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Domenico Monteforte

A single man - L’opera prima di Tom Ford

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L’opera prima di Tom Ford, stilista di Gucci e Yves Saint-Laurent, è  la storia di George Falconer un uomo alla ricerca di una ragione per continuare ad ordire il filo dell’esistenza dopo l’ incidente costato la vita al suo grande amore, un viaggio interiore intessuto di sommessa amarezza, un ricamo di ricordi pungenti nell’intreccio dei dettagli di un’intera lunga giornata.

Il film ha una lieve intensità sensuale ed un’eleganza formale che non lasciano alcun dubbio che Ford abbia stoffa non solo per la haute couture e le borse prêt-à-porter, ma anche per drappeggi significativi nel regno della celluloide. “A single man”, come si poteva supporre, è bello da vedere, troppo bello, in effetti. La devozione del regista allo stile può forviare l’attenzione dello spettatore, spesso distratto dai differenti livelli di saturazione delle immagini degli attori che permettono a Ford di evidenziarne, talvolta in modo banale e insistito, i diversi stati d’animo e umori, da esplosioni di coloratissime tavolozze nei fiori di cui è disseminata la pellicola o dal vestito turchese della bambina dei vicini, prezioso come un vaso in biscuit, dal bianco e nero dei flashback che avviluppa e riscalda i ricordi, da alcuni dettagli patinati da pubblicità Calvin Klein ad orlare le fattezze degli attori, dalle volute di fumo che ammiccano a capolavori di maestri del cinema come Hitchcock e Wong Kar-wai.

La superficie lucida di “A single man” può andar contro la prosa fresca ed essenziale di Christofer Isherwood, autore del romanzo da cui il film è liberamente tratto, ma la trama colpisce e pone importanti interrogativi sull’amore, la morte e la necessità di vivere nel presente, racconta una storia semplice e del tutto universale sul sapere apprezzare le piccole cose della vita. Inquadrature, colori, fotografia e scenografia stabiliscono un immediato senso di estraniamento nello spettatore, ma lo stilista-regista riesce proprio grazie alla sua pulizia e sobrietà a confezionare un pezzo di ottima fattura, come nelle migliori sartorie. Così come sta a pennello l’abito cucito addosso all’attore principale, Colin Firth, magistrale nella sua interpretazione di George, dolente e silenzioso professore universitario che insegna Huxley a studenti annoiati che lo guardano con curiosità quando la lezione si sposta sulle minoranze invisibili e sulla paura. Il gran peso che il regista attribuisce a Firth suggerisce che Mr. Ford sappia quanto prezioso sia un ottimo attore per il suo debutto.

Anche il montaggio di Joan Sobel obbedisce al paradigma Ford: fluido e scorrevole, senza strappi, smagliature o grossolani colpi di forbice.

Tuttavia lo stilista non è a suo agio con gli attori in movimento, ha qualche difficoltà ad essere convincente quando persone e oggetti sono impegnati in modo dinamico piuttosto che graziosamente disposti, e a volte si intuisce troppo chiaramente, e con un certo fastidio, che il suo gusto impeccabile è diretto al massimo della vendita e dell’incasso.

“A single man” è sicuramente un po’ troppo squisitamente vestito ma, grazie all’interpretazione di Firth, un personaggio che resta impresso, un uomo diverso, tormentato dal dolore ordinario e ossessionato dalla gioia, un uomo a pezzi e tuttavia come tutti gli altri.

Barbara Cardella

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  1. ottimo blog

    Commento di andrea — 25 febbraio 2010 il 00:17

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