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Domenico Monteforte

Archivio di giugno 2009

 


Il Vascello nero (Sánchez Vidal Agustín)

Il Vascello nero


 

Autore: Sánchez Vidal Agustín

Genere: storico, avventura.

 

“Il Vascello nero†è un romanzo storico: ambizioso e molto ben organizzato.

il-vascello-neroL’Autore riesce ad amalgamare, con sapienza intellettuale e rigore storico narrativo, una vicenda documentata, contestualizzandola in un thriller dalle tinte forti.

La conoscenza sembra il filo d’Arianna, come sempre conduttore, nella scoperta dell’affascinante Andalusia, terra di valore, ricca di bellezza ed esotericamente legata ad un fascino atavico, quanto la virtù.

Il Perù degli Inca, della grande storia che le popolazioni precolombiane condividono con il Mondo intero e che da anni sono avvolte da molti misteri. Si comincia con l’età dell’oro, le vicissitudini che vedono co-protagonisti gli Spagnoli, i c.d. conquistadores, ma anche una cultura che si intreccia con la religione.

Leggendo impariamo ad apprezzare i riti e le tradizioni.

L’abilità dell’Autore riesce a ricamare spazi dedicati all’apprendimento, tramite i quali, noi possiamo carpire di un epoca del passato che molto ha da rivelarci.

Pagina dopo pagina, passiamo dalla scoperta alla ricerca, rivelando colpi di scena inaspettati: trame ben ordite, fra il leggendario e il semplicemente occulto.

C’è una crescita nello svolgimento che denota una particolare sicurezza espositiva e chiarificatrice.

La scrittura come mezzo per tramandare la verità è al centro di un analisi didattica che, nello stile, rivive e si rinnova.

Questo crea un indubbio senso di piacevolezza e di coinvolgimento, da parte del lettore, che potrà godersi spazi inaspettati: paesaggi godibili con gli occhi della mente.

Il tutto condito con dialoghi molto ben organizzati, personaggi che si sviluppano secondo una logica mai scontata, sempre originale, ma soprattutto credibile.

“Il Vascello nero†è un mix di avventura e mistero, certamente appassionante e intimamente legato all’animo dell’esploratore, che sopravvive ben oltre il bambino, che in tutti noi, diventa uomo.

 

Marco Solferini

giu

7

Poesie di Stefania Parolin

Appassionata di poesia Stefania Parolin si diletta nella scrittura di versi.

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giu

6

Il segreto di Itza Takil (Millaci)

Un giallo avventuroso scritto da Dora Millaci, una brava e sensibile autrice che collabora con la nostra associazione.

copertina-ridotta-2

l0opera narra con estrema semplicità, un complicato intrigo.

Il romanzo si divide in due parti. La prima è ambientata a Los Angeles; la seconda sulla disabitata isola di Itzà Takil.

Proprio quest’isola, apparentemente senza valore è il punto cruciale di tutta la storia. Tanto che un affarista senza scrupoli arriva ad uccidere per riuscire ad averla.

Il proprietario di Itzà Takil, dopo la messa in vendita della sua proprietà, subisce degli attentati. In un primo momento vengono attribuiti alla maledizione di un’antica statuetta Maya acquistata ad un’asta. Solo successivamente, dopo il ritrovamento di una pergamena con la mappa dell’isola, vengono alla luce oscure verità.

I personaggi si susseguono nella storia, per aiutare il lettore nella scoperta del vero segreto di Itzà Takil.

La lettura è scorrevole, mai noiosa, in alcuni tratti troviamo battute divertenti.

Tutti i riferimenti storico-geografici sono reali. Frutto di accurate ricerche. La storia invece è di natura totalmente fantastica.

Il lettore iniziate le prime pagine, si appassionerà al romanzo, parteggiando per uno o per l’altro dei tanti personaggi. Nella mente dell’autrice, hanno assunto caratteristiche uniche, ma così palpabili che ci si può addirittura immedesimare in uno di loro. Immergendosi nella storia, fino a vivere in prima persona questa straordinaria avventura. Tanti colpi di scena fanno sì, che è sconsigliato ai deboli di cuore.

Personalmente ci sentiamo di consigliarlo ai nostri utenti.

E’ possibile acquistarlo:

www.akkuaria.org/doramillaci

www.ibs.it

www.qlibri.it

www.libreriauniversitaria.it

giu

6

La formula di Pandora ( James Sheridan )

La formula di Pandora


Autore: James Sheridan
Genere: Azione, avventura

“La formula di Pandora†è un romanzo-evento


la-formula-di-pandoraInfatti, l’argomento trattato ha ingenerato una vera e propria Babele di polemiche, a tal punto che, un film, dapprima messo “in cantiere†è passato poi nella “soffitta di Pippoâ€, perchè giudicato “scomodoâ€.
Va subito detto, per quanti sono appassionati delle società segrete che, nel romanzo, troviamo il c.d. comitato Bildenberg, per la cui storia non ufficiale (ovviamente) rimandiamo alla pregiata enciclopedia Wikipedia.
Il romanzo affronta l’annosa questione: cura del cancro: il male del XXI° secolo.
Innanzitutto, occorre distinguere i fatti reali da quelli inventati.
E’ senz’altro vero che, l’oncologia e la c.d. prassi della chemioterapia, rappresentano, per un pool di società farmaceutiche, un business multimiliardario, su scala planetaria.
E’ altresì vero che, negli Stati Uniti d’America, intorno agli anni 70, cominciò ad affermarsi un movimento di medici, molto riservato, che prese il nome di “second opinion undergroundâ€, denominazione voluta per distinguersi dalla conformità, con la quale la elite del mondo sanitario affrontava certi dogmi della medicina.
Rientra sempre nell’alveo del vero che, per un lungo periodo di tempo, la cura per il cancro fu battagliata intorno al farmaco denominato “laetrileâ€, ricavato, in effetti, dai semi delle albicocche.
I fatti narrati, intorno a questi tre eventi, sono veritieri.
La storia invece, parte dal presupposto che una fuga di notizie coinvolge lo stato maggiore del potere americano il quale, per il tramite delle sue agenzie di servizi più o meno segreti, incomincia una caccia senza quartiere al destinatario inconsapevole di questo prezioso bagaglio di verità
Il protagonista è una sorta di professore/indagatore del poco probabile o, se vogliamo dello sconosciuto.
Permettendomi una citazione ad un grande del Fumetto, diciamo che si tratta di un “detective dell’impossibileâ€. Affiancato da una donna affascinante, quanto misteriora.
Romanzo dal ritmo incalzante.
Da leggere tutto d’un fiato, trascina il lettore in un vortice di colpi di scena: azione mozzafiato, ribaltamenti e situazioni ad alto contenuto di adrenalina.
Un mix esplosivo, di pregiatissima fattura.
Il significato a monte però, è angosciante, perchè l’Autore afferma, a chiare lettere, che il potere assume il controllo: brama la litania condizionante del decisionismo.
Questa è l’ammissione consapevole di quanti sono in grado di annullare la volontà dell’Io.
E’ il sistema, quello Orwelliano, la parabola di Nixon o, se vogliamo del celebre film “I tre giorni del condorâ€.
L’anarchia decisionale di un allevamento comune, la crescita di un alveare controllato da una società segreta: un potentato di imperativi verbali e aggettivi assoluti.
L’Autore ci insegna la spietatezza della c.d. negazione plausibile e il ragionamento che è alla radice dell’annullamento.
Il profitto diventa il veicolo, ma non lo scopo.
Il mantenimento dello status quo, dell’ordine, come della gerarchia, questo è il Dna della coscienza asservitasi ad un impero categorico: l’accettazione ultima. Il plagio della razza umana che trasforma gli aderenti ad un Obbedienza in burattini, per il sostegno del loro benessere, a danno di tutto ciò che non lo rappresenta.
La disuguaglianza che solo il potere può creare.
Questo lo scenario, tutto il resto è azione allo stato puro.
“La formula di Pandora†è un atto di coraggio, attraverso una grande inquietudine di fondo, quasi fosse la freccia di cupido intrisa d’amore per la verità: la sola in grado di renderci liberi.

Marco Solferini

giu

4

Guggenheim Museum di Frank Gehry

Una nave pronta a salpare


La strada che conduce dall’aeroporto al centro di Bilbao, città dei Paesi Vaschi nel nord della Spagna, permette una visuale dall’alto. Questa caratteristica potrebbe non destare alcun interesse, è vero. Ma se ci riferiamo alla città che ospita, dal 1997 uno degli esempi più alti e spettacolari d’arte contemporanea, allora vi assicuro che il particolare poc’anzi descritto fa la differenza. Quando ho attraversato quel ponte, mi trovavo in autobus, distrattamente guardavo il panorama ed a800px-guggenheim-bilbao-jan05mmiravo il sole che mi stava accogliendo, quando, improvvisamente e quasi per caso sentii che dovevo girarmi verso destra…non avevo sbagliato il momento…una barca scintillante e possente, simile ad una balena collodiana, maestosa ed elegante nel suo colore metallizzato era pronta a salpare. Stavo ammirando il Guggenheim Museum.

Una creatura liquida ed al tempo stesso ondeggiante, una serie di volumi interconnessi, un ammasso di 33.000 lamine in titanio, pietra calcarea e 2.500 lastre di cristallo per un contenitore d’opere d’arte che occupa una superficie di 24.000 metri quadri e che è diventato esso stesso opera d’arte.

Il museo venne inaugurato nel 1997 come parte di un piano di rivalutazione urbanistica intrapreso dalle autorità Vasche.

L’idea fu sin dall’inizio quella di una struttura che non solo si distinguesse nettamente dal contesto urbano, ma che si caratterizzasse per un aspetto provocatorio ed aggressivo.

L’edificio doveva essere motivo d’attrazione, indipendentemente da ciò che avrebbe poi ospitato. Sarebbe dovuto divenire il simbolo della rinascita della città, della rinnovata realtà artistica ed architettonica.

Il progetto venne realizzato da Frank O. Gehry, l’uomo dei sogni al titanio, capace di tramutare forme surreali ed oniriche in luoghi reali e funzionali. Costruito sul luogo di un vecchio terreno industriale, il Guggenheim si specchia sulle acque del fiume Nervìon che attraversa la città e su quelle di un laghetto artificiale posto ai suoi piedi, quasi ad indicare la volontà di integrazione della costruzione nella vita della città, un simbolo di continuazione ininterrotta tra l’esterno città e l’esterno/interno museo, un invito ad entrare negli spazi architettonici che ospitano le morbide forme dell’arte.

Però quelle del Guggenheim sono, per volontà dell’architetto, forme pure e disarticolate, asimmetriche e decomposte che si piegano senza alcuna precisa necessità, in un rincorrersi di ordine e disordine ove il caos funge da sublime elemento ordinatore, così com’è nella volontà del movimento decostruttivista.

Ed allora lo spettacolare spazio esterno prende vita e scivola quasi come una forma organica, come un pesce ricoperto di sottilissime squame di titanio. L’interno del museo, proprio in contrapposizione alla struttura esterna, appare più semplice e dalle tinte calde e neutre proprio per non distrarre il visitatore dalle opere in mostra ed accompagnarlo così alla scoperta delle 19 gallerie che si raccordano su questo spazio attraverso un sistema di passerelle sospese e curvilinee.

Il fulcro della costruzione è un enorme atrio che funge da cuore e spinge lo sguardo in due direzioni: verso il cielo se si guarda in alto e verso l’acqua se si guarda ai  pannelli di cristallo ove la vista si rilassa dinanzi al laghetto artificiale, anch’esso parte integrante dello spazio espositivo, ed al fiume. Ed è qui che forme sinuose ci avvolgono come in un ventre materno.

Tutto ha inizio dalla creazione e per questo è d’obbligo passare nell’accogliente e familiare atrio ogni qual volta si voglia visitare una delle gallerie che si snodano attorno a questo fulcro. Inizia così un viaggio alla scoperta di installazioni ed opere d’arte contemporanea quasi cullati dalla luce che filtra e si diffonde attraverso il cristallo di quest’enorme contenitore creato dalla mente di chi come Frank O. Gehry è in grado di decostruire ciò che è costruito, “…accartocciare edifici, sgretolare la forma reinventandola per darle nuova vita, adagiare gigantesche balene in piazze di cemento…†e che rimane inconsciamente legato al soprannome del passato, quando povero ed emarginato veniva chiamato “pesceâ€.

Elisa Lucarelli

giu

3

Uno Sport pericoloso? :-)

Un breve filmato realizzato da Giuseppe Pillitteri, sommozzatore professionista e collaboratore della Social Benefit Onlus.
In quel di Lampedusa in un immersione diciamo singolare :-)


giu

3

Mozart e Salieri: Il destino di due protagonisti

MOZART E SALIERI: IL DESTINO DI DUE PROTAGONISTI

Quando Milos Forman, regista cecoslovacco, negli anni ’80 decise di girare il film Amadeus trovò che l’ambientazione migliore fosse quella della Praga in cui vigeva il rifiuto di ogni forma di progresso tecnologico, accompagnato dalla negligenza e dalla trascuratezza dell’allora regime comunista. Questo aveva permesso di conservare i monumenti così come lo erano sempre stati, evitando ogni pur necessaria forma di restauro e finendo per far apparire Praga, mozartantica, vetusta e decadente, così come lo era la Vienna del 1781. Il film di Milos Forman racconta la vita di Wolfgang Amadeus Mozart, enfant prodige alle corti di mezza Europa, compositore d’incomparabile talento, capace di lasciare un corpus di circa settecento opere nonostante la morte precoce a trentacinque anni.

Amadeus rilegge la parabola del giovane autore salisburghese dalla prospettiva del suo rivale, Antonio Salieri, compositore di corte presso l’imperatore austriaco Giuseppe II. Attraverso una narrazione basata su flashbacks dal 1823 un Salieri ormai anziano, ospite del manicomio di Vienna, ci riporta ai suoi anni giovanili per confessare il suo tremendo segreto ad un incredulo giovane prete, quando riconobbe nello spontaneo genio musicale di Mozart, volgare e libertino, la dimostrazione incontrovertibile della propria mediocrità, e decise di votare i propri sforzi alla distruzione dell’antagonista (fatto mai provato storicamente), odiato ed apprezzato allo stesso tempo.

L’opera del regista cecoslovacco prende avvio da una leggenda secondo cui Mozart sarebbe stato avvelenato per gelosia da Antonio Salieri. Già il poeta e scrittore russo Aleksandr Sergeevic Puskin credette a queste voci, e nel 1830 scrisse Mozart e Salieri, un brevissimo dramma in versi, in cui un Salieri roso dalla gelosia commissiona all’odiato rivale Mozart un Requiem, con l’intento di rubarglielo, una volta avvelenato, e spacciarlo per suo. Per la trovata, l’autore russo si ispirò probabilmente al fatto che il Requiem di Mozart fu commissionato dal conte Franz von Walsegg, che infatti voleva spacciarlo per proprio durante le esequie della propria consorte.

È del 1978 un successivo adattamento della vicenda mozartiana: Amadeus, del drammaturgo Peter Shaffer.

La vicenda prende le basi dal lavoro di PuÅ¡kin e ne amplia la portata. Rimane l’invidia di Salieri e il Requiem commissionato da un uomo vestito di nero (Salieri mascherato), ma il tutto viene approfondito e, soprattutto, la narrazione avviene ad opera di Salieri stesso. Nel 1984 il dramma di Shaffer viene antonio-salieri-1portato al cinema da MiloÅ¡ Forman con Amadeus, dove però vengono ammorbiditi i lati negativi del personaggio di Salieri anche se quest’ultimo viene comunque raffigurato, contrariamente a quanto emerge dalle biografie, come un vanaglorioso prigioniero della propria pochezza. Antonio Salieri in verità, fu un valente compositore, finanche maestro di Beethoven e Liszt.

Ad ogni modo, a parte alcune licenze storiche, tutto nell’opera di Forman è superbamente in equilibrio, dalla sceneggiatura di Peter Shaffer, alla ricostruzione accurata e minuziosa della scenografia delle opere rappresentate in quell’epoca a Vienna. In maniera perfetta è descritto il percorso che porta Salieri dal paradiso della notorietà, all’inferno dell’autoriconoscimento della sua mediocrità. Alla fine più che Mozart è proprio Salieri a suscitare maggior pena; infatti la storia finirà per dare ragione al grande Wolfgang, rendendo sempre eterna la sua musica ed elevandolo ad artista supremo; il povero Salieri, invece finirà per essere completamente dimenticato, con le sue opere che subiranno il più supremo degli affronti che ad un musicista possa essere riservato: quello di annegare nell’oblio. Registicamente ineccepibile, Forman torna nella “sua” Praga trasformandola nella Vienna settecentesca. Splendidi gli esterni dove Mozart torna a casa all’alba muovendosi incerto nei vicoli innevati; le scene dell’opera in cui Salieri esulta per l’insuccesso ma è intimamente schiacciato dalla forza della musica; gli sfarzosi, curatissimi interni delle case signorili e il lento scivolare del film in una dimensione più intima, in un’atmosfera avvolta nella penombra che annuncia la morte del giovane Mozart.

Ed anche il film segue visivamente e musicalmente il destino del compositore, passando dalla luce dell’inizio alle atmosfere cupe del finale. Man mano che il film avanza si incupisce, portando alla luce tristezza e solitudine, che rendono simili i destini dei due protagonisti. Salieri non è visto quindi come un uomo cattivo, ma piuttosto come un uomo disperato, incapace di fare fronte alla realtà, di rassegnarsi ai successi di Corte che ora gli sembrano modesti, resi tali da una giuria di incapaci senza orecchio, e Mozart d’altra parte non è un genio strafottente, ma un ragazzo ingenuo e dai modi fanciulleschi, senza la diplomazia necessaria per introdursi negli ambienti giusti, che si rifiuta di correggere la sua musica per seguire le sciocche leggi della diplomazia, perché la vede per ciò che è ovvero Musica.

Anch’egli quindi prigioniero del proprio genio. E questi mondi si toccheranno senza integrarsi, nella magistrale parte finale dove Mozart morente detta il Requiem K. 626 a Salieri, interdetto dalla facilità con la quale escono un insieme di note che compongono sulla carta una melodia perfetta, che dentro di sé legge con ammirazione, mentre la musica fisicamente accompagna il tardivo ritorno della carrozza della moglie di Mozart a casa, e sottolineano il suo funerale senza che il Requiem abbia visto la fine, dove il corpo di Mozart viene gettato senza nessun onore in una fossa comune. L’ultima segreta sconfitta di Salieri, beffato ancora da Dio che gli strappa dalle mani lo strumento della propria vendetta.

Per l’epilogo si fa ritorno in manicomio, che Forman identifica come luogo di verità inascoltate, dove l’animo umano si mostra in tutta la sua semplice fragilità, dove si perdono le ultime parole di Salieri: “Dio ha ucciso Mozart, perché non fosse intaccato da nemmeno un barlume di mediocrità, e ha costretto me ad assistere al mio disfacimento. La mia musica che diventava ogni istante più sbiadita…â€

Elisa Lucarelli

giu

3

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