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Domenico Monteforte

Archivi per la categoria ‘Op.Arte’

 


Antonio Laglia

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Antonio Laglia

Frequenta il liceo Artistico a Roma dove incontra il Maestro Enrico Gaudenzi .

Studia all’Accademia di Belle Arti di Roma al Corso di pittura del Maestro Alberto Ziveri, ed incisione con il maestro Arnaldo Ciarrocchi.

Per visionare il suo curriculum artistico CLICCA QUI’

CRITICA

La frequentazione dei maestri del Realismo del passato e del presente ha confermato Antonio Laglia nel suo percorso di fedele aderenza al mistero e alla ricchezza che deriva dal rapporto con il vero.

Come disse Caravaggio, per lui la pittura consiste nel mettere lo stesso impegno nella realizzazione di una figura come nel ritrarre di un vaso di fiori; è un genere di arte che impegna il pittore anche sotto il profilo morale ed esistenziale: non si tratta di fare oggetti per il godimento del pubblico ma di scoprire e trasmettere una profonda vertigine che è quella del contatto con l’intimità del vero.

Anche nella psicanalisi ricorre il l’opinione che, di fronte ad una verità senza veli, l’essere umano tenda a ritrarsi e costruire degli adattamenti, a rivestirla in modo più accettabile per la sua sensibilità. Ciò che sembra così innocuo - l’indagare nel profondo della quotidianità - può invece riservare fortissime sorprese perché niente è come appare e la verità scoperta di nuovo è sempre sconvolgente.

Caravaggio diceva anche che la sua stima andava ai pittori che si riferissero, nel dipingere, al modello in posa, non al repertorio della fantasia. Anche questo è un aspetto tipico della pittura di Antonio Laglia. Dietro ai sui quadri ci sono lunghe sedute di posa nelle quali il rapporto umano con il modello (oppure di semplice contemplazione nel caso di oggetti) è stato determinante.

Lo spettatore poco esperto potrebbe essere portato a sottovalutare la densità di queste opere perché la nostra epoca ci ha abituati alla pittura di derivazione fotografica che, però, è tutt’altra cosa rispetto al lento e tenace lavoro di riscontro sul vero reale. La qualità che ne deriva penetra lentamente nella sensibilità di chi osserva il quadro ma tende a radicarsi profondamente ed a lasciare un segno indelebile.

Storico dell’Arte Gianluca Tedaldi

Alcune opere di Antonio Laglia

Per Info: Tiziana Di Bartolomeo www.espressionidarte.it

lug

6

Guggenheim Museum di Frank Gehry

Una nave pronta a salpare


La strada che conduce dall’aeroporto al centro di Bilbao, città dei Paesi Vaschi nel nord della Spagna, permette una visuale dall’alto. Questa caratteristica potrebbe non destare alcun interesse, è vero. Ma se ci riferiamo alla città che ospita, dal 1997 uno degli esempi più alti e spettacolari d’arte contemporanea, allora vi assicuro che il particolare poc’anzi descritto fa la differenza. Quando ho attraversato quel ponte, mi trovavo in autobus, distrattamente guardavo il panorama ed a800px-guggenheim-bilbao-jan05mmiravo il sole che mi stava accogliendo, quando, improvvisamente e quasi per caso sentii che dovevo girarmi verso destra…non avevo sbagliato il momento…una barca scintillante e possente, simile ad una balena collodiana, maestosa ed elegante nel suo colore metallizzato era pronta a salpare. Stavo ammirando il Guggenheim Museum.

Una creatura liquida ed al tempo stesso ondeggiante, una serie di volumi interconnessi, un ammasso di 33.000 lamine in titanio, pietra calcarea e 2.500 lastre di cristallo per un contenitore d’opere d’arte che occupa una superficie di 24.000 metri quadri e che è diventato esso stesso opera d’arte.

Il museo venne inaugurato nel 1997 come parte di un piano di rivalutazione urbanistica intrapreso dalle autorità Vasche.

L’idea fu sin dall’inizio quella di una struttura che non solo si distinguesse nettamente dal contesto urbano, ma che si caratterizzasse per un aspetto provocatorio ed aggressivo.

L’edificio doveva essere motivo d’attrazione, indipendentemente da ciò che avrebbe poi ospitato. Sarebbe dovuto divenire il simbolo della rinascita della città, della rinnovata realtà artistica ed architettonica.

Il progetto venne realizzato da Frank O. Gehry, l’uomo dei sogni al titanio, capace di tramutare forme surreali ed oniriche in luoghi reali e funzionali. Costruito sul luogo di un vecchio terreno industriale, il Guggenheim si specchia sulle acque del fiume Nervìon che attraversa la città e su quelle di un laghetto artificiale posto ai suoi piedi, quasi ad indicare la volontà di integrazione della costruzione nella vita della città, un simbolo di continuazione ininterrotta tra l’esterno città e l’esterno/interno museo, un invito ad entrare negli spazi architettonici che ospitano le morbide forme dell’arte.

Però quelle del Guggenheim sono, per volontà dell’architetto, forme pure e disarticolate, asimmetriche e decomposte che si piegano senza alcuna precisa necessità, in un rincorrersi di ordine e disordine ove il caos funge da sublime elemento ordinatore, così com’è nella volontà del movimento decostruttivista.

Ed allora lo spettacolare spazio esterno prende vita e scivola quasi come una forma organica, come un pesce ricoperto di sottilissime squame di titanio. L’interno del museo, proprio in contrapposizione alla struttura esterna, appare più semplice e dalle tinte calde e neutre proprio per non distrarre il visitatore dalle opere in mostra ed accompagnarlo così alla scoperta delle 19 gallerie che si raccordano su questo spazio attraverso un sistema di passerelle sospese e curvilinee.

Il fulcro della costruzione è un enorme atrio che funge da cuore e spinge lo sguardo in due direzioni: verso il cielo se si guarda in alto e verso l’acqua se si guarda ai  pannelli di cristallo ove la vista si rilassa dinanzi al laghetto artificiale, anch’esso parte integrante dello spazio espositivo, ed al fiume. Ed è qui che forme sinuose ci avvolgono come in un ventre materno.

Tutto ha inizio dalla creazione e per questo è d’obbligo passare nell’accogliente e familiare atrio ogni qual volta si voglia visitare una delle gallerie che si snodano attorno a questo fulcro. Inizia così un viaggio alla scoperta di installazioni ed opere d’arte contemporanea quasi cullati dalla luce che filtra e si diffonde attraverso il cristallo di quest’enorme contenitore creato dalla mente di chi come Frank O. Gehry è in grado di decostruire ciò che è costruito, “…accartocciare edifici, sgretolare la forma reinventandola per darle nuova vita, adagiare gigantesche balene in piazze di cemento…†e che rimane inconsciamente legato al soprannome del passato, quando povero ed emarginato veniva chiamato “pesceâ€.

Elisa Lucarelli

giu

3

Gino Rocca (Acque tra cielo e terra)

GINO ROCCA


018p

Acque tra cielo e terra

Mostra personale

dal 23 Maggio al 7 Giugno 2009

www.ginorocca.it


Presso la Sala Rosa di Palazzo Meiosi Fracassati realizzata con il Patrocinio del Comune di Budrio e del Circolo Amici delle Arti di Budrio

Si può parlare di arte in svariati modi, con il rigore dello storico, con la conoscenza del critico, con la creativit del poeta, con la passione 047pdell’artista e della passione per l’arte oggi siamo qui per parlare di Gino Rocca.

Mi piace definire Gino Rocca il pittore della luce e del colore, questo artista riuscito a trovare, per mezzo della luce, lax505 sua capacità espressiva, perchè per mezzo della luce che i colori acquistano vita nei suoi dipinti.

Studiare e padroneggiare la luce come arrivare al cuore dell’arte pittorica.

C’ nei dipinti di Gino Rocca un senso di attesa luminosa, di solitudine sospesa, una misura del tempo tutta personale, in un mondo descritto da un pittore attento al variare dei cromatismi.

x504Gino Rocca si misura con il colore quasi in una maniera antica per ci che riguarda il rigore della ricerca colorista, nello stesso tempo ha brillantemente superato i limiti del realismo, riuscendo a sposare la perfezione dell’immagine realista con l’emozione dell’ informale.

L’acqua, che il tema di questa mostra, simile alla luce nel suo essere effimera e mai eguale a se stessa, e questa sfida che Rocca raccoglie diventa ricordo e metafisica del tempo.

Il silenzio e la grandiosità di certi suoi paesaggi sono vissuti in una dimensione concettuale, il bianco delle nuvole, il turchino del mare, si raccolgono in una dimensione vicina al sogno, ecco perchè, a noi che guardiamo, sembra di essere in questi dipinti che riflettono i nostri pensieri.x39

I riflessi di luce e ombra nell’acqua sono il rovescio della materialità del paesaggio, nel magico istante che contrappone la realtà e l’irrealtà del sogno.

Rocca rivisita gli sorci naturali, possiede una sicura tecnica e una vocazione innata a fissare sulla tela la multiforme ricchezza del colore.

La trasparenza delle acque, gli struggenti colori degli alberi, gli orizzonti, i mari nordici, quasi scolpiti sulla tela, sono elementi insostituibili nella sua pittura.

x06L’ impianto del quadro studiato ad arte, i primi piani catturano lo sguardo per condurlo a prospettive pi lontane, le pennellate sono veloci, materiche, vi si vede la volont di fare vibrare il colore ed evocare emozioni.

Dopo tanti anni di ricerche, successi,attenzione all’arte, dopo aver superato i traguardi che la sua stessa capacità gli poneva Gino Rocca può continuare l’emozionante cammino dell’arte che, come sappiamo, non conosce traguardi definitivi, ma lo aspetta per porre altre sfide.


Dott.ssa Fiorella Sales Solferini

Con la collaborazione di Marco Solferini

mag

27

Poesie di Matteo Pazzi

distanze-tela-di-matteo-pazzia Attilio Bertolucci

Il silenzio delle foglie

Insegue le cieche corde della pioggia.

Fra i rami quelle mani raccontano

ciò che non potranno mai trattenere:

un muro sul quale piange l’ombra di un albero.


Nell’allegato in Pdf  alcune poesie di Patteo Pazzi   Poesie di Matteo Pazzi

Quì  alcune informazioni sulla carriera artistica di Matteo Pazzi


mag

16

Il profumo dei leggeri violini di Chagall

Il profumo dei leggeri violini di Chagall

È strano come a volte si possa ignorare un pittore perché i suoi quadri li consideriamo “bruttiâ€.    Ed invece bastano le parole di qualcuno per farti interessare ad operchagalle sulle quali prima non ti saresti soffermata per più di qualche secondo…è successo proprio a me.

Qualche sera fa ho ascoltato un’intervista fatta ad Uto Ughi, il famoso violinista. Tra le sue parole è scivolato un riferimento ai leggeri violini di Marc Chagall ed ho pensato…cosa avranno mai questi violini di così bello e leggero da aver trovato posto nella mente di uno che di violini se ne intende, di una persona che ha fatto di quel suono così sottile e nello stesso tempo potente, la sua ragione di vita!

Volano, ecco cos’hanno. Volano nel senso che si librano metafisici nell’aria creata da dimensioni oniriche mai pensate. Ed attraversando i colori della tavolozza chagalliana mi sono ritrovata, senza volerlo, immersa nelle strade della tradizione di cui vi parlavo lo scorso mese, quella yiddish.chagall_promenade E si, perché Marc Chagall era di cultura ebraica.

Trascorse la sua infanzia proprio nel chiuso mondo di uno shtetl, perso nella grande Russia tra lo zio, mediocre violinista ed il nonno che amava sedere sul tetto della casa per osservare la strada e “sgranocchiare qualche carotaâ€. Ed è proprio questo il ricordo che porta nelle sue tasche quando, non ancora ventenne, lascia quella realtà ormai troppo stretta per la sua arte e si ritrova ad abitare nel quartiere parigino della “Rucheâ€, sulla rive gauche di Parigi.

Emblematiche le sue parole “…nessuna accademia avrebbe potuto darmi tutto ciò che ho scoperto mordendo le mostre di Parigi, le sue vetrine, i suoi musei, a partire dal mercato…â€. In questa città piena di fervore artistico Chagall riuscì a far esplodere la sua tavolozza. Incontenibili colori squillanti, scintillanti, capaci di cantare, “…io ho portato i miei oggetti dalla Russia, Parigi vi ha versato sopra la luce…â€.

Di questo suonare ininterrotto gli artefici non sono solo i colori assieme alla mano dell’artista, mediatore tra Dio ed i lettori dell’arte. Ecco sulla scena violinisti vestiti come clown che si arrampicano sui tetti, sorvolano il villaggio ed arrivano sempre più in alto fino a raggiungere una rossa coperta distesa sul cielo che fa da baldacchino ai più dolci amanti. Violinisti con la marc-chagall-les-amoureux-de-vence-190796loro musica sempre in bilico su una casa, su un camino, su un albero, arrampicati in cielo, specchio della condizione del popolo ebraico, del suo popolo, della sua gente.

Quella gente di cui riusciamo a vedere gli occhi che scrutano la realtà dalle loro piccole case di legno, dalle abitazioni di cui però non vediamo quasi mai gli interni, perché tutto ciò che appartiene all’intimità deve essere solo suggerito e così immaginato. L’arte non deve urlare, deve sussurrare per farci entrare nelle case dei contadini, per farci sentire gli spifferi di vento dalle finestre, per farci assaporare il buio misterioso della notte nel piccolo villaggio natio di Vitebsk.

E la musica sempre presente tra le piccole cose del mondo, come fattore ultraterreno ed incantato.

Andate a cercare qualche riproduzione dei quadri di Chagall e non lasciate che la stravaganza delle forme vi faccia desistere dall’immergervi nelle dimensioni impalpabili e colorate. Lasciatevi pure trascinare nel mondo stupefatto e marc-chagallfavolistico dove una sposa viene stretta dalle braccia di un uomo – asino, dove capre con le ali avvolgono il cielo in una notte dal colore più intenso del blu, in uno specchio dalle tinte viola che invita a percorrere le strade dell’inconscio, a passeggiare nel cielo.

Chagall ci consegna un mondo fatto di sogni, quei sogni che popolano la notte dell’infanzia. Un mondo che profuma di blu, di carminio, di una madre che culla un figlio, di un cielo notturno ed umano che avvolge due amanti sospesi su Place de la Concorde, di un poeta che dorme e sogna sull’erba, di un’acrobata leggera, di una sposa che vola sul cielo di Notre Dame. L’aria che ha il profumo degli angeli e delle note di un violino, di fiori che non appassiscono mai perché “…i fiori non li posso veder morire, per questo li metto sulla tela e così vivono più a lungo…â€.

Elisa Lucarelli

mag

16

Le Torri dell’Architetto di Dio (Barcellona)

LE TORRI DELL’ARCHITETTO DI DIO


Desidero partire con voi per ammirare una delle opere uniche nel suo genere, dalla sagoma inconfondibile, simbolo della Barcellona dei tempi andati e di quelli che asagrada-familia6ncora dovranno venire.

Le torri che si stagliano nel cielo e sembrano elevarsi quasi a raggiungere l’infinito, potrebbero sciogliersi come castelli di sabbia, le colombe potrebbero staccarsi e prendere il volo, ma lei è lì, incompleta ed indefinita, la Sagrada Familia, opera di chi come Antoni Gaudì credeva che una cattedrale non dovesse essere la creazione di un solo architetto ma l’opera di più generazioni.

Quando nel 1883 Gaudì assunse la direzione dei lavori, nessuno e neanche lui, avrebbe previsto qualcosa del genere.

L’architetto inizialmente si dichiarò ottimista riguardo alla conclusione dei lavori ed ancora, nel 1886 riteneva di poter terminare l’opera in 10 anni se solo avesse avuto a disposizione 360 000 pesetas all’anno; ma già questo presupposto economico si rivelava poco realistico poiché la chiesa era stata progettata come tempio espiatorio e dunque la si sarebbe dovuta costruire con le offerte dei fedeli.

Grande opera architettonica, ma con forte intento didascalico perché, così come i templi nell’antichità avevano il compito di illustrare sui frontoni le gesta degli eroi, così con la Sagrada Familia, Gaudì non voleva costruire solo un luogo di preghiera, pensava a qualcosa di più, ad un catechismo di pietra, ad un coloratissimo libro dalle dimensioni pantagrueliche nel quale il credente avrebbe potuto leggere, comprendere e dunque purificarsi.sagrada-familia17

Attraverso un viaggio di luce, lungo le tre facciate, chi si sarebbe imbattuto in questa cattedrale avrebbe potuto ripercorrere la storia della cristianità incontrando il Cristo prima nella veste di uomo, poi redentore ed in ultimo di giudice sulla vita e sulla morte.

La prima facciata ad essere costruita fu quella della Natività posta non a caso ad oriente. Sin dalle prime ore del mattino, con il sorgere del sole, forme tondeggianti e piene prendono vita e, nel silenzio, gli angeli sembrano cantare.

Con il volgere del giorno, la luce si sposta e raggiunge la facciata ovest, quella della Passione, iniziata nel 1954, ove dominano le forme scarne e stilizzate, potenti ed angolari, che esaltano i momenti più tragici della vita di Gesù.

I progetti di Gaudì per la facciata della Gloria, prevedevano la presenza di un gigantesco organo dalla linee contorte, la rappresentazione della Creazione, delle Virtù, degli Angeli del Giudizio Universale e della Santissima Trinità con Dio Padre. I lavori però sono appena iniziati.

Ciò che più csagrada-familia20olpisce dall’esterno anche il semplice osservatore, sono le torri affusolate che coinvolgono nel movimento e conducono lo sguardo verso l’alto. Ne sono previste 18 rappresentanti i 12 apostoli, i 4 evangelisti, la Madonna e la più alta di tutte Gesù.

Se fuori, la cattedrale sembra sciogliersi quasi ad indicare la caducità delle opere umane, all’interno si è protetti da alte colonne leggere, quasi eteree che salgono verso l’alto come alberi in primavera, come la vita eterna.

Ed è in questo tempio - cantiere, che forse mai vedrà la completezza, che Gaudì, l’architetto di Dio, ha trovato la pace.

Infatti in quella che negli ultimi dodici anni era diventata la sua dimora, l’artista catalano è stato sepolto dopo essere morto investito da un tram proprio dinanzi alla sua più grande opera.

Vi è una finestra all’interno della cattedrale attraverso la quale lo sguardo può giungere fino alla cripta e lì è Gaudì, nel silenzio della sua creazione, che osserva, al di là dei lavori come se fosse presente ovunque, per occuparsi personalmente del suo tempio che seppur immenso, mai avrebbe dovuto superare l’opera di Dio, la Natura.


Elisa Lucarelli

mag

15

Chapelle de Notre Dame du Haut

UNA COLLINA PER ASCOLTARE L’INFINITO

Avrò avuto all’incirca quindici anni quando, in vacanza nel nord est della Francia, decisi di chiedere ai miei genitori di recarci a Ronchamp, vicino Belfort, per visitare la chiesa di Notre Dame du Haut. La richiesta non nasceva da uno studio sui libri di storia dell’arte o dai racconti di qualcuno ronchamp1ma, come spesso accade, da semplice curiosità.

Attraversando in macchina la regione dell’Alsazia, infatti, mi era capitato davanti agli occhi il cartello pubblicitario di questa “Chapelle†dalla forma piuttosto singolare. Di quelle ore trascorse a Ronchamp ricordo in particolare l’aria pungente, il verde intenso del prato ed il silenzio…

La visione mi colpì particolarmente e ricordo che, pur non conoscendo nulla dell’architetto, azzardai delle ipotesi circa il motivo che aveva potuto spingere lo stesso a creare un’opera dalle fattezze così “diverseâ€. L’idea era andata agli orrori della guerra ed ora, a distanza di anni, posso dire che non sbagliai affatto.

Da quel momento, nella mia mente decisi di catalogare Charles Edouard Jeanneret in arte Le Corbusier, come un architetto particolare nel suo genere.Promisi a me stessa che prima o poi avrei approfondito la sua poetica e visto più da vicino anche altre opere che sicuramente sarebbero state “strane†come quella chiesa.

Niente di più sbagliato. Ho scoperto che Le Corbusier, prima della costruzione di Notre Dame du Haut, era stato considerato il padre del Razionalismo architettonico. Se si guarda infatti alla poetica di quest’artista, si comprende come lo stesso fece del ragionamento la sua prassi creativa, dell’ordine il tema delle sue opere perché “…costruire non è altro che l’atto di mera trascrizione di un’idea premeditata…â€, l’idea, la regola, il principio che Le Corbusier traduce nei suoi celebri “cinque punti di una nuova architettura†da lui fissati come solide basi per i suoi progetti, i comandamenti del Razionalismo: pilotis, pianta libera, finestra nastro, facciata libera, tetto giardino.

1146847_224786eb04Troviamo allora case sollevate dal suolo e giardini che crescono sia al di sotto della costruzione come anche al di sopra per sfruttare al meglio il tetto, finestre che si sviluppano in lunghezza, illuminando al massimo gli spazi abitati e lasciando filtrare con fiducia lo spazio all’interno.

Sembra dunque che l’architetto svizzero abbia sempre tentato, in linea con gli ideali illuministici, di costruire il migliore dei mondi possibili fatto di case e città ideali. Ciò è vero però se si guarda alle opere progettate e costruite prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Dopo l’orrore, infatti, nulla poteva rimanere immutato, la guerra penetra necessariamente nella natura umana. Così l’architetto svizzero non avrebbe potuto bendarsi gli occhi e, dell’inconcepibile tragedia prese coscienza nell’urlo della sua opera.

È il 1950 quando Le Corbusier liquida i cinque principi, gli immacolati volumi e le superfici terse, e da voce alla disperazione, al risveglio dall’illusione realizzando la Chapelle de Notre Dame du Haut. Tutto diviene incomprensibilmente irrazionale, più nulla può essere ricondotto alla ragione illuminata che sempre aveva accompagnato l’uomo di le Corbusier, oramai schiacciato dal peso della guerra. ronchampnorth

E così nasce quel rifugio bianco e puro che è il corpo centrale ed unico della costruzione. Sembra chiamato ad accogliere il pensiero, il silenzio e le voci dello smarrimento. Le forme ascoltano perché questo luogo di culto è come un grande orecchio (il disegno planimetrico della Cappella, infatti, sembra riprodurre la forma di un timpano) progettato per captare la voce dell’infinito e la sacralità che aleggia nel cielo e sopra la Natura.

Un orecchio, però, schiacciato dal pesante tetto scuro, non più verde come i tetti – giardino ma grigio come gli inspiegabili orrori della guerra che soffocano l’umanità. Copertura però non eterna ma solo poggiata come una vela che può essere portata via da una leggera folata di vento e che non aderisce completamente al corpus ma lascia penetrare all’interno una lama tagliente di luce, un ideale di speranza per la rinascita perché anche di fronte alla sconfitta rimane la poesia, la libertà creativa e la meraviglia della Natura. Nulla ha più una matrice razionale e così l’arte prende forma dal labirinto dell’incoscio. Non più una pianta ben strutturata e progettata ma un rincorrersi incompiuto ed indefinito di mura che sembrano incontrarsi casualmente per la necessaria chiusura.

E l’interno attende l’uomo avvolgendolo in un ambiente irregolare illuminato da luce naturale ma fioca. Lo spirito, infatti, comunica all’esterno con finestre piccole e dalle mille e più illogiche forme, feritoie pur sempre colorate ma che consentono a malapena l’ingresso della luce perché ormai la disillusione e l’incertezza dominano vincendo sulla ragione.

Ronchamp chiude la partita con l’Illuminismo, con le idee universali assoldabili per qualsiasi finalità, anche per il razzismo hitleriano. Dopo ronchampAuschwitz, Dachau e Mauthausen, dopo le camere a gas e le fosse dei milioni di trucidati, Ronchamp comunica il delirio di tali contraddizioni in cui ogni suono diviene eco di se stesso, già memoria.

Così dopo quasi sessant’anni l’opera di “Corbu†considerata da molti come un gesto eversivo, ma che in realtà potrebbe più giustamente essere vista come una presa di coscienza dinanzi al mondo ormai mutato, ci accoglie con il candore delle sue mura/fortificazioni serpeggianti ed il verde intenso della collina che si apre sui quattro orizzonti e sulla quale questo enorme masso caduto dal cielo si poggia. Ci avvolge nel silenzio di uno spazio interno unico e colorato dove il cuore rimane in attesa che il vento cambi e trascini con sé quella grigia e pesante vela.

“Solo la natura è ispiratrice, è vera, e può essere il supporto dell’opera umanaâ€.

Le Corbusier

Elisa Lucarelli

mag

15

I colori di un’agorà siciliana

I colori di un’agorà siciliana

Le ore più calde del primo pomeriggio erano finalmente trascorse (Palermo non è affatto facile da vivere in agosto) ed approfittavo per una passeggiata nelle strade della città. Non avevo un programma ben definito anzi, se ricordo bene avevo deciso di muovermi con la voglia di perdermi un po’…forse è quvucciriaesto il modo più affascinante per conoscere una città sconosciuta.

Mi attirarono delle scale, non erano belle dal punto di vista estetico ma ciò che più mi incuriosiva era il non riuscire a scorgere il punto a cui quelle scale in discesa potevano condurre. Mi avventurai e mi ritrovai in una piazza con al centro una fontana, tutt’intorno palazzi che conservavano ancora il fasto di antichi splendori nobiliari, portici silenziosi e soprattutto tendoni rossi a copertura delle strade circostanti con lampadine appese. Un po’ per la mia abitudine di camminare con il naso all’insù sempre alla ricerca di qualcosa ed un po’ per distrazione, mi ritrovai con i piedi leggermente bagnati ed in sottofondo una voce un po’ roca che in lontananza accennava un “…e balati ra Vucciria ‘un s’asciucanu mai…†forse in risposta alla mia seppur silenziosa ma esplicita reazione.

Afferrai solo una parola: Vucciria. Senza volerlo ero finita nello storico mercato palermitano, in quell’agorà siciliana che proprio per la vicinanza al porto cittadino stimolò l’insediamento di mercanti e commercianti genovesi, pisani, veneziani, sin dal XII secolo ed a farmi compagnia non potevo sperare di meglio: un anziano signore del luogo, osservatore non visto del mio ingresso in quel mondo; sicuramente sarebbe intervenuto ancora.

Lessi l’insegna per capire dove mi trovavo, ero in piazza Caracciolo, ovvero nel cuore di quello che per l’isola non è solo un mercato ma una dimensione dove relazionarsi con il mondo, del luogo di cui avevo così tanto sentito parlare. Dal balcone ecco nuovamente la voce che attendevo e che ormai era divenuta familiare. Iniziò ad elencare nomi di strade e vicoli: via dei chiavettieri, più in là quella dei mateil-mercato-della-vucciria-a-palermo2rassai ed ancora via dei tintori. Erano gli artigiani che un tempo popolavano il mercato e che avevano così dato il nome alle strade. Osservai ed ascoltai quel silenzio che poco si addiceva ad un luogo simile, salutai la mia “guidaâ€Â  e decisi di tornare la mattina seguente.

Quella stessa sera, per caso, mi capitò di vedere la riproduzione di un quadro di Renato Guttuso. Quello che catturò la mia attenzione furono delle lampadine accese, erano le stesse che avevo notato nel mercato quel pomeriggio.

Il quadro riportava un titolo: la Vucciria. Il caso mi riportava proprio in quel luogo scoperto in maniera imprevedibile. Il pittore lo aveva ritratto così: una grande natura morta con in mezzo un cunicolo dove la gente scorre e si incontra. Un tripudio di colori e la corposa fisicità della folla che si mescola a banconi brulicanti di odori e aromi. Non mi restava che andare a cercare quelle atmosfere nel momento di maggior vita del mercato per vivere un’esperienza che avrebbe coinvolto tutti i miei sensi.

La mattina seguente in piazza Caracciolo tutto appariva diverso, quasi irriconoscibile, i vicoli che sembravano stranamente larghi e vuoti non esistevano più, il passaggio era reso quasi impossibile e difficoltoso dalle bancarelle che occupavano la via e dalle persone che lo attraversavano affaccendate a contrattare, i colori si mescolavano agli odori del pesce, delle spezie e della carne sanguinolenta in esposizione, il vocio dei venditori si diffondeva come una cantilena araba nei souk. Tutto era come nel quadro di Guttuso, così affollato, stretto e colorato, il vociare intenso (da qui il termine Vucciria, ovvero confusione), uno stordimento di odori e di suoni reso dall’espressionismo esuberante del pittore siciliano. Per Guttuso “chi conosce la Vucciria, questo straordinario avvallamento urbano nel quale si incastrano e si accavallano le mille botteghe del mercato di Palermo, sa in quale intrigo di vicoli, di piazzette, di crocicchi, di scalinate esso si articoli; sa l’ importanza che hanno il vocio, il frastuono, gli odori il brulichio della genteâ€.

I miei piedi erano nuovamente bagnati, alzai lo sguardo e ritrovai la mia “guida†dietro un bancone del pesce impegnato ad irrorare abbondantemente la sua merce e capii perché “il pavimento della Vucciria non si asciuga maiâ€.

Elisa Lucarelli

mag

15

I Maman di Louise Bourgeois

LA PAZIENZA TESSISTRICE DI QUEI RAGNI CHE SI CHIAMANO “MAMANâ€

Maman, è questo il nome degli enormi ragni di bronzo creati da Louise Bourgeois, artista enigmatica e tormentata considerata un’icona della modernità, una delle più importanti scultrici contemporanee. Nata a Parigi nel 1911, si stabilisce nel 1938 a New York.

Nella Grande Mela inizia la carriera artistica, spaziando nell’uso di tecniche diverse, ma sempre rivolta alla creazione di forme scultoree che coniugano la riflessione poetica e le convinzioni persoragnonali con le tendenze delle avanguardie artistiche. La sua ricerca è tesa a scandagliare i traumi, le paure, le sofferenze.

L’artista porterà sempre con se un senso di solitudine, di abbandono e di ricerca del ricordo che dominerà la sua arte. “A farmi lavorare è la rabbiaâ€, dice oggi l’artista. “E la memoria mi aiuta a capire perché mi sento come mi sento e faccio quello che faccioâ€.

Gli anni infantili nella Francia rurale sono caratterizzati dal complicato rapporto col padre che abbandona la famiglia per arruolarsi nella Prima guerra mondiale e, negli anni successivi, tradisce la moglie con la tutrice inglese della giovane Bourgeois, colpendo fortemente la sensibilità di Louise stessa.

Le emozioni della sua infanzia si trasferiscono nell’oggettività di piccole e grandi sculture. L’artista non accetterà mai il suo passato ed oserà un viaggio pericoloso e folle nella propria psiche, esumando immagini che nessun altro artista è mai riuscito a disseppellire.

Visioni in continuo cambiamento, emozioni sempre nuove, nel tentativo di comunicare con il mondo. Ed è attraverso il recupero del passato e dei ricordi che emerge la figura della madre, forse unica presenza rassicurante nell’orizzonte dell’artista.

Un’amica che come un ragno, dopo aver dato la vita, protegge dai pericoli in una visione a volte oppressiva e a volte estremamente delicata. Si ergono allora negli spazi espositivi del Guggenheim di Bilbao e New York, della Tate Modern di Londra, del Centre Pompidou di Parigi enormi ragni di bronzo, sottili e dispotici, dominatori delle scene. “Maman†s’impadronisce degli spazi, prepotente e bellissima. Al primo incontro con questa strana creatura lo spettatore rimane intimorito, difficilmente si avvicina.

Ma basta sapere che il ragno, per l’artista francese rappresenta la madre e repentinamente l’approccio cambia. Si è disposti ad esplorare da vicino la “Mamanâ€, finanche a camminare sotto le sue  sottili e lunghe zampe ed osservare  da questa diversa prospettiva gli spazi circostanti. Alzando lo sguardo si possono scorgere le numerose uova di marmo di Carrara bianche: appaiono dentro la sacca che l’artista ha forgiato con delicatezza, una rete robusta e nera che protegge quelle uova candide e fragili.

La “Maman†dell’artista era una tessitrice ed in quel ragno, Louise Bourgeois vede la sua mamma, paziente, delicata, un’amica in cui cercare protezione. “Il ragno è un’ode a mia madre. Lei era la mia migliore amica.

Come un ragno mia madre era una tessitrice. Come i ragni, mia madre era molto brava. I ragni sono presenze amichevoli che mangiano le zanzare. Così i ragni sono al contempo protettivi e pazienti ma anche predatori implacabili. Una sintesi di delicatezza e forza, di pericolo e di protezione, proprio come mia madreâ€.

“La forza di un artista è il risultato più profondo delle sue fragilità†.

Avv.Elisa Lucarelli

mag

14

La potente donna dal colore del rame

La potente donna dal colore del rame

Lei è lì da più di un secolo e guarda verso l’infinito. È grande, di dimensioni impressionanti ed è un simbolo. Secondo l’immaginario collettivo la libertà è legata alla levità, al volo, al respiro eppure nulla potrebbe rappresentare la stessa libertà meglio di questa statua di 225 tonnellate, alta 93 metri, dal volto sicuro ed altero, imperturbabile nei suoi pensieri. La Statua della Libertà, leggera e fiera.

È ospitata da un isolotto e sembra stia affrontando il vento in popresize2asppa. Appare come in procinto di  levare l’ancora e salpare per allontanarsi così dalla città che si agita sullo sfondo, eppure nulla si muove.

Le sue vesti sono irrigidite nel rame che avvolge tutto. Questo è quello che si presenta oggi ai nostri occhi e questo è quello che gli occhi di milioni e milioni di immigranti sognavano e solo dopo mesi di navigazione, di blu e spazi infiniti si trovavano dinanzi. Una statua con le braccia aperte ed un raggio di sole che andando a colpire la fiamma d’oro abbagliava la vista e che stava ad indicare, per chissà quale intrinseca ragione proprio la loro libertà. Arrivavano con una valigia praticamente vuota,  ma piena di sogni di pace ed eguaglianza, di speranze.

Quelle speranze di chi dal vecchio mondo si dirigeva verso il “nuovoâ€, verso una vita che aveva solo immaginato e sognato la sera prima di addormentarsi. Ora le braccia della “madre degli esuli†erano pronte ad accoglierli con una fiaccola accesa, la fiamma della vita. A

vrebbe caricato sulle proprie spalle la povertà, il malessere, la stanchezza e la fame, forse il sogno di una vita migliore si sarebbe realizzato.  Quella statua tanto sconosciuta nella realtà quanto familiare nella mente di ognuno degli emigranti, stava lì ad indicare l’inizio di qualcosa di nuovo. Tutto iniziò nel 1865 quando Laboulaye e Bartholdi ispirandosi ad una delle sette meraviglie del mondo, il Colosso di Rodi, iniziarono a discutere l’idea di un monumento alla libertà e decisero che l’icona che meglio l’avrebbe rappresentata avrebbe dovuto avere le sembianze di una donna. Una donna con la lunga toga, una corona a sette punte per indicare i sette mari ed i sette continenti, nella mano destra una fiamma d’oro che mai si sarebbe spenta e nell’altra la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Ai suoi piedi avrebbero trovato posto delle catene spezzate, simbolo della liberazione dal potere del sovrano dispotico, l’Impero Britannico. Qualche anno più tardi Bartholdi partì per un viaggio negli Stati Uniti e scelse il porto di New York per la collocazione dell’omaggio alla libertà. Gustave Eiffel progettò la struttura interna della statua e tra il 1881 ed il 1884 la stessa venne assemblata a Parigi.

Dal giorno dell’inaugurazione, il 28 ottobre 1886, “Lady Liberty†svetta all’entrata del porto del fiume Hudson, sulla rocciosa Liberty Island, un tempo Bedloe’s Island e continua da anni a dare il benvenuto a coloro che arrivano in America dal mare. Ora, a distanza di anni e solo dopo aver visto anche con i miei occhi quello che è stato un simbolo ed un sogno per milioni di poveri immigranti, mi chiedo se la libertà era davvero quella. Sognare un’altra vita, lontani dalla propria terra per fuggire da una realtà troppo difficile da accettare e da comprendere.

Se essere liberi significa avere la possibilità di compiere delle “libere†scelte allora i viaggi degli immigranti verso un futuro migliore furono e sono tuttora solo una via obbligata, allegoria di una schiavitù che veste i panni della potente donna dal colore del rame.

Non ci sono limiti allo sviluppo ed al progresso umano quando uomini e donne sono liberi di seguire i loro sogni.- Ronald Regan -

Elisa Lucarelli

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