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Wagner a Neuschwanstein
NEUSCHWANSTEIN: TRA MUSICA E FOLLIA
Eretto su una roccia, sopra la gola di Pollat, dal 1869 il Castello Neuschwanstein domina e controlla tutto ciò che è intorno, sospeso e sorretto dalle nuvole che ne inc
orniciano la figura così da farlo apparire solo come una visione.
È qui che il re di Baviera Ludwig II creò il suo rifugio, lontano dai pettegolezzi di corte e da quel mondo che tanto disprezzava.
Neuschwanstein fu il primo castello che il Re fece edificare.
Il sovrano curò personalmente la scelta del luogo dove erigere la costruzione del castello, alla ricerca di un angolo nel quale ogni stagione evidenziasse la bellezza della fortezza e, il frequente fenomeno delle nuvole basse potesse ricreare un’atmosfera fiabesca ed impalpabile.
Ludwig concepì Neuschwanstein come un paradiso ultraterreno dove far rivivere i suoi sogni e rifugiarsi da una realtà che lo avrebbe voluto partecipe degli eventi politici del Paese.
Progettato dallo scenografo Cristian Jank, lo fece costruire nello stile dei castelli cavallereschi medievali, forte della sua ossessione di usare l’architettura come una scenografia di quelle saghe nordiche che lo appassionavano e che, il suo amico Richard Wagner, trasponeva superbamente in musica.
Una forte ammirazione legava il sovrano al musicista delle saghe nordiche e, infatti, quando nel 1864 Maximilian II re di Baviera si spense, lasciando in eredità al figlio Ludwig II la corona, questo dichiarò che l’unico provvedimento urgente da prendere era quello di condurre Richard Wagner a Monaco.
Il “Divino mio unico Tuttoâ€, così era solito riferirsi al compositore, fu spesso ospite a Neu
schwanstein e fu proprio il sovrano a garantirgli la serenità necessaria per comporre, data la pensione di ben 8000 fiorini che gli corrispondeva, fino a quando però fu costretto ad allontanarlo a causa delle lagnanze del Governo: Wagner era troppo costoso per le casse dello Stato.
Seppur lontano, Ludwig poteva continuare a rivivere le meraviglie del genio wagneriano solo passeggiando tra le stanze del suo incantevole castello.
Gli interni sono infatti sfarzosi omaggi alle opere ed al mondo ideale di Richard Wagner, dalla Sala dei Cantori ornata da raffigurazioni del Parsifal, alla stanza da letto dove primeggiano le scene del Tristano e Isotta.
Ed è tra queste mura, anche se solo per pochi mesi, che il sovrano alimentò il suo amore per la solitudine e nutrì gli stessi ideali che ispirarono il compositore di Lipsia: la libera individualità contrapposta alla società ed alle leggi del “dover essereâ€, l’umanità lancia
ta in una sfida di morte, il mito inteso non più come chiave per interpretare la realtà , bensì come mondo fuori dal tempo e dalla volontà in cui per agire è necessario essere sapienti, puri e soprattutto folli, quella follia che porterà , così come Sigfrido, anche Ludwig alla morte.
Il cadavere del Re verrà trovato nelle acque del lago di Stanberg, forse tradito, come Sigfrido da Brunilde, dai suoi stessi ministri che lo credevano pazzo.
O forse che l’imperatrice Elisabetta di Baviera aveva ragione nel considerarlo non un folle, ma solo eccentrico amante dei sogni e dell’ideale romantico, di quello Sturm und Drang tanto caro ai tedeschi che è stato capace di consumare l’ultimo vero sovrano di Baviera, il Re che da Neuschwanstein poteva, con un solo sguardo dominare, illudendosi, l’indominabile: la Natura.
Avv. Elisa Lucarelli
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Francois Auguste René Rodin
GLI ATTIMI DI QUELLA REALTA’ IMPERFETTA
Ed eccoci nuovamente a Parigi, questa volta in Rue de Varenne, nel settimo arrondissement, non distanti dalla lucente cupola d’oro dell’ospedale militare “Les Invalide
s”. Da lontano si intravede un palazzo settecentesco, i lineamenti morbidi e le calde tinte.
È l’Hotel Biron, che diviene ancora più bello nei pomeriggi d’autunno quando, passeggiando nel parco che lo circonda, è possibile percepire il silenzio delle foglie cadere sui viali, nell’acqua del piccolo laghetto o su una delle creazioni del Maestro…perché potrebbe essere solo un’illusione pensare di essere soli a godere di tali atmosfere.
Tra gli alberi, i viali e l’aria infatti, si ergono, come tante figure magmatiche Il Pensatore, assorto nella sua meditazione, Balzac avvolto nel mantello che osserva indignato il genere umano, I borghesi di Calais ed il loro sacrificio. Francois Auguste René Rodin, scultore francese che portò freschezza e vigore all’arte di quel periodo ormai imprigionata in obsoleti canoni accademici, trascorse gli ultimi anni della sua vita, qui, nel cuore di Parigi, tra il 1908 ed il 1917.
Un anno prima di morire destinò allo Stato tutte le opere in suo possesso e le lasciò nella sua casa con lo scopo di creare un museo. E così fu. Il 4 agosto 1919, due anni dopo la sua morte, venne inaugurato il Museo Rodin. All’Ecole des Beaux – Arts non credevano certo che questo ragazzo, nato in un quartiere operaio di Parigi, fosse dotato, dal momento che rifiutarono per ben tre volte di ammetterlo. Questa circostanza però, per Auguste Rodin forse, fu solo una fortuna visto che ebbe l’occasione di formarsi in una scuola dove, accanto agli studi più tradizionali, si affiancavano metodi meno convenzionali come la tecnica del disegno da modelli in movimento. Così la sua arte crebbe “diversa” come differenti furono le sue sculture.
Corpi in movimento che si abbracciano o si accovacciano in una continua tensione muscolare ed insieme creativa. Le posizioni che i modelli assumevano per lui, non erano mai imposte, questi adottavano gli atteggiamenti che più erano naturali. Rodin li lasciava camminare nudi nel suo studio per poter cogliere gli attimi che rispondevano alla sua idea creativa, per catturarli,
come un osservatore della vita, consapevole dell’impossibilità di arrestare la realtà.
Quasi come se in una folle corsa tentasse di avvicinare, senza spaventarli, gli animali di un bosco.
Un contesto dunque primitivo ed animalesco che richiama all’antico, alla vita così come nelle origini, capace di liberarsi lentamente dalla materia per sorgere sempre imperfetta e mai finita, perché in fondo questo è l’uomo.
È proprio la tematica del “non finito”, di radici michelangiolesche, che accompagnerà tutta la creazione artistica dello scultore francese.
Ed ecco allora che troviamo capelli sciolti che si perdono nella materia bianca, il viso di una donna che si confonde con il cuscino su cui dorme, i corpi di Paolo e Francesca che si uniscono alle nuvole di marmo, nella commovente interpretazione del V canto dell’Inferno dantesco.
Forme e contorni, così come era nell’ideale romantico, che si sfumano e si perdono nello spazio; così è il frammento in cui, alcune parti si sono perse ma che la mente riesce a ricostruire.
Troviamo dunque donne senza braccia in meditazione e mani che fungono da unico soggetto scultoreo perché, in fondo, “le opere d’arte degli antichi sono giunte a noi spesso sottoforma di frammento ma in grado di esprimere la vita nella forma più compiuta, grazie ad un equilibrio fra idealizzazione e realismo”.
Quel realismo ricercato
fino all’estremo, anche nelle patine finali, utilizzando gli agenti atmosferici. Infatti “solo la polvere e la sporcizia, depositandosi nelle fessure, accentueranno la profondità” del bronzo e del marmo, “l’acqua piovana ne esalterà le parti in rilievo ossidandole”. Auguste Rodin ci ha lasciato un’eredità carica di sensualità e forza espressiva, di realtà in continuo divenire e sempre imperfetta.
Ora è possibile ammirare le sue opere passeggiando tra le stanze del palazzo o nel tranquillo giardino.
Mi piace pensare che lo spirito dell’artista sia lì ad osservare le sue opere tutte realmente incomplete e belle, consapevole di aver trasmesso la leggerezza di un abbraccio con un Bacio, dove razionalità e passione si intrecciano travolgendo, aver comunicato la ricerca estrema della verità nell’intensità espressiva di un uomo seduto, Il pensatore. Nel 1877 il giornale “L’Etoile belge” scriveva: se ha attirato l’attenzione a causa della sua diversità, la mantiene grazie ad una qualità tanto preziosa quanto rara: la vita.
Avv. Elisa Lucarelli
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Chapelle de Notre Dame du Haut
UNA COLLINA PER ASCOLTARE L’INFINITO
Avrò avuto all’incirca quindici anni quando, in vacanza nel nord est della Francia, decisi di chiedere ai miei genitori di recarci a Ronchamp, vicino Belfort, per visitare la chiesa di Notre Dame du Haut. La richiesta non nasceva da uno studio sui libri di storia dell’arte o dai racconti di qualcuno
ma, come spesso accade, da semplice curiosità .
Attraversando in macchina la regione dell’Alsazia, infatti, mi era capitato davanti agli occhi il cartello pubblicitario di questa “Chapelle†dalla forma piuttosto singolare. Di quelle ore trascorse a Ronchamp ricordo in particolare l’aria pungente, il verde intenso del prato ed il silenzio…
La visione mi colpì particolarmente e ricordo che, pur non conoscendo nulla dell’architetto, azzardai delle ipotesi circa il motivo che aveva potuto spingere lo stesso a creare un’opera dalle fattezze così “diverseâ€. L’idea era andata agli orrori della guerra ed ora, a distanza di anni, posso dire che non sbagliai affatto.
Da quel momento, nella mia mente decisi di catalogare Charles Edouard Jeanneret in arte Le Corbusier, come un architetto particolare nel suo genere.Promisi a me stessa che prima o poi avrei approfondito la sua poetica e visto più da vicino anche altre opere che sicuramente sarebbero state “strane†come quella chiesa.
Niente di più sbagliato. Ho scoperto che Le Corbusier, prima della costruzione di Notre Dame du Haut, era stato considerato il padre del Razionalismo architettonico. Se si guarda infatti alla poetica di quest’artista, si comprende come lo stesso fece del ragionamento la sua prassi creativa, dell’ordine il tema delle sue opere perché “…costruire non è altro che l’atto di mera trascrizione di un’idea premeditata…â€, l’idea, la regola, il principio che Le Corbusier traduce nei suoi celebri “cinque punti di una nuova architettura†da lui fissati come solide basi per i suoi progetti, i comandamenti del Razionalismo: pilotis, pianta libera, finestra nastro, facciata libera, tetto giardino.
Troviamo allora case sollevate dal suolo e giardini che crescono sia al di sotto della costruzione come anche al di sopra per sfruttare al meglio il tetto, finestre che si sviluppano in lunghezza, illuminando al massimo gli spazi abitati e lasciando filtrare con fiducia lo spazio all’interno.
Sembra dunque che l’architetto svizzero abbia sempre tentato, in linea con gli ideali illuministici, di costruire il migliore dei mondi possibili fatto di case e città ideali. Ciò è vero però se si guarda alle opere progettate e costruite prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Dopo l’orrore, infatti, nulla poteva rimanere immutato, la guerra penetra necessariamente nella natura umana. Così l’architetto svizzero non avrebbe potuto bendarsi gli occhi e, dell’inconcepibile tragedia prese coscienza nell’urlo della sua opera.
È il 1950 quando Le Corbusier liquida i cinque principi, gli immacolati volumi e le superfici terse, e da voce alla disperazione, al risveglio dall’illusione realizzando la Chapelle de Notre Dame du Haut. Tutto diviene incomprensibilmente irrazionale, più nulla può essere ricondotto alla ragione illuminata che sempre aveva accompagnato l’uomo di le Corbusier, oramai schiacciato dal peso della guerra. 
E così nasce quel rifugio bianco e puro che è il corpo centrale ed unico della costruzione. Sembra chiamato ad accogliere il pensiero, il silenzio e le voci dello smarrimento. Le forme ascoltano perché questo luogo di culto è come un grande orecchio (il disegno planimetrico della Cappella, infatti, sembra riprodurre la forma di un timpano) progettato per captare la voce dell’infinito e la sacralità che aleggia nel cielo e sopra la Natura.
Un orecchio, però, schiacciato dal pesante tetto scuro, non più verde come i tetti – giardino ma grigio come gli inspiegabili orrori della guerra che soffocano l’umanità . Copertura però non eterna ma solo poggiata come una vela che può essere portata via da una leggera folata di vento e che non aderisce completamente al corpus ma lascia penetrare all’interno una lama tagliente di luce, un ideale di speranza per la rinascita perché anche di fronte alla sconfitta rimane la poesia, la libertà creativa e la meraviglia della Natura. Nulla ha più una matrice razionale e così l’arte prende forma dal labirinto dell’incoscio. Non più una pianta ben strutturata e progettata ma un rincorrersi incompiuto ed indefinito di mura che sembrano incontrarsi casualmente per la necessaria chiusura.
E l’interno attende l’uomo avvolgendolo in un ambiente irregolare illuminato da luce naturale ma fioca. Lo spirito, infatti, comunica all’esterno con finestre piccole e dalle mille e più illogiche forme, feritoie pur sempre colorate ma che consentono a malapena l’ingresso della luce perché ormai la disillusione e l’incertezza dominano vincendo sulla ragione.
Ronchamp chiude la partita con l’Illuminismo, con le idee universali assoldabili per qualsiasi finalità , anche per il razzismo hitleriano. Dopo
Auschwitz, Dachau e Mauthausen, dopo le camere a gas e le fosse dei milioni di trucidati, Ronchamp comunica il delirio di tali contraddizioni in cui ogni suono diviene eco di se stesso, già memoria.
Così dopo quasi sessant’anni l’opera di “Corbu†considerata da molti come un gesto eversivo, ma che in realtà potrebbe più giustamente essere vista come una presa di coscienza dinanzi al mondo ormai mutato, ci accoglie con il candore delle sue mura/fortificazioni serpeggianti ed il verde intenso della collina che si apre sui quattro orizzonti e sulla quale questo enorme masso caduto dal cielo si poggia. Ci avvolge nel silenzio di uno spazio interno unico e colorato dove il cuore rimane in attesa che il vento cambi e trascini con sé quella grigia e pesante vela.
“Solo la natura è ispiratrice, è vera, e può essere il supporto dell’opera umanaâ€.
Le Corbusier
Elisa Lucarelli
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