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La Tomba di Alessandro - Valerio Massimo Manfredi
La Tomba di Alessandro: L’enigma
Autore: Valerio Massimo Manfredi
Genere. archeologia, storia.
“La tomba di Alessandro†è il nuovo, atteso, romanzo di Valerio Massimo Manfredi.
Scrittore e archeologo, di indiscutibile successo, ormai patrimonio letterario e culturale contemporaneo, l’Autore ci propone, dopo la precedente pubblicazione dedicata a Giulio Cesare, un altro grande del passato.
E’ Alessandro Magno: il conquistatore, il grande macedone.
Un uomo che, giovanissimo, morto a soli 33 anni, è riuscito in un impresa leggendaria, che ha trasformato il mito in realtà .
Il suo impero e le sue vittorie non conoscono eguali e la sua memoria si è tramandata nel tempo.
La sua tomba, il luogo cioè dove riposano le spoglie mortali dell’eroe epico, dell’imperatore e del guerriero, è un mistero ancora irrisolto, che l’Autore definisce “enigmaâ€.
La considerazione da cui partire è che, ad oggi, in tanti hanno cercato la tomba di Alessandro, scavando nel passato polveroso dei libri, delle citazioni, delle pergamene e anche nella terra vera e propria, in Egitto come in Macedonia, Grecia e persino nel Vicino Oriente, ma della tomba nessuna traccia.
Manfredi, che è un abile archeologo, ma riesce a qualificare le sue esposizioni con lo stile dello storico, documenta in modo sensibile e nel contempo espositivo, le fonti.
Mette ordine e raziocinio fra le tante teorie e ci offre una sorta di indagine conoscitiva: appassionante, snella, ben organizzata, in modo che questa possa essere letta e condivisa da chiunque.
Tante sono le teorie, intriganti e a tratti misteriose, in particolare legate alla doppia natura dell’uomo Alessandro, che fu certo figlio di Rè, ma ricevette l’investitura divina in Egitto, presso l’oracolo di Menfi.
La storia della sua morte è anche la narrazione della fine di un mondo, in particolare del “come sarebbe stato†se questo geniale combattente, ma anche abile uomo, conoscitore della realtà e forse umanista del contemporaneo, avesse potuto governare un vastissimo impero, fatto di differenze profonde.
E’ naturalmente una testimonianza del passato che ci spiega anche la politica di palazzo, le ambizioni dei generali, la storia di una Famiglia imperiale, perchè la natura dell’uomo sempre accompagna l’evoluzione, dal passato fino ai giorni contemporanei.
L’epicentro è la morte di Alessandro, che nel testo è spiegata oltre il complotto, con ragioni assai rigorose e scientifiche: di natura medica.
Una tomba che fu, almeno fino al momento in cui se ne persero le tracce, quando cioè egli riposava in quel di Alessandria, la città che porta ancora oggi il suo nome e che fu lui stesso a fondare, oggetto di veri e propri pellegrinaggi, da parte dei grandi del passato. Imperatori che volevano omaggiare il grande Rè.
Molte sono le citazioni che l’Autore ci propone e leggerle è davvero un piacere.
Come altri scritti di Manfredi, anche questo si inserisce in quella che mi piace pensare come una biblioteca personale per quanti condividono il gusto di assaporare la storia come fonte di conoscenza, di indagine, ma anche come una compagna avventurosa: testimonianza di un passato avvincente.
E’ un libro da comperare, da regalare, sul quale appuntare forse quella comprensione che può essere un bagaglio culturale per noi tutti, allo scopo di elevarci dalla massificazione odierna che sterilizza le idee e rende superficiali gli ideali.
Marco Solferini.
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La Biblioteca dei morti - Glenn Cooper
Genere: mistero, drammatico, thriller.
“La Biblioteca dei morti†è un romanzo di Glenn Cooper, avvocato americano, scrittore esordiente, che firma la sua prima opera letteraria.
E’ un esordio di successo ed il sicuro prologo ad una carriera che arricchirà e appassionerà i lettori ed amanti della carta stampata.
La trama è suddivisa in due filoni narrativi, abilmente intrecciati.
Il primo, è contemporaneo: comincia con le misteriose cartoline che un presunto serial killer invia alle sue vittime e sulle quali è impresso il giorno della loro morte.
L’indagine è affidata ad un agente dell’FBI, di nome Will Piper che, se da un lato è un geniale profiler, si accompagna ad un passato autolesionista e distruttivo, che lo ha portato alle soglie della pensione tormentato da parecchi rimpianti e un problema con l’abuso di alcolici.
Accanto a lui, una giovane ed impeccabile agente di Quantico, Nancy che lo affiancherà , scoprendo l’uomo oltre il detective.
E’ un mistero quello che i protagonisti devono affrontare: le morti di uomini e donne che non si conoscevano e che vedono in quella cartolina anonima, il loro unico minimo comune denominatore.
Ma la risposta è concepita nel secondo filone narrativo che si snoda nel passato, sul finire dell’anno 700. In un isola dell’Inghilterra, presso un Monastero osservante la regola di San Benedetto, dove una profezia porta alla nascita di un bambino prodigio.
Le conseguenze di questa nascita, si sono tramandate nel tempo, fino ai giorni nostri, custodite nel luogo più impenetrabile: l’Area 51.
Nel testo si rivela la sua origine, a partire dal dopoguerra e l’Autore è veramente bravo nel saperla gestire, con il filo conduttore della passione, dell’intrigo, ma anche della ragione.
Un immagine realistica che non rinuncia al mistero, ma getta un orma solida di verità , sulla natura della più celebre fra le installazioni segrete contemporanee.
La storia tuttavia, non è l’epicentro di questo romanzo.
Ci sono infatti anche gli uomini e la vita.
I protagonisti, che sono condizionati dal fato, che sentono il peso ineluttabile del passato e agiscono spesso in preda alle emozioni. Forse schiavi di quelle circostanze che ci illudiamo, noi tutti, di poter controllare, ma che spesso ci guidano e ci osservano, facendoci sentire parte del destino, solo quando agiamo.
L’Autore è certamente un amante del fumetto, in quanto ci sono pregiate citazioni ai “comics†ed è probabilmente anche un conoscitore ed estimatore del cinema, specie quello classico americano, in quanto non pochi sono i riferimenti che si trovano nel testo e che sono sempre cordiali, dotti e davvero molto apprezzabili.
La narrazione è fluida: ben concepita. Non è mai pesante, anzi è scorrevole, esplicativa, dotata di un buon tenore descrittivo che non sottrae nulla ai dialoghi, molto ben congegnati, mai banali e ampiamente in grado di caratterizzare i personaggi.
E’ un romanzo certamente consigliato agli amanti del mistero, del thriller, ma anche, se non sopratutto, per quanti credono che un buon testo sia tale a prescindere dagli argomenti: da leggere.
Salutiamo con un caloroso benvenuto questo scrittore che ci ha regalato anche un sito internet da cui è possibile leggere che presto ci sarà un seguito alla Biblioteca dei Morti e noi tutti lo attendiamo con ansia.
Marco Solferini
7
AVATAR
AVATAR
Quindici anni e questa è la storia?
E’ impossibile valutare appieno “Avatarâ€, l’eco-opera dalla lunga e complessa gestazione di James Cameron, se si esaminano separatamente le meraviglie tecnologiche del film e le facilonerie della narrazione. Le accuratissime immagini che il regista di Titanic ci propone sul grande schermo in 3D sono un vero successo sul piano visivo, ma la storia è una totale rielaborazione che manca di qualsiasi guizzo di originalità e di autenticità emotiva.
Anno 2154. La Terra è in pericolo e gli Stati Uniti (chissà poi perché soltanto loro), inviano soldati e scienziati sul pianeta Pandora, distante milioni di anni luce, alla ricerca di un minerale prezioso, che aiuterà a salvare il pianeta dal disastro ecologico. Sin dalla prima incursione sul suolo alieno arrivano inevitabili i richiami alla guerra in Vietnam suggeriti dalle scene di elicotteri futuristici che calano impietosi su giungle verdi e montagne fluttuanti, una terra piena di insetti esotici, rettili volanti giganteschi e uccelli, bestie temibili come dinosauri, e ferocissimi cani glabri. I Na’vi, gli abitanti del pianeta alieno, sono realistici come ci si può aspettare da gatti bipedi blu alti tre metri e coperti di macchie bioluminescenti. Eppure seducono il pubblico con le loro sembianze feline e l’innegabile destrezza e sensualità delle movenze. L’immagine è un trionfo, l’animazione in 3D nella sua strabiliante magnificenza diventa un incoraggiamento per lo spettatore a scrollarsi di dosso un modo obsoleto di interpretare l’esperienza cinematografica e a reinterpretarla come se fosse parte integrante della proiezione. Come ha scritto Enrico Ghezzi, nel film “la terza dimensione siamo noi spettatori, sollecitati a correre oltre la velocità della luce sulle nostre gambe-occhio intorpidite”. Tuttavia, anche se visivamente perfetto, Avatar soffre di una narrazione che è poco originale e spesso estremamente noiosa e prevedibile, e di uno script che manca di connessione emotiva. E’ un peccato che Mr. Cameron, the King of the World, non sia stato capace di pensare ad una sceneggiatura degna del suo spettacolo. La pellicola è inutilmente stiracchiata – 161 minuti apparentemente interminabili –, drammaticamente auto-compiaciuta e semplicistica.
Tematicamente, il film gioca anche troppo superficialmente con il clichè stereotipato dell’invasore malvagio contrapposto all’indigeno virtuoso e il messaggio globale anti-imperialista e di ritorno alla natura è sicuramente una facile retorica che cattura le simpatie dello spettatore, tuttavia è piuttosto ironico se si considera che il monito proviene da un’industria cinematografica radicata sul business della tecnologia.
Avatar è sicuramente un fenomeno che non si può ignorare, monumentale, imponente e realizzato con una minuziosità e professionalità straordinarie - ma lo stesso si potrebbe dire dello skyline di Dubai, grandioso e incantevole fuori ma vuoto e senza appeal dentro.
Barbara Cardella
23
Teatro La Fenice: LA ROMANIA A VENEZIA
LA ROMANIA A VENEZIA
Un’occasione in cui lo scambio culturale diviene un valore da salvaguardare
Lo scorso 22 novembre il Teatro La Fenice di Venezia ha ospitato le celebrazioni della Festa Nazionale della Romania. Le personalità romene presenti in sala, hanno presentato gli artisti e la serata con discrezione e con grande orgoglio nazionale per lasciare poi spazio al padrone di casa, il Sindaco Massimo Cacciari che da buon veneziano, consapevole di quel sentimento d’identità condiviso da chi vive lontano dalla patria, ha inneggiato all’alto valore della cultura romena e alle sue influenze in tutto il mondo.
L’articolato programma musicale ha visto protagonisti il soprano Leontina Vaduva, il violinista Alexandru Tomescu ed il pianista Horia Mihall,
diretti dal gesto sicuro e determinato del giovane e già apprezzato M° Andrea Battistoni.
Il soprano, che gode di fama internazionale anche grazie alla collaborazione con Placido Domingo,
non godeva probabilmente della sua forma ideale: la voce risultava poco presente sia da un punto di vista volumetrico che timbrico. Una imprecisa gestione dei respiri creava dei rilevanti scompensi nella linea di canto e conseguentemente nella resa vocale soprattutto nel registro acuto, piuttosto spinto. In compenso il tutto è stato sapientemente ammortizzato da un’accattivante interpretazione e da un’abile e comprovata presenza scenica.
Discutibile senz’altro la scelta del programma da parte della Vaduva che, pur avendo a disposizione la pregevolissima Orchestra del Teatro La Fenice, ha proposto al pubblico la più intima Regata veneziana di Rossini e poi ancora il toccante e tradizionale Doina, Eu mă duc codrul rămâne con il pianista: certamente apprezzabili omaggi a due civiltÃ
unite per l’occasione, ma a mio avviso riduttivi per il contesto.
Bravo il violinista Alexandru Tomescu, estremamente intonato e sensibile nell’interpretazione della Meditation della Thäis di Massenet, come preciso e cristallino nella virtuosistica esecuzione dell’Introduzione e Rondò capriccioso di Camille Saint-Saëns. Certo, ci si sarebbe aspettato uno strumento di ben altra qualità da chi come Tomescu è avvezzo a far vibrare le corde di uno Stradivari e soprattutto, ha tutte le carte per farlo!
Il pianista Horia Mihall ha rivelato una buona tecnica ed anche una forte carica interpretativa, ma la caratteristica che gli va indiscutibilmente riconosciuta è la sua versatilità negli stili musicali e nella lettura delle pagine musicali proposte.
Eccellenti i maestri dell’Orchestra del Teatro diretti magistralmente dal M° Battistoni che ha saputo colorare il tessuto orchestrale in maniera inequivocabile, ora come delicato sostegno ai solisti, ora come vigoroso insieme.
Le note vellutate dell’assolo della Thäis sono state riprese in un bis conclusivo durante il quale è stata eseguita l’Ave Maria di Massenet che, per l’appunto, riprende il tema della Meditation: un regalo che tutti e tre i solisti hanno dedicato agli intervenuti come anticipazione delle feste natalizie.
Gemma Donati
10
La ragazza che giocava con il fuoco - Stieg Larsson
“La ragazza che giocava con il fuocoâ€
Autore: Stieg Larsson.
Genere: thriller, drammatico.
Il ritorno di Lisbeth Salander, l’anticonformista hacker dal passato drammatico, segnato dal dolore e da una tragedia che viene oggi svelata.
Il ritorno di Michael Blomqvist, amante delle donne e della verità , che non accetta compromessi e si batte per un idea del “bene†fragile quanto resistente.
Il ritorno della redazione di Millennium, dove si cerca di fare quello che oggi viene chiamato buon giornalismo e qualche volta, quando è troppo buono per i cattivi in circolazione, allora può anche uccidere.
Ecco gli ingredienti del secondo capitolo, firmato da Stieg Larsson.
Tutti pronti ai nastri di partenza, per leggere un thriller dalle tonalità noir, a tratti sociopatico per la sua irriverenza caratteriale.
In questa realtà , sembra che l’uomo agisca spinto solo da istinti primordiali e che il futuro sia l’accettazione di una dramma che scriviamo, passo dopo passio, ogni giorno.
Lisbeth è cattiva perchè vuole sopravvivere, perchè è sfiduciata.
O è diventata così a causa del suo passato, che l’ha colpita così forte da renderla pronta alle sfide del presente?
Quante persone esistono che, non reagendo, come lei, appassiscono, schiacciate sotto il martello delle ingiustizie?
E’ il terrificante enigma che non prelude ad un lieto fine, perchè sconfiggere il male non è nell’ottica dell’Autore, combatterlo invece si.
Affrontarlo, con le armi della ragionevolezza matematica “azione uguale reazioneâ€, in una narrazione contemporanea, lenta, che si snoda con una sorta di meticolosa calma.
Potremmo paragonare il susseguirsi dei capitoli, sotto forma di giorni, ad una danzatrice del ventre che si spoglia lentamente, rivelando le sue forme.
Il desiderio cresce con con lo scorrere della lettura, fino all’ultimo velo, quando tutto sarà risolto e rivelato: la realtà ci lascerà con l’amaro in bocca o un pugno diritto nello stomaco.
Perchè nelle pagine di Larsson lo scontro decisivo è un grande campo aperto: dove in gioco c’è sempre la sopravvivenza.
Ma è il contorto animo umano, la sua negligente accettazione dell’oscurità interiore che l’Autore coltiva: dove c’è vendetta e rancore proliferano esseri spietati e ancor più convinti che la morale sia una menzogna per la buonanotte.
Per questa ragione, in questo secondo capitolo della Trilogia, la centralità è tutta per Lisbeth. E’ lei, adesso, il vero conduttore della storia, il filo d’Arianna attorno al quale si svolgono trame contemporanee, seppure sganciate l’una dall’altra.
La sua indole diventa geniale e perfida, si scopre fragile, ma viene salvata da un istinto dal suo istinto di sopravvivenza.
Per questo i c.d. “cattivi†nel romanzo di Larsson, sono veramente spietati e posseggono una dimensione proprio del loro essere.
E’ verso questi soggetti, privi di scrupoli, che sfruttano il sesso, usano la violenza e si fanno vanto del ricatto, che l’Autore compie un “j’accuseâ€, rivolto alla società , a questo strano affamato bisonte che stancamente si muove, rumina il suo avido coraggio, fingendo, al solo scopo di dimenticare la paura che annida nelle scelte.
Una realtà fatta di spettri, uomini e donne che camminano accanto, senza ricordare, privi di consistenza, chiusi in una gabbia su misura, chiamata “vitaâ€.
Questo condizionamento rende possibile il male, questa scelta tacita, fatta di compromessi silenziosi lo rende potente e quel che resta è la vita devastata di Lisbeth che ha solo imparato a non aver paura di se stessa.
La ragazza che gioca con il fuoco†è l’eccellente seguito de “Uomini che odiano le donne†e rappresenta il train d’union fra l’universo di Larsson e la verità che accompagna la vita di chiunque: esiste una consapevolezza in tutto ciò che circonda l’agire e questa spinge noi tutti alla disperata ricerca della giustizia.
Marco Solferini
7
Come una tempesta - Patterson - Roughan
“Come una tempestaâ€
Autore: James Patterson; Howard Roughan
Genere: thriller
James Patterson: il ré del thriller.
Con lui, azione e colpi di scena si fondono in mix senza precedenti.
La sua eleganza è una lama affilata, pronta a colpire da un momento all’altro.
Inchiostro elettrico, su carta che scorre come le onde di una tempesta, la stessa che scarica la sua forza e prepotenza sulla Family Dunn, la nave dei protagonisti di questo romanzo.
Così si trasforma la gita di una Famiglia che vuole ritrovarsi, per ricominciare, in un odissea di intrighi e doppie verità .
Lo scenario non è mai consueto, perchè con Patterson tutto cambia, ogni cosa trasmuta e dal prevedibile scaturisce un altra realtà , quella che trascina il lettore attraverso un costante insieme di enigmi, alla velocità della luce.
Capitoli che corrono come fulmini dopo il rombo del tuono: due o tre pagine, al massimo, per scandire il ritmo di una lettura che non lascia molto spazio al respiro.
Personaggi caratterizzati e rapiti dalle emozioni: agiscono in una ragnatela straordinaria che si riassume in una sequenza aperta ad ogni possibile soluzione.
L’intrigo è la tavola degli scacchi da cui prende le mosse l’Autore e le mezze verità sono i pezzi che muovono verso un gran disegno: la cospirazione finalizzata all’omicidio.
Il movente è tutto nella mente dell’assassino, di colui che cerca il delitto perfetto, ma che dovrà confrontarsi con la tenacia e l’ostinazione di una donna e del destino che non è mai così scontato.
La verità è che solo l’ultima pagina potrà mettere la parola fine e permettere al cuore, di ricominciare il suo battito regolare.
“Come una tempesta†è un romanzo da leggere tutto d’un fiato, che lo si faccia su di una spiaggia, sorseggiando un Mojito o alla sera, in compagnia di una tazza di thé caldo, in una notte d’inverno, non ha importanza, quel che è fondamentale è non perdersi quest’avventura.
Marco Solferini
7
Recensione film: “This is it”
“This is it”
Deriso e incompreso in vita, divinizzato alla morte, non c’è da meravigliarsi che Michael Jackson appaia nella forma di un crocifisso su manifesti e locandine del suo ultimo film, “This Is Itâ€, un lungo documentario sulle prove di quello che avrebbe dovuto essere il suo ultimo, grande tour.
Piaccia o no, qualunque cosa si possa pensare di Michael Jackson, questo film è qualcosa di abbastanza unico, e la cosa va riconosciuta. Il
filmato è stato girato da metà aprile del 2009 a pochi giorni prima della morte dell’autoproclamatosi “Re del popâ€, e mostra quanto zelo, lavoro, dedizione (circa 4 mesi serrati) MJ ed il suo staff avessero dedicato a questa rentrée che, per quel che si può intuire, avrebbe dovuto essere il più straordinario evento di tutti i tempi. Nonostante il ridondante manierismo di alcune ricostruzioni video e scenografiche (ad esempio in “Thriller†e “Smooth criminalâ€), tipico di certa tradizione hollywoodiana, nonostante nella maggior parte delle esibizioni sia fin troppo percepibile l’ingombrante presenza di uno spettacolo che mai sarà visto, quasi una promessa non mantenuta, non si può non apprezzare il perfezionismo e l’abnegazione di Jacko, del regista Kenny Ortega, che opera un montaggio accurato legando pezzi di prove nei passaggi da una canzone all’altra (nonostante sia forte, a tratti, la sensazione di assistere al making-of di un banalissimo video-clip), dei ballerini, dei musicisti e dei tecnici, nel provare e riprovare coreografie e musiche, nel sound-check, nel controllo luci, tutte competenze e abilità che sarebbero state profuse nei 50 live-show previsti a partire dalla metà di luglio 2009.
E al centro c’è lui, MJ, protagonista indiscusso di questo omaggio-operazione finanziaria tributatogli dalla Sony che ha sborsato ben 50 milioni di dollari per acquistare i diritti d’autore della pellicola interamente girata allo Staples Centre di Los Angeles. Un’esplosione multimediale, i migliori ballerini del mondo selezionati dopo rigorosi provini alla “Chorus lineâ€, il fior fiore dei musicisti, un enorme e mutevole palcoscenico, gli effetti visivi dei filmati originali che dal proscenio avrebbero dovuto introdurre ogni esibizione sul palco, sono alcuni punti di forza dai quali il regista trae parecchio materiale per il documentario. E i ballerini meritano una menzione particolare per la bravura, la plasticità e l’energia che trasudano arricchendo le performances di Michael Jackson. Chiaramente è lui la forza trainante ma appare smagrito e sofferente anche se non ci sono segni evidenti di problemi di salute, risparmia la voce, non si muove con la stessa elasticità fisica – per carità , normale a 50 anni!- dei tempi del moonwalker di Billie Jean che entusiasmava le folle, ma è anche lucido, attento, meticoloso e ha quella grazia infantile che in lui sembra sempre genuina. Screditato negli ultimi anni da vicende tutt’altro che musicali, con “This is it†MJ si riappropria di quella sua innocenza quasi irreale e la sua immagine ne esce ripulita, l’artista è nel pieno delle sue cognizioni, capace di destreggiarsi nelle sperimentazioni della tecnologia in 3D. Nonostante il battage pubblicitario avesse fatto prevedere affollamenti al botteghino e prevendite alle stelle, le sale cinematografiche sono quasi vuote, anche se sembra che il film stia riscuotendo incassi record. Il tributo è rivolto soprattutto agli appassionati del “re del pop†che sembrano non sottilizzare troppo su certi momenti non troppo convincenti della pellicola e che soli arriveranno alla fine della proiezione con lo stesso entusiasmo della fervente attesa.
E “This is it†(Ci siamo), come testimonianza di un brillante ritorno alla ribalta con una serie di concerti mai realizzati, è inevitabilmente carente. Come sbirciata nei retroscena della preparazione di una delle più grandi star della musica, è una testimonianza e un’eredità straordinaria.
Il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=cyrkcz7msfY&feature=related
3
LA SPOSA BAMBINA - PADMA VISWANATHAN
TITOLOÂ Â Â Â Â Â Â LA SPOSA BAMBINA
GENEREÂ Â Â Â Â Â NARRATIVA STRANIERA
AUTOREÂ Â Â Â Â Â PADMA VISWANATHAN
EDITOREÂ Â Â Â GARZANTI LIBRI
LA SPOSA BAMBINA
Questo romanzo è ambientato nel villaggio di Cholapatti, in India, dove la piccola Sivakami va ad abitare a soli tredici anni a seguito del matrimonio, combinato dai suoi genitori, secondo l’usanza dell’epoca, con l’anziano guaritore ed esperto di oroscopi Hanumarathnam.
Siamo nel 1896. Tutto è pronto per la prima notte di nozze della piccola, che ha lasciato fuori da quella porta i suoi giochi, i sogni, le fantasie tipiche di una bambina della sua età . Ora siede sul letto con lo sguardo pieno di paura e sta tremando sotto il sari e i gioielli. Ma i suoi genitori hanno deciso così e lei sa perfettamente che non potrà fare niente per impedirlo.
Da questo momento in poi nessuno si occuperà più di lei, ma dovrà essere lei a prendersi cura                                                                                              degli altri, prima come moglie, pronta a compiacere ogni desiderio del marito, poi come madre della enigmatica Thangam e del ribelle Vairum.
Ma la forza che Sivakami ha scoperto in sé nei primi anni di matrimonio forse non è abbastanza per affrontare quello che gli oroscopi  avevano ripetutamente previsto: la morte di Hanumarathnam. La ragazza scopre ora che la condizione di vedova è la peggiore per la casta brahmanica di cui fa parte e della quale deve accettare le rigide regole che il suo stato le impone: tenere i capelli tagliati a zero, indossare il sari bianco, non uscire di casa, non avere alcun rapporto con il sesso maschile e non toccare nessuno dall’alba al tramonto, neppure i sui figli.
In seguito alla morte di suo marito, si trasferisce dai suoi fratelli così come appare più consono: una vedova è una preda facile. Ma poi, per amore dei sui figli, decide di tornare al villaggio di suo marito, nella casa in cui, nonostante tutto, è stata felice con lui, per permettere loro di studiare ed avere una vita migliore. Anche se in questa condizione pare impossibile raggiungere la meta che si è prefissa, con caparbietà ed amore lei ci riesce, pur dovendo fronteggiare i conflitti inconciliabili della tradizione e la modernità che incalza giorno dopo giorno.
Questa decisione drastica, influenzerà il destino di tutti loro in modo sorprendente ed inaspettato.
“ La sposa bambina si svolge sullo sfondo dei sessant’anni più importanti e determinanti di tutta la storia dell’India, raccontando la storia di tradizione e di ribellione, di speranza e di forza, di amore e di sofferenza, conducendo il lettore all’interno dei costumi di una famiglia brahmanica, ma anche evocando le tensioni universali comuni a tutte le differenze generazionali †.
Franca Chicca
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L’eleganza del riccio (Muriel Barbery)
L’eleganza del riccio
Titolo: L’eleganza del riccio
Autore:Â Muriel Barbery
Genere:Â Letteratura internazionale
Editore:Â E/O
“ Il riccio è un animale molto carino e il suo musetto ci ispira grande simpatia, ma ha gli aculei che ci consigliano di stare a distanza: tu lo osservi, lui ti osserva, ma da lontanoâ€.
Renée è una portinaia che lavora in un palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia. Agli occhi degli altri appare grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente: niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all’insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta che adora l’arte, la filosofia , la musica e la cultura giapponese: una vera intellettuale. Conosce Marx, Proust, Kant e si fa beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni, mostrandosi ciò che non è.
Nel palazzo vive Paloma, figlia di un ministro, dodicenne geniale e brillante, che ha capito troppo presto il senso dell’esistenza : è stanca di vivere, tanto che progetta di farla finita il giorno del suo tredicesimo compleanno. Anche lei si nasconde come Renée, fingendo di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre.
Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l’uno dell’impostura dell’altro, si incontreranno solo grazie all’arrivo nel palazzo di monsieur Kakuro Ozu, un giapponese ricco ma attento alle persone che gli stanno accanto, l’unico a comprendere l’eleganza del riccio. E così, grazie a lui, le due narrazioni si avvicinano e le due donne scoprono le loro affinità elettive.
“ Libro davvero molto bello. Le storie parallele dei due personaggi femminili, così lontani e così vicini tra loro, caratterizzano quest’opera, rendendola appassionante e coinvolgente. Interessanti e stimolanti anche i continui riferimenti culturali alla filosofia, alla musica e al cinemaâ€.
Franca Chicca
22
Wagner a Neuschwanstein
NEUSCHWANSTEIN: TRA MUSICA E FOLLIA
Eretto su una roccia, sopra la gola di Pollat, dal 1869 il Castello Neuschwanstein domina e controlla tutto ciò che è intorno, sospeso e sorretto dalle nuvole che ne inc
orniciano la figura così da farlo apparire solo come una visione.
È qui che il re di Baviera Ludwig II creò il suo rifugio, lontano dai pettegolezzi di corte e da quel mondo che tanto disprezzava.
Neuschwanstein fu il primo castello che il Re fece edificare.
Il sovrano curò personalmente la scelta del luogo dove erigere la costruzione del castello, alla ricerca di un angolo nel quale ogni stagione evidenziasse la bellezza della fortezza e, il frequente fenomeno delle nuvole basse potesse ricreare un’atmosfera fiabesca ed impalpabile.
Ludwig concepì Neuschwanstein come un paradiso ultraterreno dove far rivivere i suoi sogni e rifugiarsi da una realtà che lo avrebbe voluto partecipe degli eventi politici del Paese.
Progettato dallo scenografo Cristian Jank, lo fece costruire nello stile dei castelli cavallereschi medievali, forte della sua ossessione di usare l’architettura come una scenografia di quelle saghe nordiche che lo appassionavano e che, il suo amico Richard Wagner, trasponeva superbamente in musica.
Una forte ammirazione legava il sovrano al musicista delle saghe nordiche e, infatti, quando nel 1864 Maximilian II re di Baviera si spense, lasciando in eredità al figlio Ludwig II la corona, questo dichiarò che l’unico provvedimento urgente da prendere era quello di condurre Richard Wagner a Monaco.
Il “Divino mio unico Tuttoâ€, così era solito riferirsi al compositore, fu spesso ospite a Neu
schwanstein e fu proprio il sovrano a garantirgli la serenità necessaria per comporre, data la pensione di ben 8000 fiorini che gli corrispondeva, fino a quando però fu costretto ad allontanarlo a causa delle lagnanze del Governo: Wagner era troppo costoso per le casse dello Stato.
Seppur lontano, Ludwig poteva continuare a rivivere le meraviglie del genio wagneriano solo passeggiando tra le stanze del suo incantevole castello.
Gli interni sono infatti sfarzosi omaggi alle opere ed al mondo ideale di Richard Wagner, dalla Sala dei Cantori ornata da raffigurazioni del Parsifal, alla stanza da letto dove primeggiano le scene del Tristano e Isotta.
Ed è tra queste mura, anche se solo per pochi mesi, che il sovrano alimentò il suo amore per la solitudine e nutrì gli stessi ideali che ispirarono il compositore di Lipsia: la libera individualità contrapposta alla società ed alle leggi del “dover essereâ€, l’umanità lancia
ta in una sfida di morte, il mito inteso non più come chiave per interpretare la realtà , bensì come mondo fuori dal tempo e dalla volontà in cui per agire è necessario essere sapienti, puri e soprattutto folli, quella follia che porterà , così come Sigfrido, anche Ludwig alla morte.
Il cadavere del Re verrà trovato nelle acque del lago di Stanberg, forse tradito, come Sigfrido da Brunilde, dai suoi stessi ministri che lo credevano pazzo.
O forse che l’imperatrice Elisabetta di Baviera aveva ragione nel considerarlo non un folle, ma solo eccentrico amante dei sogni e dell’ideale romantico, di quello Sturm und Drang tanto caro ai tedeschi che è stato capace di consumare l’ultimo vero sovrano di Baviera, il Re che da Neuschwanstein poteva, con un solo sguardo dominare, illudendosi, l’indominabile: la Natura.
Avv. Elisa Lucarelli
22
Diario di scuola (Daniel Pennac)
“Diario di scuolaâ€
Genere: Narrativa.
Autore: Daniel Pennac.
Scrittore mitico.
Entrato nel Pantheon degli dei della letteratura contemporanea.
Pennac, ritorna sui banchi della scuola e narra di questo mondo da tutti così conosciuto e nel contempo ignoto. Mette a nudo le sue incongruenze: la vacuità delle aspettative, che si sciupano come i granelli di sabbia stretti nel pugno, il falso conformismo e perfino la ragione, che cede il passo alla illogicità .
E non manca lo spazio per un omaggio, una considerazione quasi estemporanea a quel tanto di pazzia irriverente che permette alle persone di crescere, come se fossero libere.
Immaginiamoci che esista una scuola dove gli individui non sono obbligati a capire e possano perfino avere qualche idea, magari originale.
Ecco allora che Pennac diventa geometra e architetto di una scuola che, se presa in giro, nelle sue lacune, non è mai scartata o denigrata, anzi, per molti versi le osservazioni costrittive sono un modo per andare oltre la scuola, ma senza mai prescindere dal suo ruolo nella crescita di ogni individuo.
L’Autore usa l’intelligenza più sublime per trovare parole che sono note di stile ed è il genio del violino quando suona nelle frasi, che fuoriescono perfette.
Le sue riflessioni sono di una bellezza greca, fra il mito e la virtude. Possiedono quello spessore che può essere paragonato solo al primo bacio in quanto ad intensità .
Le aspettative, cosa sono se non i fantasmi dell’epoca moderna, del consumismo che centralizza la persona, imprigionandola, fra le mura invisibili delle città , denudandola della Fantasia. Arrivando addirittura a mettere paura all’uomo, per ogni suo tallone d’Achille, facendogli dimenticare quanto importante sia “vivereâ€.
Perché esiste un esperienza che può essere ereditata solo dalla vita stessa.
E allora rieccoli: i geometrici banchi della scuola, maestra di scienza, matematica, storia, ma non delle arti che furono liberali.
Qui, lo scrittore risalta l’arroganza del sapere ,quando esso si mischia alla superbia della rettitudine, all’eccesso della sapienza che, oltre la saggezza, addormenta i sogni e genera incubi.
L’umiltà della debolezza, la poesia delle cose semplici e l’efficacia di un senso comune che spinge ben oltre le Colonne d’Ercole, queste sono le grandi aspettative che il Sapere dovrebbe coltivare nel fanciullo.
Scorrendo queste pagine meravigliose troviamo pensieri che sono come le grandi canzoni, quelle che riescono ad aprire una finestra nel tempo e fanno sì che le emozioni diventino immortali.
E c’è l’abilità di uno scrittore che pone interrogativi dal sapore pleonastico laddove ci fanno partecipi dell’utopica ricerca di significati, quando il concetto di “esistenza†è in realtà molto più grande dell’uomo.
C’è anche un sentimento di compiutezza, un tacito assenso alla Natura dell’Evoluzione; noi, che dobbiamo riconoscere un limite nella conoscenza che è la capacità di vivere per ciò che siamo, liberandoci da quelle insulse regole che vorrebbero vederci sopravvissuti invece che uomini liberi.
Il grande scrittore cita la legge del cuore, del mito, di quel che resta dopo che il tempo è trascorso: ineffabile baluardo di ogni lotta, ultimo avversario della grande guerra che termina con la morte del corpo.
Pennac da una pagella alla distrazione dei singoli burattinaia che gestiscono la scuola come se fosse il loro Feudo e che è figlia della stupidità ; apostrofa l’ignoranza dei dogmi quando non ammettono il verbo. E lo fa con spirito ironico, perché l’ineluttabilità del fato non può essere ingannata dal debole potere di convinzioni artificiose, fatte per mescolare le carte al destino.
Ci sono dei limiti, che possono e devono essere compresi, in mancanza: più le cose cambiano e più restano le stesse.
Diciamo grazie a Pennac, al suo genio e all’intuito coraggioso di questo Artista della letteratura.
“Diario di scuola†è un testo epico, da leggere ogni volta che le difficoltà sembrano impossibili da affrontare perché fornisce risposte nascoste in noi stessi. Libera l’animo e sorride alla verità , quella per cui vale la pena annotare certe frasi nel diario dell’adolescenza. E’ la prima e l’ultima lezione della vita.
Marco Solferini
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La solitudine dei numeri primi(Paolo Giordano)
“La solitudine dei numeri primiâ€
Genere: Letteratura Italiana, sentimentale, drammatico, esistenziale.
Autore: Paolo Giordano
La crudeltà epica della coscienza.
Il racconto di eventi che, nella semplicità sterile di un fatto, fotografano l’istantanea di un età .
Puntellano la crescita, scrivono un tratto di DNA della personalità .
La sensibilità matematica di due anime: gemelle nella difficoltà di una esistenza, che rasenta i limiti della sopravvivenza.
L’attrazione delle similitudini, l’irriverenza del fato.
L’Autore, Giordano, scrive con maestra scienza la formula dell’esistenza: il senso comune di una rappresentazione enigmatica, ma straordinariamente vera.
Perché sappiamo che ci sono episodi della vita che sono come un pugno nello stomaco. E l’Autore ce li riporta per quello che sono, senza metafore.
Per questa ragione, nel romanzo, c’è un po’ di ognuno e per ciascuno, qualche grammo di un tempo passato, tanto in Alice, quanto in Mattia.
Tuttavia, è il minimo comune denominatore dell’originalità che va oltre persino all’inevitabilità delle similitudini: essi non possono e non sono mai uguali
Mattia e Alice non sono e non potrebbero mai essere come chiunque altro legga a loro storia.
E’ la distanza che avvicina: l’essenza di un abbandono che sembra il preludio ad un nuovo ritorno.
Il lettore non solo è affascinato da una scrittura potente, costante, elaborata secondo la regola dell’arte, ma altresì condotto per strade maestre e cunicoli nascosti della mente, che dominano il comportamento, seppure attraverso i dubbi dell’adolescenza.
Questo romanzo parla, con la voce dell’Io, di solitudine, ma anche di comprensione, atteggiamenti e di una vita che trascorre o, se vogliamo, secondo Eraclito, scorre.
L’apprendimento che se ne può trarre è un insegnamento sapiente: attraverso il fardello della consapevolezza nelle proprie responsabilità noi cresciamo simili ad una metafora inspiegabile, priva di sostanza e soltanto quando accettiamo quel che siamo, trasmutiamo in ciò che potremmo essere.
Coloro che hanno la fortuna di leggerlo ne rimangono impregnati, come se l’inchiostro diventasse il proprio sangue, e questo perché ci sono capitoli che non vanno via, che si attaccano addosso e ritornano, nella riflessione episodica.
E’ un opera d’arte letteraria. Scandita con realismo, sapienza anestetica e capacità di sintesi essenziale.
Dopo la lettura possiamo affermare: “noi siamo e potremmo essereâ€, coltivando l’intimo timore della debolezza e partorendo azioni che sono molto più figlie della paura piuttosto che della ragione. Eppure siamo i Figli della scienza illuminata.
L’Autore non è stato soltanto bravo dal punto di vista letterario, ma superbo per la testimonianza umana del suo scritto. Uno straordinario talento giovane che onora l’Italia di quanti scrivono con la mente e con il cuore, leggendo per passione e conoscenza personale.
“La solitudine dei numeri primi†è un romanzo d’eccellenza, da leggere, custodire, prestare e di cui discutere, con gli amici e conoscenti di sempre. E’ un omaggio all’intelligenza narrativa.
Marco Solferini
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