di tutti loro in modo sorprendente ed inaspettato.

“ La sposa bambina si svolge sullo sfondo dei sessant’anni più importanti e determinanti di tutta la storia dell’India, raccontando la storia di tradizione e di ribellione, di speranza e di forza, di amore e di sofferenza, conducendo il lettore all’interno dei costumi di una famiglia brahmanica, ma anche evocando le tensioni universali comuni a tutte le differenze generazionali †.


Franca Chicca

ott

25

Recensione: “Basta che funzioni”

basta-che-funzioni1“Basta che funzioni

…non è che funzioni molto! L’Allen di un tempo deve essersi perso da qualche parte in Europa. Ci sono, è vero, parecchie battute e dialoghi in grado di lasciare il segno e che, in alcuni divertentissimi momenti, si susseguono così vorticosamente che non si fa in tempo a tenerli tutti a mente. Molto interessante il monologo iniziale. Il film tuttavia manca di ritmo e a tratti il filo narrativo si allenta e perde naturalezza e sincerità per fare spazio ad alcune deviazioni un po’ troppo artificiose del regista che sembra voler convincere lo spettatore ad assolvere dinamiche sentimentali sicuramente fuori dal comune e che non possono non ricordare le sue vicende personali. Il messaggio del film è però positivo: l’amore è per sempre ma non necessariamente il primo. Voto 6


Dott.ssa Barbara Cardella

ott

24

L’eleganza del riccio (Muriel Barbery)

eleganza-riccio-coverL’eleganza del riccio



Titolo:  L’eleganza del riccio

Autore:  Muriel Barbery

Genere:  Letteratura internazionale
Editore:  E/O

“ Il riccio è un animale molto carino e il suo musetto ci ispira grande simpatia, ma ha gli aculei che ci consigliano di stare a distanza: tu lo osservi, lui ti osserva, ma da lontanoâ€.
Renée è una portinaia che lavora in un palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia. Agli occhi degli altri appare grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente: niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all’insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta che adora l’arte, la filosofia , la musica e la cultura giapponese: una vera intellettuale. Conosce Marx, Proust, Kant e si fa beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni, mostrandosi ciò che non è.
Nel palazzo vive Paloma, figlia di un ministro, dodicenne geniale e brillante, che ha capito troppo presto il senso dell’esistenza : è stanca di vivere,  tanto che  progetta di farla finita il giorno del suo tredicesimo compleanno. Anche lei si nasconde come Renée, fingendo di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre.
Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l’uno dell’impostura dell’altro, si incontreranno solo grazie all’arrivo nel palazzo di monsieur Kakuro Ozu, un giapponese ricco ma attento alle persone che gli stanno accanto, l’unico a comprendere l’eleganza del riccio. E così, grazie a lui, le due narrazioni si avvicinano e le due donne scoprono le loro affinità elettive.
“ Libro davvero molto bello. Le storie parallele dei due personaggi femminili, così lontani e così vicini tra loro, caratterizzano quest’opera, rendendola appassionante e coinvolgente. Interessanti  e stimolanti anche i continui riferimenti culturali alla filosofia, alla musica e al cinemaâ€.

Franca Chicca

ott

22

Wagner a Neuschwanstein

NEUSCHWANSTEIN: TRA MUSICA E FOLLIA

Eretto su una roccia, sopra la gola di Pollat, dal 1869 il Castello Neuschwanstein domina e controlla tutto ciò che è intorno, sospeso e sorretto dalle nuvole che ne incrichard_wagner_by_caesar_willich_ca_1862orniciano la figura così da farlo apparire solo come una visione.

È qui che il re di Baviera Ludwig II creò il suo rifugio, lontano dai pettegolezzi di corte e da quel mondo che tanto disprezzava.

Neuschwanstein fu il primo castello che il Re fece edificare.

Il sovrano curò personalmente la scelta del luogo dove erigere la costruzione del castello, alla ricerca di un angolo nel quale ogni stagione evidenziasse la bellezza della fortezza e, il frequente fenomeno delle nuvole basse potesse ricreare un’atmosfera fiabesca ed impalpabile.

Ludwig concepì Neuschwanstein come un paradiso ultraterreno dove far rivivere i suoi sogni e rifugiarsi da una realtà che lo avrebbe voluto partecipe degli eventi politici del Paese.

Progettato dallo scenografo Cristian Jank, lo fece costruire nello stile dei castelli cavallereschi medievali, forte della sua ossessione di usare l’architettura come una scenografia di quelle saghe nordiche che lo appassionavano e che, il suo amico Richard Wagner, trasponeva superbamente in musica.

Una forte ammirazione legava il sovrano al musicista delle saghe nordiche e, infatti, quando nel 1864 Maximilian II re di Baviera si spense, lasciando in eredità al figlio Ludwig II la corona, questo dichiarò che l’unico provvedimento urgente da prendere era quello di condurre Richard Wagner a Monaco.

Il “Divino mio unico Tuttoâ€, così era solito riferirsi al compositore, fu spesso ospite a Neuneuschwanstein_castleschwanstein e fu proprio il sovrano a garantirgli la serenità necessaria per comporre, data la pensione di ben 8000 fiorini che gli corrispondeva, fino a quando però fu costretto ad allontanarlo a causa delle lagnanze del Governo: Wagner era troppo costoso per le casse dello Stato.

Seppur lontano, Ludwig poteva continuare a rivivere le meraviglie del genio wagneriano solo passeggiando tra le stanze del suo incantevole castello.

Gli interni sono infatti sfarzosi omaggi alle opere ed al mondo ideale di Richard Wagner, dalla Sala dei Cantori ornata da raffigurazioni del Parsifal, alla stanza da letto dove primeggiano le scene del Tristano e Isotta.

Ed è tra queste mura, anche se solo per pochi mesi, che il sovrano alimentò il suo amore per la solitudine e nutrì gli stessi ideali che ispirarono il compositore di Lipsia: la libera individualità contrapposta alla società ed alle leggi del “dover essereâ€, l’umanità lancianormal_fairytalefantasyneuschwansteincastlebavariagermanyta in una sfida di morte, il mito inteso non più come chiave per interpretare la realtà, bensì come mondo fuori dal tempo e dalla volontà in cui per agire è necessario essere sapienti, puri e soprattutto folli, quella follia che porterà, così come Sigfrido, anche Ludwig alla morte.

Il cadavere del Re verrà trovato nelle acque del lago di Stanberg, forse tradito, come Sigfrido da Brunilde, dai suoi stessi ministri che lo credevano pazzo.

O forse che l’imperatrice Elisabetta di Baviera aveva ragione nel considerarlo non un folle, ma solo eccentrico amante dei sogni e dell’ideale romantico, di quello Sturm und Drang tanto caro ai tedeschi che è stato capace di consumare l’ultimo vero sovrano di Baviera, il Re che da Neuschwanstein poteva, con un solo sguardo dominare, illudendosi, l’indominabile: la Natura.


Avv. Elisa Lucarelli

ott

22

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