Archivi per la categoria ‘Opere D'Arte’
Opere di Alessandro Iacopelli
I materiali utilizzati sono: alluminio 6/10, Â legno di abete il quale si presta molto bene alla modellazione pur mantenedo un ottima resistenza, la stuccatura, per poi finire con una verniciatura a spruzzo sintetica.
Il risultato lo lasciamo giudicare a voi
Nessun commento »25
Wagner a Neuschwanstein
NEUSCHWANSTEIN: TRA MUSICA E FOLLIA
Eretto su una roccia, sopra la gola di Pollat, dal 1869 il Castello Neuschwanstein domina e controlla tutto ciò che è intorno, sospeso e sorretto dalle nuvole che ne inc
orniciano la figura così da farlo apparire solo come una visione.
È qui che il re di Baviera Ludwig II creò il suo rifugio, lontano dai pettegolezzi di corte e da quel mondo che tanto disprezzava.
Neuschwanstein fu il primo castello che il Re fece edificare.
Il sovrano curò personalmente la scelta del luogo dove erigere la costruzione del castello, alla ricerca di un angolo nel quale ogni stagione evidenziasse la bellezza della fortezza e, il frequente fenomeno delle nuvole basse potesse ricreare un’atmosfera fiabesca ed impalpabile.
Ludwig concepì Neuschwanstein come un paradiso ultraterreno dove far rivivere i suoi sogni e rifugiarsi da una realtà che lo avrebbe voluto partecipe degli eventi politici del Paese.
Progettato dallo scenografo Cristian Jank, lo fece costruire nello stile dei castelli cavallereschi medievali, forte della sua ossessione di usare l’architettura come una scenografia di quelle saghe nordiche che lo appassionavano e che, il suo amico Richard Wagner, trasponeva superbamente in musica.
Una forte ammirazione legava il sovrano al musicista delle saghe nordiche e, infatti, quando nel 1864 Maximilian II re di Baviera si spense, lasciando in eredità al figlio Ludwig II la corona, questo dichiarò che l’unico provvedimento urgente da prendere era quello di condurre Richard Wagner a Monaco.
Il “Divino mio unico Tuttoâ€, così era solito riferirsi al compositore, fu spesso ospite a Neu
schwanstein e fu proprio il sovrano a garantirgli la serenità necessaria per comporre, data la pensione di ben 8000 fiorini che gli corrispondeva, fino a quando però fu costretto ad allontanarlo a causa delle lagnanze del Governo: Wagner era troppo costoso per le casse dello Stato.
Seppur lontano, Ludwig poteva continuare a rivivere le meraviglie del genio wagneriano solo passeggiando tra le stanze del suo incantevole castello.
Gli interni sono infatti sfarzosi omaggi alle opere ed al mondo ideale di Richard Wagner, dalla Sala dei Cantori ornata da raffigurazioni del Parsifal, alla stanza da letto dove primeggiano le scene del Tristano e Isotta.
Ed è tra queste mura, anche se solo per pochi mesi, che il sovrano alimentò il suo amore per la solitudine e nutrì gli stessi ideali che ispirarono il compositore di Lipsia: la libera individualità contrapposta alla società ed alle leggi del “dover essereâ€, l’umanità lancia
ta in una sfida di morte, il mito inteso non più come chiave per interpretare la realtà , bensì come mondo fuori dal tempo e dalla volontà in cui per agire è necessario essere sapienti, puri e soprattutto folli, quella follia che porterà , così come Sigfrido, anche Ludwig alla morte.
Il cadavere del Re verrà trovato nelle acque del lago di Stanberg, forse tradito, come Sigfrido da Brunilde, dai suoi stessi ministri che lo credevano pazzo.
O forse che l’imperatrice Elisabetta di Baviera aveva ragione nel considerarlo non un folle, ma solo eccentrico amante dei sogni e dell’ideale romantico, di quello Sturm und Drang tanto caro ai tedeschi che è stato capace di consumare l’ultimo vero sovrano di Baviera, il Re che da Neuschwanstein poteva, con un solo sguardo dominare, illudendosi, l’indominabile: la Natura.
Avv. Elisa Lucarelli
22
Alcuni scatti dalla Biennale di Venezia
Alcuni veloci scatti di Martina Colajanni riguardanti la Biennale di Venezia, in attesa del servizio completo che potrete visionare a breve.
14
Guggenheim Museum di Frank Gehry
Una nave pronta a salpare
La strada che conduce dall’aeroporto al centro di Bilbao, città dei Paesi Vaschi nel nord della Spagna, permette una visuale dall’alto. Questa caratteristica potrebbe non destare alcun interesse, è vero. Ma se ci riferiamo alla città che ospita, dal 1997 uno degli esempi più alti e spettacolari d’arte contemporanea, allora vi assicuro che il particolare poc’anzi descritto fa la differenza. Quando ho attraversato quel ponte, mi trovavo in autobus, distrattamente guardavo il panorama ed a
mmiravo il sole che mi stava accogliendo, quando, improvvisamente e quasi per caso sentii che dovevo girarmi verso destra…non avevo sbagliato il momento…una barca scintillante e possente, simile ad una balena collodiana, maestosa ed elegante nel suo colore metallizzato era pronta a salpare. Stavo ammirando il Guggenheim Museum.
Una creatura liquida ed al tempo stesso ondeggiante, una serie di volumi interconnessi, un ammasso di 33.000 lamine in titanio, pietra calcarea e 2.500 lastre di cristallo per un contenitore d’opere d’arte che occupa una superficie di 24.000 metri quadri e che è diventato esso stesso opera d’arte.
Il museo venne inaugurato nel 1997 come parte di un piano di rivalutazione urbanistica intrapreso dalle autorità Vasche.
L’idea fu sin dall’inizio quella di una struttura che non solo si distinguesse nettamente dal contesto urbano, ma che si caratterizzasse per un aspetto provocatorio ed aggressivo.
L’edificio doveva essere motivo d’attrazione, indipendentemente da ciò che avrebbe poi ospitato. Sarebbe dovuto divenire il simbolo della rinascita della città , della rinnovata realtà artistica ed architettonica.
Il progetto venne realizzato da Frank O. Gehry, l’uomo dei sogni al titanio, capace di tramutare forme surreali ed oniriche in luoghi reali e funzionali. Costruito sul luogo di un vecchio terreno industriale, il Guggenheim si specchia sulle acque del fiume Nervìon che attraversa la città e su quelle di un laghetto artificiale posto ai suoi piedi, quasi ad indicare la volontà di integrazione della costruzione nella vita della città , un simbolo di continuazione ininterrotta tra l’esterno città e l’esterno/interno museo, un invito ad entrare negli spazi architettonici che ospitano le morbide forme dell’arte.
Però quelle del Guggenheim sono, per volontà dell’architetto, forme pure e disarticolate, asimmetriche e decomposte che si piegano senza alcuna precisa necessità , in un rincorrersi di ordine e disordine ove il caos funge da sublime elemento ordinatore, così com’è nella volontà del movimento decostruttivista.
Ed allora lo spettacolare spazio esterno prende vita e scivola quasi come una forma organica, come un pesce ricoperto di sottilissime squame di titanio. L’interno del museo, proprio in contrapposizione alla struttura esterna, appare più semplice e dalle tinte calde e neutre proprio per non distrarre il visitatore dalle opere in mostra ed accompagnarlo così alla scoperta delle 19 gallerie che si raccordano su questo spazio attraverso un sistema di passerelle sospese e curvilinee.
Il fulcro della costruzione è un enorme atrio che funge da cuore e spinge lo sguardo in due direzioni: verso il cielo se si guarda in alto e verso l’acqua se si guarda ai pannelli di cristallo ove la vista si rilassa dinanzi al laghetto artificiale, anch’esso parte integrante dello spazio espositivo, ed al fiume. Ed è qui che forme sinuose ci avvolgono come in un ventre materno.
Tutto ha inizio dalla creazione e per questo è d’obbligo passare nell’accogliente e familiare atrio ogni qual volta si voglia visitare una delle gallerie che si snodano attorno a questo fulcro. Inizia così un viaggio alla scoperta di installazioni ed opere d’arte contemporanea quasi cullati dalla luce che filtra e si diffonde attraverso il cristallo di quest’enorme contenitore creato dalla mente di chi come Frank O. Gehry è in grado di decostruire ciò che è costruito, “…accartocciare edifici, sgretolare la forma reinventandola per darle nuova vita, adagiare gigantesche balene in piazze di cemento…†e che rimane inconsciamente legato al soprannome del passato, quando povero ed emarginato veniva chiamato “pesceâ€.
Elisa Lucarelli
3
Francois Auguste René Rodin
GLI ATTIMI DI QUELLA REALTA’ IMPERFETTA
Ed eccoci nuovamente a Parigi, questa volta in Rue de Varenne, nel settimo arrondissement, non distanti dalla lucente cupola d’oro dell’ospedale militare “Les Invalide
s”. Da lontano si intravede un palazzo settecentesco, i lineamenti morbidi e le calde tinte.
È l’Hotel Biron, che diviene ancora più bello nei pomeriggi d’autunno quando, passeggiando nel parco che lo circonda, è possibile percepire il silenzio delle foglie cadere sui viali, nell’acqua del piccolo laghetto o su una delle creazioni del Maestro…perché potrebbe essere solo un’illusione pensare di essere soli a godere di tali atmosfere.
Tra gli alberi, i viali e l’aria infatti, si ergono, come tante figure magmatiche Il Pensatore, assorto nella sua meditazione, Balzac avvolto nel mantello che osserva indignato il genere umano, I borghesi di Calais ed il loro sacrificio. Francois Auguste René Rodin, scultore francese che portò freschezza e vigore all’arte di quel periodo ormai imprigionata in obsoleti canoni accademici, trascorse gli ultimi anni della sua vita, qui, nel cuore di Parigi, tra il 1908 ed il 1917.
Un anno prima di morire destinò allo Stato tutte le opere in suo possesso e le lasciò nella sua casa con lo scopo di creare un museo. E così fu. Il 4 agosto 1919, due anni dopo la sua morte, venne inaugurato il Museo Rodin. All’Ecole des Beaux – Arts non credevano certo che questo ragazzo, nato in un quartiere operaio di Parigi, fosse dotato, dal momento che rifiutarono per ben tre volte di ammetterlo. Questa circostanza però, per Auguste Rodin forse, fu solo una fortuna visto che ebbe l’occasione di formarsi in una scuola dove, accanto agli studi più tradizionali, si affiancavano metodi meno convenzionali come la tecnica del disegno da modelli in movimento. Così la sua arte crebbe “diversa” come differenti furono le sue sculture.
Corpi in movimento che si abbracciano o si accovacciano in una continua tensione muscolare ed insieme creativa. Le posizioni che i modelli assumevano per lui, non erano mai imposte, questi adottavano gli atteggiamenti che più erano naturali. Rodin li lasciava camminare nudi nel suo studio per poter cogliere gli attimi che rispondevano alla sua idea creativa, per catturarli,
come un osservatore della vita, consapevole dell’impossibilità di arrestare la realtà.
Quasi come se in una folle corsa tentasse di avvicinare, senza spaventarli, gli animali di un bosco.
Un contesto dunque primitivo ed animalesco che richiama all’antico, alla vita così come nelle origini, capace di liberarsi lentamente dalla materia per sorgere sempre imperfetta e mai finita, perché in fondo questo è l’uomo.
È proprio la tematica del “non finito”, di radici michelangiolesche, che accompagnerà tutta la creazione artistica dello scultore francese.
Ed ecco allora che troviamo capelli sciolti che si perdono nella materia bianca, il viso di una donna che si confonde con il cuscino su cui dorme, i corpi di Paolo e Francesca che si uniscono alle nuvole di marmo, nella commovente interpretazione del V canto dell’Inferno dantesco.
Forme e contorni, così come era nell’ideale romantico, che si sfumano e si perdono nello spazio; così è il frammento in cui, alcune parti si sono perse ma che la mente riesce a ricostruire.
Troviamo dunque donne senza braccia in meditazione e mani che fungono da unico soggetto scultoreo perché, in fondo, “le opere d’arte degli antichi sono giunte a noi spesso sottoforma di frammento ma in grado di esprimere la vita nella forma più compiuta, grazie ad un equilibrio fra idealizzazione e realismo”.
Quel realismo ricercato
fino all’estremo, anche nelle patine finali, utilizzando gli agenti atmosferici. Infatti “solo la polvere e la sporcizia, depositandosi nelle fessure, accentueranno la profondità” del bronzo e del marmo, “l’acqua piovana ne esalterà le parti in rilievo ossidandole”. Auguste Rodin ci ha lasciato un’eredità carica di sensualità e forza espressiva, di realtà in continuo divenire e sempre imperfetta.
Ora è possibile ammirare le sue opere passeggiando tra le stanze del palazzo o nel tranquillo giardino.
Mi piace pensare che lo spirito dell’artista sia lì ad osservare le sue opere tutte realmente incomplete e belle, consapevole di aver trasmesso la leggerezza di un abbraccio con un Bacio, dove razionalità e passione si intrecciano travolgendo, aver comunicato la ricerca estrema della verità nell’intensità espressiva di un uomo seduto, Il pensatore. Nel 1877 il giornale “L’Etoile belge” scriveva: se ha attirato l’attenzione a causa della sua diversità, la mantiene grazie ad una qualità tanto preziosa quanto rara: la vita.
Avv. Elisa Lucarelli
16






























































