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Domenico Monteforte

Archivi per la categoria ‘Recensioni’

 


Recensione: La battaglia dei tre regni

La battaglia dei tre regni


Pellicola laboriosa, molto sofisticata e cerebrale, l’ultima fatica di John Woo, il regista cinese più famoso ad Hollywood, è la trasposizione cinematografica di un episodio leggendario della storia cinese più antica accaduto alla fine della dinastia Han e considerato all’origine stessa della formazione del Celeste Impero. Un compito non facile per Woo che ha moltiplicato i suoi sforzi per realizzare la sua ambizione più ardita: riuscire nello stesso film a convincere il
la_battaglia_dei_tre_regnipubblico asiatico, che di quella storia conosce ogni dettaglio, e conquistare gli occidentali per i quali la Cina antica resta avvolta in un mistero. E il film è in effetti un superbo debutto al cinema d’autore da parte di un regista più celebre per film d’azione e thriller di successo, da Face/Off (1997) a Mission: Impossible 2 (2000). La “battaglia dei tre regni†(Red Cliff) è una celebrazione della strategia militare più sottile, quando le armi erano frecce, fuoco, lance e spade, nelle avvincenti, sanguinarie e tuttavia poetiche, rappresentazioni delle battaglie terrestri e navali.
Nessun particolare è trascurato, i combattimenti magistralmente orchestrati – con immancabili richiami allo “spaghetti-western†di Sergio Leone –, lasciano supporre il diligente allenamento degli attori ripetuto fino al raggiungimento della perfezione, le scenografie sono ricostruite con estrema meticolosità così come accuratissima è la scelta dei costumi per i quali Woo si è documentato per mesi, il tratteggio e la delineazione dei personaggi variano dalla soavità delicata del rito del tè preparato da Xiao Qiao alla virilità e all’“heroic bloodsheed†dei combattenti, l’utilizzo generoso del ralenti sottolinea il valore e la prodezza dei personaggi e conferisce epicità all’azione, così come grandiose sono le musiche di Taro Iwashiro e i suoni evocativi del koto, uno strumento a corda della famiglia delle cetre, le cui note, al posto delle parole, serviranno ai due protagonisti, in una scena raffinatissima e indimenticabile, per “discutere†l’entrata in guerra di Zhou Yu. I paesaggi acquerellati come in certe stampe antiche orientali, il selezionatissimo cast, tra cui spicca Takeshi Kaneshiro, e lo sterminato numero di comparse, contribuiscono a rendere colossale e imponente un’opera che coniuga al meglio la spettacolarità della narrazione storica con l’estetica efferata e prodigiosa dei precedenti lavori di Woo.
Splendida la panoramica del volo della colomba bianca, simbolo di innocenza e di pace, che accompagna lo spettatore nel sorvolare l’accampamento nemico alla ricerca di un punto debole che serva a sferzare il colpo mortale a Cao Cao. E non ci sono vincitori, il leitmotiv del film aleggia costantemente in ogni scena, il regista non indugia mai nel compiacimento per la sconfitta dell’avversario: la guerra è un male necessario e doloroso che ha come unico obiettivo la perpetuazione della pace.
Liberamente tratto dal classico della letteratura cinese “ The Records of Three Kingdoms†di Chen Shou (III sec. d.C.), “La battaglia dei tre regni†è il più costoso film asiatico mai realizzato (80 milioni di dollari).
… Visualizza altro
“Veloce come il vento, spietato come il fuoco
generoso come la foresta, forte come la montagnaâ€
(Xiao Qiao durante la preparazione di Zhou Yu)

Dott.ssa Barbara Cardella

ott

27

Recensione: “Bastardi senza gloria”

“Bastardi senza gloria”



inglourious_basterds-nuovo-poster-1Inglourious basterds (Bastardi senza gloria), dal titolo originale intenzionalmente sgrammaticato per esigenze di copyright, è un magnifico esempio di come un regista straordinariamente dotato possa permettersi di mescolare i più azzardati ingredienti e cucinare una vera leccornia da offrire al pubblico. Latte, strudel, whisky e vino rosso sono serviti ai quattro differenti deschi, trait d’union dei capitoli del film, attorno ai quali sono state girate le scene clue del film, e gli attori, magistralmente diretti , deliziano l’attentissima platea con dialoghi curatissimi e memorabili.

Un Tarantino monstre al quale non può essere più negato, quasi fosse sotto eterno esame, di essere un grande regista, forse il migliore tra i contemporanei, certamente il più innovativo e talentuoso. Le inquadrature delimitate con precisione e la cui apparente naturalezza è invece frutto di movimenti di macchina molto complessi, l’iperrealismo pulp sempre crudo ma più marginale, le azzeccate caratterizzazioni dei personaggi in chiave caricaturale, la meticolosa cura del dettaglio, i continui cambi di registro che tendono il plot in virtuosismi impossibili, dimostrano una volta per tutte che della pasta cinematografica l’ex noleggiatore di videocassette può e sa farne ciò che vuole, e con risultati spettacolari. Molto espressiva la sequenza della preparazione della Dark Lady Emanuelle che si accinge a gustare la sua vendetta “senza gloria†degna di un film Noir d’altri tempi.

Una menzione particolare meritano la colonna sonora, in cui spiccano le musiche di Ennio Morricone, e il finora poco noto (almeno in Italia) Christoph Waltz, con la sua indimenticabile interpretazione di “The Jew Hunterâ€, il cacciatore di ebrei. … Plures Legere
And I am a hard audience to please…

Dott.ssa Barbara Cardella


ott

27

LA SPOSA BAMBINA - PADMA VISWANATHAN

cover-la-sposa-bambinaTITOLO        LA SPOSA BAMBINA

GENERE       NARRATIVA STRANIERA

AUTORE       PADMA VISWANATHAN

EDITORE     GARZANTI LIBRI


LA SPOSA BAMBINA

Questo romanzo è ambientato nel villaggio di Cholapatti, in India, dove la piccola Sivakami va ad abitare a soli tredici anni a seguito del matrimonio, combinato dai suoi genitori, secondo l’usanza dell’epoca, con l’anziano guaritore ed esperto di oroscopi Hanumarathnam.

Siamo nel 1896. Tutto è pronto per la prima notte di nozze della piccola, che ha lasciato fuori da quella porta i suoi giochi, i sogni, le fantasie tipiche di una bambina della sua età. Ora siede sul letto con lo sguardo pieno di paura e sta tremando sotto il sari e i gioielli. Ma i suoi genitori hanno deciso così e lei sa perfettamente che non potrà fare niente per impedirlo.

Da questo momento in poi nessuno si occuperà più di lei, ma dovrà essere lei a prendersi cura                                                                                               degli altri, prima come moglie, pronta a compiacere ogni desiderio del marito, poi come madre della enigmatica Thangam e del ribelle Vairum.

Ma la forza che Sivakami ha scoperto  in sé nei primi anni di matrimonio forse non è abbastanza per affrontare quello che gli oroscopi   avevano ripetutamente previsto: la morte di Hanumarathnam. La ragazza scopre ora che la condizione di vedova è la peggiore  per la casta brahmanica di cui fa parte e della quale deve accettare le rigide regole che il suo stato le impone: tenere i capelli tagliati a zero, indossare il sari bianco, non uscire di casa, non avere alcun rapporto con il sesso maschile e non toccare nessuno dall’alba al tramonto, neppure i sui figli.

In seguito alla morte di suo marito, si trasferisce dai suoi fratelli  così come appare più consono: una vedova è una preda facile. Ma poi, per amore dei sui figli, decide di tornare al villaggio di suo marito, nella casa in cui, nonostante tutto, è stata felice con lui, per permettere loro di studiare ed avere una vita migliore. Anche se in questa condizione pare impossibile raggiungere la meta che si è prefissa, con caparbietà ed amore lei ci riesce, pur dovendo fronteggiare i conflitti inconciliabili della tradizione e la modernità che incalza giorno dopo giorno.

Questa decisione drastica, influenzerà il destino di tutti loro in modo sorprendente ed inaspettato.

“ La sposa bambina si svolge sullo sfondo dei sessant’anni più importanti e determinanti di tutta la storia dell’India, raccontando la storia di tradizione e di ribellione, di speranza e di forza, di amore e di sofferenza, conducendo il lettore all’interno dei costumi di una famiglia brahmanica, ma anche evocando le tensioni universali comuni a tutte le differenze generazionali †.


Franca Chicca

ott

25

Recensione: “Basta che funzioni”

basta-che-funzioni1“Basta che funzioni

…non è che funzioni molto! L’Allen di un tempo deve essersi perso da qualche parte in Europa. Ci sono, è vero, parecchie battute e dialoghi in grado di lasciare il segno e che, in alcuni divertentissimi momenti, si susseguono così vorticosamente che non si fa in tempo a tenerli tutti a mente. Molto interessante il monologo iniziale. Il film tuttavia manca di ritmo e a tratti il filo narrativo si allenta e perde naturalezza e sincerità per fare spazio ad alcune deviazioni un po’ troppo artificiose del regista che sembra voler convincere lo spettatore ad assolvere dinamiche sentimentali sicuramente fuori dal comune e che non possono non ricordare le sue vicende personali. Il messaggio del film è però positivo: l’amore è per sempre ma non necessariamente il primo. Voto 6


Dott.ssa Barbara Cardella

ott

24

L’eleganza del riccio (Muriel Barbery)

eleganza-riccio-coverL’eleganza del riccio



Titolo:  L’eleganza del riccio

Autore:  Muriel Barbery

Genere:  Letteratura internazionale
Editore:  E/O

“ Il riccio è un animale molto carino e il suo musetto ci ispira grande simpatia, ma ha gli aculei che ci consigliano di stare a distanza: tu lo osservi, lui ti osserva, ma da lontanoâ€.
Renée è una portinaia che lavora in un palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia. Agli occhi degli altri appare grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente: niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all’insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta che adora l’arte, la filosofia , la musica e la cultura giapponese: una vera intellettuale. Conosce Marx, Proust, Kant e si fa beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni, mostrandosi ciò che non è.
Nel palazzo vive Paloma, figlia di un ministro, dodicenne geniale e brillante, che ha capito troppo presto il senso dell’esistenza : è stanca di vivere,  tanto che  progetta di farla finita il giorno del suo tredicesimo compleanno. Anche lei si nasconde come Renée, fingendo di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre.
Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l’uno dell’impostura dell’altro, si incontreranno solo grazie all’arrivo nel palazzo di monsieur Kakuro Ozu, un giapponese ricco ma attento alle persone che gli stanno accanto, l’unico a comprendere l’eleganza del riccio. E così, grazie a lui, le due narrazioni si avvicinano e le due donne scoprono le loro affinità elettive.
“ Libro davvero molto bello. Le storie parallele dei due personaggi femminili, così lontani e così vicini tra loro, caratterizzano quest’opera, rendendola appassionante e coinvolgente. Interessanti  e stimolanti anche i continui riferimenti culturali alla filosofia, alla musica e al cinemaâ€.

Franca Chicca

ott

22

Wagner a Neuschwanstein

NEUSCHWANSTEIN: TRA MUSICA E FOLLIA

Eretto su una roccia, sopra la gola di Pollat, dal 1869 il Castello Neuschwanstein domina e controlla tutto ciò che è intorno, sospeso e sorretto dalle nuvole che ne incrichard_wagner_by_caesar_willich_ca_1862orniciano la figura così da farlo apparire solo come una visione.

È qui che il re di Baviera Ludwig II creò il suo rifugio, lontano dai pettegolezzi di corte e da quel mondo che tanto disprezzava.

Neuschwanstein fu il primo castello che il Re fece edificare.

Il sovrano curò personalmente la scelta del luogo dove erigere la costruzione del castello, alla ricerca di un angolo nel quale ogni stagione evidenziasse la bellezza della fortezza e, il frequente fenomeno delle nuvole basse potesse ricreare un’atmosfera fiabesca ed impalpabile.

Ludwig concepì Neuschwanstein come un paradiso ultraterreno dove far rivivere i suoi sogni e rifugiarsi da una realtà che lo avrebbe voluto partecipe degli eventi politici del Paese.

Progettato dallo scenografo Cristian Jank, lo fece costruire nello stile dei castelli cavallereschi medievali, forte della sua ossessione di usare l’architettura come una scenografia di quelle saghe nordiche che lo appassionavano e che, il suo amico Richard Wagner, trasponeva superbamente in musica.

Una forte ammirazione legava il sovrano al musicista delle saghe nordiche e, infatti, quando nel 1864 Maximilian II re di Baviera si spense, lasciando in eredità al figlio Ludwig II la corona, questo dichiarò che l’unico provvedimento urgente da prendere era quello di condurre Richard Wagner a Monaco.

Il “Divino mio unico Tuttoâ€, così era solito riferirsi al compositore, fu spesso ospite a Neuneuschwanstein_castleschwanstein e fu proprio il sovrano a garantirgli la serenità necessaria per comporre, data la pensione di ben 8000 fiorini che gli corrispondeva, fino a quando però fu costretto ad allontanarlo a causa delle lagnanze del Governo: Wagner era troppo costoso per le casse dello Stato.

Seppur lontano, Ludwig poteva continuare a rivivere le meraviglie del genio wagneriano solo passeggiando tra le stanze del suo incantevole castello.

Gli interni sono infatti sfarzosi omaggi alle opere ed al mondo ideale di Richard Wagner, dalla Sala dei Cantori ornata da raffigurazioni del Parsifal, alla stanza da letto dove primeggiano le scene del Tristano e Isotta.

Ed è tra queste mura, anche se solo per pochi mesi, che il sovrano alimentò il suo amore per la solitudine e nutrì gli stessi ideali che ispirarono il compositore di Lipsia: la libera individualità contrapposta alla società ed alle leggi del “dover essereâ€, l’umanità lancianormal_fairytalefantasyneuschwansteincastlebavariagermanyta in una sfida di morte, il mito inteso non più come chiave per interpretare la realtà, bensì come mondo fuori dal tempo e dalla volontà in cui per agire è necessario essere sapienti, puri e soprattutto folli, quella follia che porterà, così come Sigfrido, anche Ludwig alla morte.

Il cadavere del Re verrà trovato nelle acque del lago di Stanberg, forse tradito, come Sigfrido da Brunilde, dai suoi stessi ministri che lo credevano pazzo.

O forse che l’imperatrice Elisabetta di Baviera aveva ragione nel considerarlo non un folle, ma solo eccentrico amante dei sogni e dell’ideale romantico, di quello Sturm und Drang tanto caro ai tedeschi che è stato capace di consumare l’ultimo vero sovrano di Baviera, il Re che da Neuschwanstein poteva, con un solo sguardo dominare, illudendosi, l’indominabile: la Natura.


Avv. Elisa Lucarelli

ott

22

Recensione: Baarìa

locandina_del_film_baaria_la_porta_del_vento-01Baarìa


l’oscar probabilmente lo vincerà… In realtà il film è spesso eccessivo, un po’ barocco e sovraccarico nel tentativo del regista di affrescare il più possibile senza mai andare in profondità, con risulati spesso vicini al grottesco. Troppe e ripetute caricature (Lo Cascio, Placido con la sua acqua e Fiorello) e scene da spot pubblicitario. Belle le musiche e la fotografia anche se un po’ troppo calda.. Nel complesso è un film da vedere perché è curato e riporta magicamente indietro in un tempo e un luogo finora solo immaginati.

Dott.ssa Barbara Cardella

ott

21

Diario di scuola (Daniel Pennac)

“Diario di scuolaâ€


Genere: Narrativa.

Autore: Daniel Pennac.


Scrittore mitico.

Entrato nel Pantheon degli dei della letteratura contemporanea.

Pennac, ritorna sui banchi della scuola e narra di questo mondo da tutti così conosciuto e nel contempo ignoto. Mette a nudo le sue incongruenze: la vacuità delle aspettative, che si sciupano come i granelli di sabbia stretti nel pugno, il falso conformismo e perfino la ragione, che cede il passo alla illogicità.

E non manca lo spazio per un omaggio, una considerazione quasi estemporanea a quel tanto di pazzia irriverente che permette alle persone di crescere, come se fossero libere.

Immaginiamoci che esista una scuola dove gli individui non sono obbligati a capire e possano perfino avere qualche idea, magari originale.

diario_di_scuola

Ecco allora che Pennac diventa geometra e architetto di una scuola che, se presa in giro, nelle sue lacune, non è mai scartata o denigrata, anzi, per molti versi le osservazioni costrittive sono un modo per andare oltre la scuola, ma senza mai prescindere dal suo ruolo nella crescita di ogni individuo.

L’Autore usa l’intelligenza più sublime per trovare parole che sono note di stile ed è il genio del violino quando suona nelle frasi, che fuoriescono perfette.

Le sue riflessioni sono di una bellezza greca, fra il mito e la virtude. Possiedono quello spessore che può essere paragonato solo al primo bacio in quanto ad intensità.

Le aspettative, cosa sono se non i fantasmi dell’epoca moderna, del consumismo che centralizza la persona, imprigionandola, fra le mura invisibili delle città, denudandola della Fantasia. Arrivando addirittura a mettere paura all’uomo, per ogni suo tallone d’Achille, facendogli dimenticare quanto importante sia “vivereâ€.

Perché esiste un esperienza che può essere ereditata solo dalla vita stessa.

E allora rieccoli: i geometrici banchi della scuola, maestra di scienza, matematica, storia, ma non delle arti che furono liberali.

Qui, lo scrittore risalta l’arroganza del sapere ,quando esso si mischia alla superbia della rettitudine, all’eccesso della sapienza che, oltre la saggezza, addormenta i sogni e genera incubi.

L’umiltà della debolezza, la poesia delle cose semplici e l’efficacia di un senso comune che spinge ben oltre le Colonne d’Ercole, queste sono le grandi aspettative che il Sapere dovrebbe coltivare nel fanciullo.

Scorrendo queste pagine meravigliose troviamo pensieri che sono come le grandi canzoni, quelle che riescono ad aprire una finestra nel tempo e fanno sì che le emozioni diventino immortali.

E c’è l’abilità di uno scrittore che pone interrogativi dal sapore pleonastico laddove ci fanno partecipi dell’utopica ricerca di significati, quando il concetto di “esistenza†è in realtà molto più grande dell’uomo.

C’è anche un sentimento di compiutezza, un tacito assenso alla Natura dell’Evoluzione; noi, che dobbiamo riconoscere un limite nella conoscenza che è la capacità di vivere per ciò che siamo, liberandoci da quelle insulse regole che vorrebbero vederci sopravvissuti invece che uomini liberi.

Il grande scrittore cita la legge del cuore, del mito, di quel che resta dopo che il tempo è trascorso: ineffabile baluardo di ogni lotta, ultimo avversario della grande guerra che termina con la morte del corpo.

Pennac da una pagella alla distrazione dei singoli burattinaia che gestiscono la scuola come se fosse il loro Feudo e che è figlia della stupidità; apostrofa l’ignoranza dei dogmi quando non ammettono il verbo. E lo fa con spirito ironico, perché l’ineluttabilità del fato non può essere ingannata dal debole potere di convinzioni artificiose, fatte per mescolare le carte al destino.

Ci sono dei limiti, che possono e devono essere compresi, in mancanza: più le cose cambiano e più restano le stesse.

Diciamo grazie a Pennac, al suo genio e all’intuito coraggioso di questo Artista della letteratura.

“Diario di scuola†è un testo epico, da leggere ogni volta che le difficoltà sembrano impossibili da affrontare perché fornisce risposte nascoste in noi stessi. Libera l’animo e sorride alla verità, quella per cui vale la pena annotare certe frasi nel diario dell’adolescenza. E’ la prima e l’ultima lezione della vita.

Marco Solferini

ott

20

La solitudine dei numeri primi(Paolo Giordano)

“La solitudine dei numeri primiâ€


lasolitudinedeinumeriprimiGenere: Letteratura Italiana, sentimentale, drammatico, esistenziale.

Autore: Paolo Giordano

La crudeltà epica della coscienza.

Il racconto di eventi che, nella semplicità sterile di un fatto, fotografano l’istantanea di un età.

Puntellano la crescita, scrivono un tratto di DNA della personalità.

La sensibilità matematica di due anime: gemelle nella difficoltà di una esistenza, che rasenta i limiti della sopravvivenza.

L’attrazione delle similitudini, l’irriverenza del fato.

L’Autore, Giordano, scrive con maestra scienza la formula dell’esistenza: il senso comune di una rappresentazione enigmatica, ma straordinariamente vera.

Perché sappiamo che ci sono episodi della vita che sono come un pugno nello stomaco. E l’Autore ce li riporta per quello che sono, senza metafore.

Per questa ragione, nel romanzo, c’è un po’ di ognuno e per ciascuno, qualche grammo di un tempo passato, tanto in Alice, quanto in Mattia.

Tuttavia, è il minimo comune denominatore dell’originalità che va oltre persino all’inevitabilità delle similitudini: essi non possono e non sono mai uguali

Mattia e Alice non sono e non potrebbero mai essere come chiunque altro legga a loro storia.

E’ la distanza che avvicina: l’essenza di un abbandono che sembra il preludio ad un nuovo ritorno.

Il lettore non solo è affascinato da una scrittura potente, costante, elaborata secondo la regola dell’arte, ma altresì condotto per strade maestre e cunicoli nascosti della mente, che dominano il comportamento, seppure attraverso i dubbi dell’adolescenza.

Questo romanzo parla, con la voce dell’Io, di solitudine, ma anche di comprensione, atteggiamenti e di una vita che trascorre o, se vogliamo, secondo Eraclito, scorre.

L’apprendimento che se ne può trarre è un insegnamento sapiente: attraverso il fardello della consapevolezza nelle proprie responsabilità noi cresciamo simili ad una metafora inspiegabile, priva di sostanza e soltanto quando accettiamo quel che siamo, trasmutiamo in ciò che potremmo essere.

Coloro che hanno la fortuna di leggerlo ne rimangono impregnati, come se l’inchiostro diventasse il proprio sangue, e questo perché ci sono capitoli che non vanno via, che si attaccano addosso e ritornano, nella riflessione episodica.

E’ un opera d’arte letteraria. Scandita con realismo, sapienza anestetica e capacità di sintesi essenziale.

Dopo la lettura possiamo affermare: “noi siamo e potremmo essereâ€, coltivando l’intimo timore della debolezza e partorendo azioni che sono molto più figlie della paura piuttosto che della ragione. Eppure siamo i Figli della scienza illuminata.

L’Autore non è stato soltanto bravo dal punto di vista letterario, ma superbo per la testimonianza umana del suo scritto. Uno straordinario talento giovane che onora l’Italia di quanti scrivono con la mente e con il cuore, leggendo per passione e conoscenza personale.

“La solitudine dei numeri primi†è un romanzo d’eccellenza, da leggere, custodire, prestare e di cui discutere, con gli amici e conoscenti di sempre. E’ un omaggio all’intelligenza narrativa.

Marco Solferini

ott

19

Luci nel carnevale romano

LUCI NEL CARNEVALE ROMANO


“Il Carnevale a Roma non è una festa data al popolo, ma una festa che il popolo dà a se stesso. Il governo non fa né preparativi né spese.

Non illuminazioni, non 9876027-38287595-53089993-21389206fuochi artificiali, non processioni splendide, ma un semplice segnale che autorizza ciascuno ad essere pazzo e stravagante quanto gli pare e piace, ed annunzia che, salvo le bastonate, e le coltellate, tutto è permessoâ€.

Così scriveva Goethe nel 1788 per descrivere la meraviglia che Roma, tra i suoi tanti vicoli, offriva ai turisti nel periodo del Carnevale, un insieme di colori, luci, grida e risate.

Non il composto ed altero scenario delle calle veneziane, ma folla impazzita, cavalli in corsa e maschere stravaganti.

Il Carnevale romano, a partire dall’anno Mille divenne uno degli appuntamenti più desiderati.

Si attendeva l’editto papale e, solo allora, poteva avere inizio la grande festa.

Palcoscenico favorito, Piazza Navona con le corride e tornei cavallereschi, pparata20carnevale20romanooi si aggiunse il Monte Testaccio, allora quasi ai confini della città in direzione sud, dove i divertimenti erano più plebei e ridanciani.

Ospiti d’eccezione Rugantino, Meo Patacca e Pasquino, maschere ispirate al tipico popolano romano, spaccone ed arrogante, timorato di Dio ma non del papa che viveva sempre sul filo del processo e del rogo.

La Corsa dei Berberi era la manifestazione più attesa.

Cavalli lanciati senza fantino in mezzo alla folla, partivano da Piazza del Popolo, percorrevano il Corso per arrivare a tagliare il traguardoil_carnevale_large in Piazza Venezia tra l’eccitazione degli spettatori.

La manifestazione invece più suggestiva, era senza dubbio la Festa dei Moccoletti, nell’ultimo giorno del Carnevale. I romani uscivano di casa con una candela od una lanterna in mano, tante piccole luci si muovevano inondando le strade della città. T

ra la folla, ognuno doveva cercare di spegnere la candela alla persona di sesso opposto, chi aveva il moccoletto spento doveva togliersi la maschera, e così a poco a poco moriva il Carnevale ed i romani tornavano ad essere i cittadini di sempre.

Così Gioacchino Belli nel 1847 “…finarmente è spicciato carnovale, corze, balli, commedie ogni ariduno, so tornate le cennere e er digiuno. Er carnovale è morto e seppellito: li moccoli hanno chiuso la funzione, nun ze ne parla più, tutto è finito …â€.

Elisa Lucarelli

ott

19

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