Archivio di maggio 2009
Mille splendidi soli (Khaled Hosseini)
Mille splendidi soli
Titolo Mille splendidi soli
Genere Letteratura internazionale
Autore Khaled Hosseini
Editore Piemme
Mille splendidi soli è un’incredibile cronaca della condizione dell’Afghanistan degli ultimi trent’anni e una commovente storia di famiglia, amicizia, fede e della salvezza che possiamo trovare, forse, solo nell’amore.
Tutto ha inizio in un paese tormentato in cui, nonostante le famiglie più tradizionaliste facessero indossare il burqua alle donne e la mentalità maschilista fosse all’insegna dell’onore e dell’orgoglio, c’erano la musica, i film occidentali e per le città si potevano anche trovare donne con il volto scoperto e le unghie dipinte di rosso.
E’ in questo periodo, nel 1959, che viene al mondo Mariam, una harami, una bastarda, nata dalla relazione tra uno degli uomini più potenti di Herat e la sua serva.
Nelle prime pagine scorre la vita di Mariam e di sua madre, confinate in una Kolba, rifiutate socialmente e negate della possibilità di una vita normale. Ma, dopo il suicidio della madre, la vita di Mariam cambia radicalmente: la ragazza, appena quindicenne, viene data in sposa a Rashid, un calzolaio di Kabul. Inizia così per lei una nuova vita, in un paese sconosciuto, tra i mullah, i locali che vendono il kebab e l’imposizione del burqua. Inizialmente Rashid non sembra male, ma una serie di aborti spontanei di Mariam scatenano in lui il disprezzo e la più cieca violenza.
Laila, nata a Kabul vent’anni dopo Mariam, figlia di un insegnante di scuole superiori, sembra invece avere un destino diverso e migliore. Avviene però che le vite delle due donne s’intreccino, poiché vivono sotto lo stesso tetto, sono mogli dello stesso perfido uomo e condividono lo stesso tragico destino.
Nonostante l’avvicendarsi dei regimi politici, l’invasione russa, il sistema talebano e le forze Onu, la condizione della donna in Afghanistan non è mai cambiata. Spirito di sopportazione e sacrificio, violenza e dolore, umiliazione profonda e sottomissione: questi sono i sentimenti e le situazioni con cui una donna afghana deve convivere. Mille splendidi soli è un romanzo denso, semplice e autentico: tra le sue pagine si intrecciano storie intense e toccanti. Come quelle di Laila e Mariam che, nate a distanza di una generazione e con idee profondamente diverse, sono costrette dalla guerra e dalla morte a dividere un destino comune. Queste due donne danno vita ad un rapporto che le rende sorelle e che alla fine cambierà il corso delle loro vite e di quelle dei loro discendenti.
Con grandissima sensibilità , Hosseini mostra come l’amore di una donna per la sua famiglia possa spingerla a gesti inauditi e ad eroici sacrifici, e come alla fine sia l’amore l’unica via per sopravvivere.
Franca Chicca
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Attenzione! Fragile (Joseph Cacace)
Questo è il nome della raccolta di poesie Joseph Cacace, titolo schietto e sincero, descrittivo degli stati d’animo che si respirano tra i versi delle sue liriche.
Versi che aprono una finestra sul mondo giovanile, non sempre facile, troppo spesso Fragile, appunto.
In allegato un Pdf contenente qualche poesia per saggiarne lo stile:Â LEGGI POESIE
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La piccola Regalasogni (D.Millaci)
La piccola Regalasogni
“Guarda una coccinella” esclamò Tomas indicando il piccolo animale che si era appoggiato sulla sua mano.
“Non devi aver paura, sai bene che portano fortuna e se esprimi un desiderio, si avvererà”.
“Perché mamma portano fortuna?” domandò il piccolo.
“Viene a sederti sulla panchina vicino a me” rispose la giovane donna “Voglio raccontarti una storia”.
In un tempo lontano, nel fantastico mondo della natura, viveva una coccinella diversa dalle altre, perché era in grado di far avverare i desideri. C’era una condizione però, affinché questo potesse accadere lei li doveva sognare, altrimenti non si avveravano. La sua diversità però era anche ben visibile. Difatti aveva delle piccole macchiette nere sulle ali, mentre tutte le altre della sua specie non le possedevano. Per questa sua diversità veniva derisa e lasciata sempre in disparte.
La piccola era così triste, perché era sempre sola. Sola con questo dono che lei non voleva.
Un giorno volando di fiore in fiore, si fermò sulla foglia di una grande quercia ed iniziò a sospirare.
“Che cos’hai piccolina?” domandò l’albero.
“Guarda le mie amiche laggiù, si divertono. Ridono, scherzano e non mi voglio con loro”.
“E perché mai?” tuonò la quercia.
“Perché dicono che sono strana, per colpa delle mie macchie e dei miei sogni”.
“Spiegati meglio”.
“Vedi” iniziò la coccinella “Quando io faccio un sogno, questo si avvera.”
“Tu hai un dono bellissimo” disse l’albero per rincuorarla.
“Io non lo voglio!” esclamò infuriata “Come faccio a togliermi da dosso questa maledizione? Perché è così che io la vedo”.
La vecchia e saggia quercia perplessa rimase in silenzio, poi disse: “C’è un solo modo, devi diventare come le altre. Devi toglierti le macchie e smettere di sognare”.
“E com’è possibile?”
“Dovrai volare dentro un campo di papaveri ed il polline dei fiori coprirà le macchie. Poi tutte le sere, prima di coricarti dovrai bere del nettare d’uva e vedrai che non sognerai più”.
“Grazie amica mia!” esclamò Regalasogni euforica “Stai pure sicura che lo farò!”.
Trascorsero giorni, settimane, mesi e la piccola coccinella, ormai senza più macchie non faceva più sogni e per questo, era stata accetta dalle altre. Era diventata come loro, una di loro. Eppure non riusciva ancora ad essere felice, sentiva che le mancava qualcosa. Forse le mancava proprio quella parte di lei che aveva rinnegato.
Giunse l’estate. Un’estate torrida, tanto che la terra era arsa. L’acqua scarseggiava e l’intera natura era in subbuglio. Le coccinelle dovevano lavorare il doppio per riuscire a tenere in equilibrio l’ecosistema. Erano sfinite.
Tutto questo però non servì ad evitare una terribile guerra. Le loro acerrime nemiche le lucertole, aumentate spropositatamente di numero, le attaccarono. C’era una sola speranza. Regalasogni doveva sognare la vittoria delle coccinelle sui nemici.
Interpellata dal Gran Consiglio, rispose: “Sapete bene che non sogno più. Ho rinunciato a questo dono tanto tempo fa”. Continuò la giovane indietreggiando.
“Tu sei l’unica speranza, o moriremo tutte”.
Regalasogni era così confusa. Non sapeva cosa fare e così chiese consiglio all’amica quercia.
“Adesso perché hanno bisogno di me, mi cercano e mi chiedono addirittura di sognare. Prima però, mi deridevano” borbottava scuotendo il capo “Che cosa devo fare?”
“Tu conosci la risposta” disse la saggia quercia “E’ dentro il tuo cuore. Una cosa però devi sapere, il tuo sogno durerà per l’eternità, affinché non capiti mai più una simile calamità e quindi non potrai più tornare indietro”.
Quella notte senza dire niente alle altre, Regalasogni si sistemò sopra un bellissimo fiore giallo. Si ripulì le ali dal polline per far riuscire le sue macchiette e aggiustandosi il cuscino, si addormentò.
La luna era alta nel cielo, quando le coccinelle videro le lucertole che, come spaventate da qualcosa di soprannaturale, si allontanavano di gran fretta. Compresero subito che era opera di Regalasogni. La cercarono e quando la trovarono, accadde qualcosa che di certo non avrebbero mai più dimenticato. Il corpo della loro piccola amica, ancora addormentata, si levò nell’aria come per magia, attratto da una forza misteriosa. Una luce bianca la illuminò e la piccola Regalasogni di colpo, si trasformò in polvere di stelle che ricadde su tutta la terra in microscopiche particelle. Un silenzio irreale aveva riempito l’aria e le coccinelle rimasero a bocca aperta nel vedere quella strana ma bellissima pioggia.
Per questo sacrificio d’amore, da allora tutte le coccinelle possiedono piccole macchie sulle ali e con esse un po’ di magia che la piccola Regalasogni aveva loro donato ed è per questo motivo che le coccinelle portano fortuna.
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Poesie di Matteo Pazzi
Il silenzio delle foglie
Insegue le cieche corde della pioggia.
Fra i rami quelle mani raccontano
ciò che non potranno mai trattenere:
un muro sul quale piange l’ombra di un albero.
Nell’allegato in Pdf alcune poesie di Patteo Pazzi  Poesie di Matteo Pazzi
Quì alcune informazioni sulla carriera artistica di Matteo Pazzi
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Francois Auguste René Rodin
GLI ATTIMI DI QUELLA REALTA’ IMPERFETTA
Ed eccoci nuovamente a Parigi, questa volta in Rue de Varenne, nel settimo arrondissement, non distanti dalla lucente cupola d’oro dell’ospedale militare “Les Invalide
s”. Da lontano si intravede un palazzo settecentesco, i lineamenti morbidi e le calde tinte.
È l’Hotel Biron, che diviene ancora più bello nei pomeriggi d’autunno quando, passeggiando nel parco che lo circonda, è possibile percepire il silenzio delle foglie cadere sui viali, nell’acqua del piccolo laghetto o su una delle creazioni del Maestro…perché potrebbe essere solo un’illusione pensare di essere soli a godere di tali atmosfere.
Tra gli alberi, i viali e l’aria infatti, si ergono, come tante figure magmatiche Il Pensatore, assorto nella sua meditazione, Balzac avvolto nel mantello che osserva indignato il genere umano, I borghesi di Calais ed il loro sacrificio. Francois Auguste René Rodin, scultore francese che portò freschezza e vigore all’arte di quel periodo ormai imprigionata in obsoleti canoni accademici, trascorse gli ultimi anni della sua vita, qui, nel cuore di Parigi, tra il 1908 ed il 1917.
Un anno prima di morire destinò allo Stato tutte le opere in suo possesso e le lasciò nella sua casa con lo scopo di creare un museo. E così fu. Il 4 agosto 1919, due anni dopo la sua morte, venne inaugurato il Museo Rodin. All’Ecole des Beaux – Arts non credevano certo che questo ragazzo, nato in un quartiere operaio di Parigi, fosse dotato, dal momento che rifiutarono per ben tre volte di ammetterlo. Questa circostanza però, per Auguste Rodin forse, fu solo una fortuna visto che ebbe l’occasione di formarsi in una scuola dove, accanto agli studi più tradizionali, si affiancavano metodi meno convenzionali come la tecnica del disegno da modelli in movimento. Così la sua arte crebbe “diversa” come differenti furono le sue sculture.
Corpi in movimento che si abbracciano o si accovacciano in una continua tensione muscolare ed insieme creativa. Le posizioni che i modelli assumevano per lui, non erano mai imposte, questi adottavano gli atteggiamenti che più erano naturali. Rodin li lasciava camminare nudi nel suo studio per poter cogliere gli attimi che rispondevano alla sua idea creativa, per catturarli,
come un osservatore della vita, consapevole dell’impossibilità di arrestare la realtà.
Quasi come se in una folle corsa tentasse di avvicinare, senza spaventarli, gli animali di un bosco.
Un contesto dunque primitivo ed animalesco che richiama all’antico, alla vita così come nelle origini, capace di liberarsi lentamente dalla materia per sorgere sempre imperfetta e mai finita, perché in fondo questo è l’uomo.
È proprio la tematica del “non finito”, di radici michelangiolesche, che accompagnerà tutta la creazione artistica dello scultore francese.
Ed ecco allora che troviamo capelli sciolti che si perdono nella materia bianca, il viso di una donna che si confonde con il cuscino su cui dorme, i corpi di Paolo e Francesca che si uniscono alle nuvole di marmo, nella commovente interpretazione del V canto dell’Inferno dantesco.
Forme e contorni, così come era nell’ideale romantico, che si sfumano e si perdono nello spazio; così è il frammento in cui, alcune parti si sono perse ma che la mente riesce a ricostruire.
Troviamo dunque donne senza braccia in meditazione e mani che fungono da unico soggetto scultoreo perché, in fondo, “le opere d’arte degli antichi sono giunte a noi spesso sottoforma di frammento ma in grado di esprimere la vita nella forma più compiuta, grazie ad un equilibrio fra idealizzazione e realismo”.
Quel realismo ricercato
fino all’estremo, anche nelle patine finali, utilizzando gli agenti atmosferici. Infatti “solo la polvere e la sporcizia, depositandosi nelle fessure, accentueranno la profondità” del bronzo e del marmo, “l’acqua piovana ne esalterà le parti in rilievo ossidandole”. Auguste Rodin ci ha lasciato un’eredità carica di sensualità e forza espressiva, di realtà in continuo divenire e sempre imperfetta.
Ora è possibile ammirare le sue opere passeggiando tra le stanze del palazzo o nel tranquillo giardino.
Mi piace pensare che lo spirito dell’artista sia lì ad osservare le sue opere tutte realmente incomplete e belle, consapevole di aver trasmesso la leggerezza di un abbraccio con un Bacio, dove razionalità e passione si intrecciano travolgendo, aver comunicato la ricerca estrema della verità nell’intensità espressiva di un uomo seduto, Il pensatore. Nel 1877 il giornale “L’Etoile belge” scriveva: se ha attirato l’attenzione a causa della sua diversità, la mantiene grazie ad una qualità tanto preziosa quanto rara: la vita.
Avv. Elisa Lucarelli
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Gli anni rubati (R.La Paglia)
Gli anni rubati di Roberto La Paglia
Un bambino prigioniero di se stesso, in una realtà che non riesce a comprendere; per diventare uomo dovrà inventarsi ogni volta, dare vita a
mille personaggi, per ritrovarsi alla fine sempre di fronte allo stesso bambino che si è lasciato indietro.
Da questa immagine prende vita gli Anni Rubati, accompagnandoci nelle molte vite del protagonista, nel viaggio interiore di una adolescenza travagliata che cerca a tutti i costi di non uniformarsi alle regole del sistema, pur sapendo che questo suo atteggiamento lo porterà alla completa esclusione.
Una infanzia difficile raccontata con il ritmo serrato del male quotidiano che incalza e lo stile letterario tipico di un adolescente in cerca della propria identità .
Ancora una volta Roberto La Paglia ci trascina nel suo mondo onirico, dove fantasia e realtà lavorano spesso in stretta sinergia, creando un universo nel quale le certezze diventano misteri e i misteri incerte probabilità .
Tra le pagine di questo libro sarà facile incontrare nuovamente quel bambino che da sempre vive in noi, che ci trasciniamo dietro dall’infanzia, costretti a nasconderlo per uniformarci alle regole sociali, per dare di volta in volta l’immagine di noi che viene richiesta; in molti quel bambino grida ancora, reclama i propri spazi e, molto spesso, rischia di perdersi.
In questo viaggio incontreremo pochi personaggi, spesso sfuggenti così come la vita del protagonista, ma incontreremo anche tante emozioni che pensavamo appartenessero ormai al passato, pensieri espressi nell’immensa solitudine di una infanzia vissuta a metà tra il sogno e il bisogno di trovare un senso alla propria esistenza.
Giunti alla fine, avremo ancora voglia di voltarci indietro, di riprendere per mano quel bambino, e insieme a lui ritornare sui nostri passi, anche noi alla ricerca dei nostri Anni Rubati.
Disponibile su www.ibs.it -Â Â www.libreriauniversitaria.it
ISBN 9788863540062
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Il profumo dei leggeri violini di Chagall
Il profumo dei leggeri violini di Chagall
È strano come a volte si possa ignorare un pittore perché i suoi quadri li consideriamo “bruttiâ€.   Ed invece bastano le parole di qualcuno per farti interessare ad oper
e sulle quali prima non ti saresti soffermata per più di qualche secondo…è successo proprio a me.
Qualche sera fa ho ascoltato un’intervista fatta ad Uto Ughi, il famoso violinista. Tra le sue parole è scivolato un riferimento ai leggeri violini di Marc Chagall ed ho pensato…cosa avranno mai questi violini di così bello e leggero da aver trovato posto nella mente di uno che di violini se ne intende, di una persona che ha fatto di quel suono così sottile e nello stesso tempo potente, la sua ragione di vita!
Volano, ecco cos’hanno. Volano nel senso che si librano metafisici nell’aria creata da dimensioni oniriche mai pensate. Ed attraversando i colori della tavolozza chagalliana mi sono ritrovata, senza volerlo, immersa nelle strade della tradizione di cui vi parlavo lo scorso mese, quella yiddish.
E si, perché Marc Chagall era di cultura ebraica.
Trascorse la sua infanzia proprio nel chiuso mondo di uno shtetl, perso nella grande Russia tra lo zio, mediocre violinista ed il nonno che amava sedere sul tetto della casa per osservare la strada e “sgranocchiare qualche carotaâ€. Ed è proprio questo il ricordo che porta nelle sue tasche quando, non ancora ventenne, lascia quella realtà ormai troppo stretta per la sua arte e si ritrova ad abitare nel quartiere parigino della “Rucheâ€, sulla rive gauche di Parigi.
Emblematiche le sue parole “…nessuna accademia avrebbe potuto darmi tutto ciò che ho scoperto mordendo le mostre di Parigi, le sue vetrine, i suoi musei, a partire dal mercato…â€. In questa città piena di fervore artistico Chagall riuscì a far esplodere la sua tavolozza. Incontenibili colori squillanti, scintillanti, capaci di cantare, “…io ho portato i miei oggetti dalla Russia, Parigi vi ha versato sopra la luce…â€.
Di questo suonare ininterrotto gli artefici non sono solo i colori assieme alla mano dell’artista, mediatore tra Dio ed i lettori dell’arte. Ecco sulla scena violinisti vestiti come clown che si arrampicano sui tetti, sorvolano il villaggio ed arrivano sempre più in alto fino a raggiungere una rossa coperta distesa sul cielo che fa da baldacchino ai più dolci amanti. Violinisti con la
loro musica sempre in bilico su una casa, su un camino, su un albero, arrampicati in cielo, specchio della condizione del popolo ebraico, del suo popolo, della sua gente.
Quella gente di cui riusciamo a vedere gli occhi che scrutano la realtà dalle loro piccole case di legno, dalle abitazioni di cui però non vediamo quasi mai gli interni, perché tutto ciò che appartiene all’intimità deve essere solo suggerito e così immaginato. L’arte non deve urlare, deve sussurrare per farci entrare nelle case dei contadini, per farci sentire gli spifferi di vento dalle finestre, per farci assaporare il buio misterioso della notte nel piccolo villaggio natio di Vitebsk.
E la musica sempre presente tra le piccole cose del mondo, come fattore ultraterreno ed incantato.
Andate a cercare qualche riproduzione dei quadri di Chagall e non lasciate che la stravaganza delle forme vi faccia desistere dall’immergervi nelle dimensioni impalpabili e colorate. Lasciatevi pure trascinare nel mondo stupefatto e
favolistico dove una sposa viene stretta dalle braccia di un uomo – asino, dove capre con le ali avvolgono il cielo in una notte dal colore più intenso del blu, in uno specchio dalle tinte viola che invita a percorrere le strade dell’inconscio, a passeggiare nel cielo.
Chagall ci consegna un mondo fatto di sogni, quei sogni che popolano la notte dell’infanzia. Un mondo che profuma di blu, di carminio, di una madre che culla un figlio, di un cielo notturno ed umano che avvolge due amanti sospesi su Place de la Concorde, di un poeta che dorme e sogna sull’erba, di un’acrobata leggera, di una sposa che vola sul cielo di Notre Dame. L’aria che ha il profumo degli angeli e delle note di un violino, di fiori che non appassiscono mai perché “…i fiori non li posso veder morire, per questo li metto sulla tela e così vivono più a lungo…â€.
Elisa Lucarelli
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Le Torri dell’Architetto di Dio (Barcellona)
LE TORRI DELL’ARCHITETTO DI DIO
Desidero partire con voi per ammirare una delle opere uniche nel suo genere, dalla sagoma inconfondibile, simbolo della Barcellona dei tempi andati e di quelli che a
ncora dovranno venire.
Le torri che si stagliano nel cielo e sembrano elevarsi quasi a raggiungere l’infinito, potrebbero sciogliersi come castelli di sabbia, le colombe potrebbero staccarsi e prendere il volo, ma lei è lì, incompleta ed indefinita, la Sagrada Familia, opera di chi come Antoni Gaudì credeva che una cattedrale non dovesse essere la creazione di un solo architetto ma l’opera di più generazioni.
Quando nel 1883 Gaudì assunse la direzione dei lavori, nessuno e neanche lui, avrebbe previsto qualcosa del genere.
L’architetto inizialmente si dichiarò ottimista riguardo alla conclusione dei lavori ed ancora, nel 1886 riteneva di poter terminare l’opera in 10 anni se solo avesse avuto a disposizione 360 000 pesetas all’anno; ma già questo presupposto economico si rivelava poco realistico poiché la chiesa era stata progettata come tempio espiatorio e dunque la si sarebbe dovuta costruire con le offerte dei fedeli.
Grande opera architettonica, ma con forte intento didascalico perché, così come i templi nell’antichità avevano il compito di illustrare sui frontoni le gesta degli eroi, così con la Sagrada Familia, Gaudì non voleva costruire solo un luogo di preghiera, pensava a qualcosa di più, ad un catechismo di pietra, ad un coloratissimo libro dalle dimensioni pantagrueliche nel quale il credente avrebbe potuto leggere, comprendere e dunque purificarsi.
Attraverso un viaggio di luce, lungo le tre facciate, chi si sarebbe imbattuto in questa cattedrale avrebbe potuto ripercorrere la storia della cristianità incontrando il Cristo prima nella veste di uomo, poi redentore ed in ultimo di giudice sulla vita e sulla morte.
La prima facciata ad essere costruita fu quella della Natività posta non a caso ad oriente. Sin dalle prime ore del mattino, con il sorgere del sole, forme tondeggianti e piene prendono vita e, nel silenzio, gli angeli sembrano cantare.
Con il volgere del giorno, la luce si sposta e raggiunge la facciata ovest, quella della Passione, iniziata nel 1954, ove dominano le forme scarne e stilizzate, potenti ed angolari, che esaltano i momenti più tragici della vita di Gesù.
I progetti di Gaudì per la facciata della Gloria, prevedevano la presenza di un gigantesco organo dalla linee contorte, la rappresentazione della Creazione, delle Virtù, degli Angeli del Giudizio Universale e della Santissima Trinità con Dio Padre. I lavori però sono appena iniziati.
Ciò che più c
olpisce dall’esterno anche il semplice osservatore, sono le torri affusolate che coinvolgono nel movimento e conducono lo sguardo verso l’alto. Ne sono previste 18 rappresentanti i 12 apostoli, i 4 evangelisti, la Madonna e la più alta di tutte Gesù.
Se fuori, la cattedrale sembra sciogliersi quasi ad indicare la caducità delle opere umane, all’interno si è protetti da alte colonne leggere, quasi eteree che salgono verso l’alto come alberi in primavera, come la vita eterna.
Ed è in questo tempio - cantiere, che forse mai vedrà la completezza, che Gaudì, l’architetto di Dio, ha trovato la pace.
Infatti in quella che negli ultimi dodici anni era diventata la sua dimora, l’artista catalano è stato sepolto dopo essere morto investito da un tram proprio dinanzi alla sua più grande opera.
Vi è una finestra all’interno della cattedrale attraverso la quale lo sguardo può giungere fino alla cripta e lì è Gaudì, nel silenzio della sua creazione, che osserva, al di là dei lavori come se fosse presente ovunque, per occuparsi personalmente del suo tempio che seppur immenso, mai avrebbe dovuto superare l’opera di Dio, la Natura.
Elisa Lucarelli
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Io e Dewey (Myron Vicki; Witter Bret)
“Io e Dewey”
Genere: Biografico
Autore: Myron Vicki; Witter Bret
“Dio ha creato il gatto per darci il piacere di accarezzare una piccola tigre” (Victor Hugo).
Il romanzo, noto per essere la storia di un gatto, rivela invece, una verità in parte diversa e difforme. Certo meno scontata di quanto pubblicamente presupponibile.
Dewey è un si, un micio trovatello, in una notte fredda e tempestosa, ma è anche un amico per il domani.
Questa è la storia di ciò che un gatto è, o potrebbe essere, per tutti noi.
Il significato del suo giocare, delle fusa, degli atteggiamenti che lo rendono sempre unico. Tutto si fonde con lo stato d’animo: l’affetto che costruisce giorno per giorno, insieme al rispetto.
E certo, ci sono righe sornione e pensieri che sembrano leccarsi i baffi, ops pardon, le vibrisse, come se il piatto prelibato fosse da poco consumato. E sono queste intense parole che ci fanno sorridere, che riempiono il cuore di semplice amore per una creatura tenera e nel contempo fedele alla sua natura.
La storia del gatto da biblioteca, adottato da un intera città ne racconta infatti, l’amore, la capacità caratteriale di essere unico, come tutte le piccole tigri.
La straordinaria e mistica logica del felino, che costruisce, con perfezione meticolosa, il suo mondo e trasmette un sentimento assoluto, nella concezione del Sé.
Ma il libro è altrettanto, la testimonianza della vita coraggiosa di una donna, delle sue età, errori, amori, incomprensioni: le sfide di una vita comune, ma eroica.
Ed è la storia di una piccola città, di un intera contea, attraversata dalle stagioni della crisi economica, dalle difficoltà di crescere e adattarsi al Mondo, al contesto, che supera le scelte cittadine.
Leggendo, ci ritroviamo.
Scopriamo il valore di un amicizia fondata sul sentimento.
Scopriamo che la vita, per quanto unica, sa essere simile, nel proporci i grandi temi con i quali dobbiamo confrontarci.
Dewey è un gatto, ma non sarà mai “solo un gatto”, perchè chiunque li ami sa molto bene come essi sappiano essere padroni del loro mondo, interagendo, per fortuna altrui, anche con il nostro.
“Io e Dewey” è un romanzo di vita e di speranza.
Marco Solferini
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Uomini che odiano le donne (Stieg Larsson)
“Uomini che odiano le donneâ€
Autore: Stieg Larsson
Dati: 2007, 676 p., brossura
Editore: Marsilio (collana Farfalle)
Un testo di vera eccellenza.
Una narrazione di rara capacità espressiva.
Efficacia, dinamismo, classe espositiva e dialettica discorsiva, si fondono in un Opera che merita la maiuscola.
Un libro che riesce ad appassionare e coinvolgere il lettore, trascinandolo in un mondo perfetto, dove il pathos, diventa realtà .
Personaggi che sono anche autori di se stessi. Incontrano e scontrano le emozioni e le caratteristiche che ciascuno di loro rappresenta, nell’incolto territorio dei rapporti umani.
L’anticonformismo di Lisbeth Salander.
Il perfezionismo della ragione di Mikael Blomqvist.
L’anarchia signorile e feudataria di Henrik Vanger.
Ciascuno conosce l’irriverenza del fato, quando la predestinazione diventa una sorta di egemonia irrazionale e viola i dogmi dell’aspettativa, facendo sì che, il lettore, diventi un protagonista assoluto.
Nel compiacimento intellettuale di una trama avvincente.
Parole essenziali: frecce appuntite che colpiscono il bersaglio. Diventano immagini, trasmettono sensazioni, persino il gusto del ritmo, trasmuta, dalle prime pagine fino all’epilogo.
Quel che era, non è ciò che rimane.
Più che l’inizio di una saga l’Autore, Stieg Larsson, ha posato una pietra miliare sul concetto di giallo nella narrativa o, se vogliamo, nel thriller all’americana.
Uno straordinario affresco che riesce a mettere sulla bilancia, il bene, che si presenta con le sue debolezze, i dubbi, persino le irritualità e i difetti che ogni uomo o donna, in cerca del giusto, reca nel suo bagaglio culturale. E il male: atavico, profondo, cosciente del suo potere padronale, che logora e corrode, sfociando nella mitomania superba di un odio spaventoso, per intensità ed autogiustificazione.
Con Larsson rivive il romanzo, quello vero, che vuoi conservare in bella mostra nella libreria di casa.
L’Autore è maestro d’orchestra e gioca abilmente a scacchi con il lettore, usando tutte le arti liberali, mescolando le carte con la retorica e applicando una dialettica che riesce, nella sintesi espositiva, a stimolare una riflessione di fondo.
Non una qualunque bensì, la condivisione alla base delle scelte, quelle che, per intenderci, noi tutti possiamo e dobbiamo compiere, per confrontarci con il nostro Io.
“Uomini che odiano le donne†è un ottimo romanzo, per tutte le età .
Marco Solferini
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