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AVATAR
AVATAR
Quindici anni e questa è la storia?
E’ impossibile valutare appieno “Avatarâ€, l’eco-opera dalla lunga e complessa gestazione di James Cameron, se si esaminano separatamente le meraviglie tecnologiche del film e le facilonerie della narrazione. Le accuratissime immagini che il regista di Titanic ci propone sul grande schermo in 3D sono un vero successo sul piano visivo, ma la storia è una totale rielaborazione che manca di qualsiasi guizzo di originalità e di autenticità emotiva.
Anno 2154. La Terra è in pericolo e gli Stati Uniti (chissà poi perché soltanto loro), inviano soldati e scienziati sul pianeta Pandora, distante milioni di anni luce, alla ricerca di un minerale prezioso, che aiuterà a salvare il pianeta dal disastro ecologico. Sin dalla prima incursione sul suolo alieno arrivano inevitabili i richiami alla guerra in Vietnam suggeriti dalle scene di elicotteri futuristici che calano impietosi su giungle verdi e montagne fluttuanti, una terra piena di insetti esotici, rettili volanti giganteschi e uccelli, bestie temibili come dinosauri, e ferocissimi cani glabri. I Na’vi, gli abitanti del pianeta alieno, sono realistici come ci si può aspettare da gatti bipedi blu alti tre metri e coperti di macchie bioluminescenti. Eppure seducono il pubblico con le loro sembianze feline e l’innegabile destrezza e sensualità delle movenze. L’immagine è un trionfo, l’animazione in 3D nella sua strabiliante magnificenza diventa un incoraggiamento per lo spettatore a scrollarsi di dosso un modo obsoleto di interpretare l’esperienza cinematografica e a reinterpretarla come se fosse parte integrante della proiezione. Come ha scritto Enrico Ghezzi, nel film “la terza dimensione siamo noi spettatori, sollecitati a correre oltre la velocità della luce sulle nostre gambe-occhio intorpidite”. Tuttavia, anche se visivamente perfetto, Avatar soffre di una narrazione che è poco originale e spesso estremamente noiosa e prevedibile, e di uno script che manca di connessione emotiva. E’ un peccato che Mr. Cameron, the King of the World, non sia stato capace di pensare ad una sceneggiatura degna del suo spettacolo. La pellicola è inutilmente stiracchiata – 161 minuti apparentemente interminabili –, drammaticamente auto-compiaciuta e semplicistica.
Tematicamente, il film gioca anche troppo superficialmente con il clichè stereotipato dell’invasore malvagio contrapposto all’indigeno virtuoso e il messaggio globale anti-imperialista e di ritorno alla natura è sicuramente una facile retorica che cattura le simpatie dello spettatore, tuttavia è piuttosto ironico se si considera che il monito proviene da un’industria cinematografica radicata sul business della tecnologia.
Avatar è sicuramente un fenomeno che non si può ignorare, monumentale, imponente e realizzato con una minuziosità e professionalità straordinarie - ma lo stesso si potrebbe dire dello skyline di Dubai, grandioso e incantevole fuori ma vuoto e senza appeal dentro.
Barbara Cardella
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Train de vie (Radu Mihaileanu)
Train de vie: un treno per vivere
“…c’era una volta un piccolo Shtetl, un piccolo villaggio ebraico dell’Europa dell’Est. Era l’anno 5701 cioè 1941 secondo il nuovo calendario. Era d’estate, l’estate del 1941, il mese di luglio, credo.
Io fuggivo credendo che si potesse fuggire da ciò che si è già visto, troppo visto. Correvo per avvertirli, i miei, il mio Shtetl, il mio villaggio. E questa è la storia, così come tutti noi l’abbiamo vissuta…â€.
È con queste parole che Shlomo, il matto del villaggio, da inizio a Train de vie, film del 1998 diretto dal regista Radu Mihaileanu (Romeno, di religione ebraica), che tratta in maniera allegorica e quasi comica il tema dell’olocausto degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Il film è ambientato nel 1941: in uno Shtetl, un piccolo villaggio ebreo nell’Europa dell’Est progressivamente invasa dai nazisti. Schlomo avvisa tutti che nei paesi vicini gli ebrei vengono deportati dai nazisti e propone un’idea: risistemare un vecchio treno per scappare e portare tutto il paese verso Israele. Ci si divide i compiti, chi fa la parte del militare nazista, chi del deportato.
L’impresa ha inizio tra consensi e dissensi (nasce persino un’agguerrita cellula comunista). Si beffano i nazisti, si disorientano i partigiani, ci si incontra (sul piano umano) e ci si scontra (su quello musicale) con gli zingari. Finché si giunge in una terra di nessuno…
Tra sogno e realtà , Shlomo, il demiurgo, ci conduce per mano attraverso una trama che altro non è che la ricerca utopistica di un mondo privo di ingiustizie, la volontà di sostituirsi alla mano di Dio nella creazione di una realtà accettabile, perché quella che si sta vivendo è troppo difficile da sopportare per un animo sensibile come quello di un folle.
I confini del possibile, allora, si dilatano fino a creare un territorio franco ove solo ebrei e zingari (uniti dalla musica) possono entrarvi.
I nemici, i veri nazisti come anche i comunisti non vi hanno accesso. I primi verranno continuamente derisi, gli ultimi osse
rveranno la carovana solo da lontano, per poi allontanarsi quasi come sconfitti, paradossalmente, dalla forza dei più “deboli†e, da quel treno che per ironia della sorte è proprio l’astrazione di quello destinato ai campi di sterminio. Ed anche quando verrà rappresentato sullo schermo l‘incenerimento della Torah, distrutta con gli arredi e le suppellettili della povera sinagoga dello Shtetl, quando tutti gli oggetti utili per una spiegazione sacra del mondo saranno cancellati dall’insensatezza, verranno allestite liturgie riempite dal bisogno di celebrare il Purim come normalità che sacralizza qualsiasi luogo (”La terra potrebbe essere santa ovunque”), riutilizzando frammenti della memoria,  per creare una realtà che conduca fuori dall’incubo.
Un film che negando l’Olocausto, ne rafforza la memoria calcando la mano sulle assurdità della storia che forse troppo facilmente vengono dimenticate.
Un film intenso ove il sogno di salvezza e speranza, poeticamente raccontato dal regista ed accompagnato dalle deliranti musiche di Goran Bregovic, si intreccia garbatamente con l’ironia tipica del divertimento Yiddish.
La finzione verrà sostenuta fino alla fine, fino a quando lo sguardo intenso di Schlmo invaderà lo schermo intero per richiamarci alla realtà nel disvelamento dell’atroce.
Perché il treno che corre sui binari, sui binari della vita, altro non è che una favola ideata dal matto dello Shtetl, uno specchio parallelo dove imprigionare la realtà , una storia per fuggire da quello che si è già visto, troppo visto.
Un improbabile itinerario che viaggia nell’onirico, per sottrarsi alla suprema follia di chi ha tentato di distruggere una cultura, un popolo, degli uomini, troppi uomini.
“…i gerarchi nazisti non ci hanno distrutti, il nostro umorismo non è stato cancellato dalle loro barbarie…†Radu Mihaileanu
Elisa Lucarelli
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