Luci nel carnevale romano
LUCI NEL CARNEVALE ROMANO
“Il Carnevale a Roma non è una festa data al popolo, ma una festa che il popolo dà a se stesso. Il governo non fa né preparativi né spese.
Non illuminazioni, non
fuochi artificiali, non processioni splendide, ma un semplice segnale che autorizza ciascuno ad essere pazzo e stravagante quanto gli pare e piace, ed annunzia che, salvo le bastonate, e le coltellate, tutto è permessoâ€.
Così scriveva Goethe nel 1788 per descrivere la meraviglia che Roma, tra i suoi tanti vicoli, offriva ai turisti nel periodo del Carnevale, un insieme di colori, luci, grida e risate.
Non il composto ed altero scenario delle calle veneziane, ma folla impazzita, cavalli in corsa e maschere stravaganti.
Il Carnevale romano, a partire dall’anno Mille divenne uno degli appuntamenti più desiderati.
Si attendeva l’editto papale e, solo allora, poteva avere inizio la grande festa.
Palcoscenico favorito, Piazza Navona con le corride e tornei cavallereschi, p
oi si aggiunse il Monte Testaccio, allora quasi ai confini della città in direzione sud, dove i divertimenti erano più plebei e ridanciani.
Ospiti d’eccezione Rugantino, Meo Patacca e Pasquino, maschere ispirate al tipico popolano romano, spaccone ed arrogante, timorato di Dio ma non del papa che viveva sempre sul filo del processo e del rogo.
La Corsa dei Berberi era la manifestazione più attesa.
Cavalli lanciati senza fantino in mezzo alla folla, partivano da Piazza del Popolo, percorrevano il Corso per arrivare a tagliare il traguardo
in Piazza Venezia tra l’eccitazione degli spettatori.
La manifestazione invece più suggestiva, era senza dubbio la Festa dei Moccoletti, nell’ultimo giorno del Carnevale. I romani uscivano di casa con una candela od una lanterna in mano, tante piccole luci si muovevano inondando le strade della città . T
ra la folla, ognuno doveva cercare di spegnere la candela alla persona di sesso opposto, chi aveva il moccoletto spento doveva togliersi la maschera, e così a poco a poco moriva il Carnevale ed i romani tornavano ad essere i cittadini di sempre.
Così Gioacchino Belli nel 1847 “…finarmente è spicciato carnovale, corze, balli, commedie ogni ariduno, so tornate le cennere e er digiuno. Er carnovale è morto e seppellito: li moccoli hanno chiuso la funzione, nun ze ne parla più, tutto è finito …â€.
Elisa Lucarelli
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