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Domenico Monteforte

Articoli marcati con tag ‘Film’

 


A single man - L’opera prima di Tom Ford

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L’opera prima di Tom Ford, stilista di Gucci e Yves Saint-Laurent, è  la storia di George Falconer un uomo alla ricerca di una ragione per continuare ad ordire il filo dell’esistenza dopo l’ incidente costato la vita al suo grande amore, un viaggio interiore intessuto di sommessa amarezza, un ricamo di ricordi pungenti nell’intreccio dei dettagli di un’intera lunga giornata.

Il film ha una lieve intensità sensuale ed un’eleganza formale che non lasciano alcun dubbio che Ford abbia stoffa non solo per la haute couture e le borse prêt-à-porter, ma anche per drappeggi significativi nel regno della celluloide. “A single manâ€, come si poteva supporre, è bello da vedere, troppo bello, in effetti. La devozione del regista allo stile può forviare l’attenzione dello spettatore, spesso distratto dai differenti livelli di saturazione delle immagini degli attori che permettono a Ford di evidenziarne, talvolta in modo banale e insistito, i diversi stati d’animo e umori, da esplosioni di coloratissime tavolozze nei fiori di cui è disseminata la pellicola o dal vestito turchese della bambina dei vicini, prezioso come un vaso in biscuit, dal bianco e nero dei flashback che avviluppa e riscalda i ricordi, da alcuni dettagli patinati da pubblicità Calvin Klein ad orlare le fattezze degli attori, dalle volute di fumo che ammiccano a capolavori di maestri del cinema come Hitchcock e Wong Kar-wai.

La superficie lucida di “A single man†può andar contro la prosa fresca ed essenziale di Christofer Isherwood, autore del romanzo da cui il film è liberamente tratto, ma la trama colpisce e pone importanti interrogativi sull’amore, la morte e la necessità di vivere nel presente, racconta una storia semplice e del tutto universale sul sapere apprezzare le piccole cose della vita. Inquadrature, colori, fotografia e scenografia stabiliscono un immediato senso di estraniamento nello spettatore, ma lo stilista-regista riesce proprio grazie alla sua pulizia e sobrietà a confezionare un pezzo di ottima fattura, come nelle migliori sartorie. Così come sta a pennello l’abito cucito addosso all’attore principale, Colin Firth, magistrale nella sua interpretazione di George, dolente e silenzioso professore universitario che insegna Huxley a studenti annoiati che lo guardano con curiosità quando la lezione si sposta sulle minoranze invisibili e sulla paura. Il gran peso che il regista attribuisce a Firth suggerisce che Mr. Ford sappia quanto prezioso sia un ottimo attore per il suo debutto.

Anche il montaggio di Joan Sobel obbedisce al paradigma Ford: fluido e scorrevole, senza strappi, smagliature o grossolani colpi di forbice.

Tuttavia lo stilista non è a suo agio con gli attori in movimento, ha qualche difficoltà ad essere convincente quando persone e oggetti sono impegnati in modo dinamico piuttosto che graziosamente disposti, e a volte si intuisce troppo chiaramente, e con un certo fastidio, che il suo gusto impeccabile è diretto al massimo della vendita e dell’incasso.

“A single man†è sicuramente un po’ troppo squisitamente vestito ma, grazie all’interpretazione di Firth, un personaggio che resta impresso, un uomo diverso, tormentato dal dolore ordinario e ossessionato dalla gioia, un uomo a pezzi e tuttavia come tutti gli altri.

Barbara Cardella

gen

29

AVATAR

AVATAR

Quindici anni e questa è la storia?


il-manifesto-del-film-avatar-84784E’ impossibile valutare appieno “Avatarâ€, l’eco-opera dalla lunga e complessa gestazione di James Cameron, se si esaminano separatamente le meraviglie tecnologiche del film e le facilonerie della narrazione. Le accuratissime immagini che il regista di Titanic ci propone sul grande schermo in 3D sono un vero successo sul piano visivo, ma la storia è una totale rielaborazione che manca di qualsiasi guizzo di originalità e di autenticità emotiva.

Anno 2154. La Terra è in pericolo e gli Stati Uniti (chissà poi perché soltanto loro), inviano soldati e scienziati sul pianeta Pandora, distante milioni di anni luce, alla ricerca di un minerale prezioso, che aiuterà a salvare il pianeta dal disastro ecologico. Sin dalla prima incursione sul suolo alieno arrivano inevitabili i richiami alla guerra in Vietnam suggeriti dalle scene di elicotteri futuristici che calano impietosi su giungle verdi e montagne fluttuanti, una terra piena di insetti esotici, rettili volanti giganteschi e uccelli, bestie temibili come dinosauri, e ferocissimi cani glabri. I Na’vi, gli abitanti del pianeta alieno, sono realistici come ci si può aspettare da gatti bipedi blu alti tre metri e coperti di macchie bioluminescenti. Eppure seducono il pubblico con le loro sembianze feline e l’innegabile destrezza e sensualità delle movenze. L’immagine è un trionfo, l’animazione in 3D nella sua strabiliante magnificenza diventa un incoraggiamento per lo spettatore a scrollarsi di dosso un modo obsoleto di interpretare l’esperienza cinematografica e a reinterpretarla come se fosse parte integrante della proiezione. Come ha scritto Enrico Ghezzi, nel film “la terza dimensione siamo noi spettatori, sollecitati a correre oltre la velocità della luce sulle nostre gambe-occhio intorpidite”. Tuttavia, anche se visivamente perfetto, Avatar soffre di una narrazione che è poco originale e spesso estremamente noiosa e prevedibile, e di uno script che manca di connessione emotiva. E’ un peccato che Mr. Cameron, the King of the World, non sia stato capace di pensare ad una sceneggiatura degna del suo spettacolo. La pellicola è inutilmente stiracchiata – 161 minuti apparentemente interminabili –, drammaticamente auto-compiaciuta e semplicistica.

Tematicamente, il film gioca anche troppo superficialmente con il clichè stereotipato dell’invasore malvagio contrapposto all’indigeno virtuoso  e il messaggio globale anti-imperialista e di ritorno alla natura è sicuramente una facile retorica che cattura le simpatie dello spettatore, tuttavia è piuttosto ironico se si considera che il monito proviene da un’industria cinematografica radicata sul business della tecnologia.

Avatar è sicuramente un fenomeno che non si può ignorare, monumentale, imponente e realizzato con una minuziosità e professionalità straordinarie - ma lo stesso si potrebbe dire dello skyline di Dubai, grandioso e incantevole fuori ma vuoto e senza appeal dentro.


Barbara Cardella

gen

23

A serious man, l’ultimo lavoro dei fratelli Coen

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Larry Gopnik (Michael Stuhlbarg), professore di fisica presso una piccola università del Minnesota, è un uomo serio e si accosta ad ogni domanda, grande o piccola che sia, con la stessa dose di preoccupazione e impegno, sforzandosi di comportarsi bene in ogni circostanza. Quando le cose iniziano ad andare male, fa del suo meglio per capire che cosa l’universo stia cercando di dirgli.  A volte anche un uomo razionale ha bisogno di un piccolo aiuto, e quando nuove e incalzanti calamità minacciano di sopraffarlo, in una sempre più disperata indagine spirituale, Larry cerca il consiglio di tre rabbini, uno giovane, uno anziano e uno vecchissimo, per trovare un senso alle sue tribolazioni, ma non prevede che potrebbe non esservi alcuno scopo più alto, o che, peggio ancora, tutte le forze cosmiche potrebbero essere attivamente malevole. Forse i suoi guai sono il frutto del suo compiacimento, del desiderio di restarsene seduto e lasciare che le cose semplicemente accadano.

Il film comincia con un’inquietante storia breve, recitata in yiddish e ambientata un secolo fa in uno shtetl polacco, in cui una coppia riceve la visita di un vecchio uomo. La donna, convinta che si tratti di un dybbuck (anima di un defunto), si occupa di lui in un modo che lascia sospeso il mistero se abbia eliminato una creatura demoniaca o assassinato un buon vecchio.  In ogni caso si ha la sensazione che quella famiglia sia stata maledetta e, come implicazione di ciò, nel resto della pellicola quella maledizione sembra si manifesti nella vita del protagonista.

“A serious manâ€, l’ultimo lavoro dei fratelli Coen, è un film per un pubblico di adulti che prendono sul serio la commedia. Con un ritorno dalle tinte itteriche alle loro radici d’infanzia, i due autori-registi catturano superbamente i dettagli di un sobborgo anni ‘60 del Midwest dove vive un’enclave ebrea, che il direttore della fotografia, Roger Deakins, è abile nel fare apparire spiritualmente desolante attraverso l’utilizzo sapiente di carte da parati geometricamente anonime, con una messa in scena disadorna in una profusione di mezze tonalità grigio-verdine e qualche sovraccarico di giallo per aumentare, a tratti, il senso di stordimento. Persino questi tocchi di luce hanno lo scopo più oscuro di evidenziare la bruttezza e la temporalità di quel luogo. La pellicola, solo all’apparenza strutturalmente piatta come fosse una semplice disposizione di una serie di sventure, è tanto dolorosa quanto è divertente e ha una sceneggiatura ricca di arguzia verbale. Stuhlbarg è padrone della scena con la sua espressione da umanità sofferente, vagamente ridicola, ma troppo simile a noi perché il suo dolore possa essere completamente spassoso. Ad essere onesti, mi trovo a voler resistere al film per motivi filosofici. E’ difficile amare uno spettacolo che ti fa sentire ansioso e miserabile, e tuttavia è impossibile non rispettare un’opera che abbia tale potere. “A serious man” con la coerenza del suo punto di vista, ha un modo lieve di insinuarsi nello spirito. Non è un film facile da scrollarsi di dosso, anche giorni dopo, anche se lo si desidera.

“Accetta il mistero”, consiglia ad un certo punto il padre dello studente coreano che ricatta Larry per ottenere una promozione, e il rabbino anziano dopo uno sbalorditivo racconto shaggy-dog su un dentista e un paziente con misteriose incisioni nei denti, offre la sua enigmatica perla di saggezza: “Aiutare gli altri?” dice con una scrollata di spalle talmudica “Non può far male”.

I Coen probabilmente avrebbero realizzato un lungometraggio analogo, a prescindere dagli estremi della loro educazione. Il milieu sarebbe stato diverso, ma il messaggio sarebbe stato lo stesso, musicalmente espresso da un pezzo rock dei Jefferson Airplane  che il figlio di Larry ascolta attraverso l’altoparlante integrato della sua radio a transistor e che si intrufola nella coscienza dello spettatore con la sua pertinenza: “non vuoi qualcuno da amare?â€. Quella canzone, che diventa una sorta di mantra per il film, è la chiave per capire cosa cerchino i due registi: “quando scopri che la verità è solo una menzogna, e tutta la gioia dentro di te muore, faresti meglio a trovare qualcuno da amareâ€.

Una divertente curiosità: tra i titoli di coda compare l’avviso “Nessun ebreo è stato leso durante la realizzazione di questa pellicolaâ€.

Barbara Cardella

dic

10

Recensione: UP - Disney-Pixar

Up


Migliaia di palloncini colorati per realizzare il sogno di una vita, volando via dal grigiore cittadino sulle ali della fantasia più sfrenata, in un giro mozzafiato nel regno della pura immaginazione. E’ “Up†l’ultima avventura in 3D realizzata da quei ragazzacci della Disney-Pixar che, giunti nel pieno della maturità di scrittori-sceneggiatori, hanno saputo arricchire questa pellicola con tutto lo spettro di emozioni, con l’azione e il brivido up-nuova-locandina1miscelati a comicità e suspense, oltre ad aver condotto a livelli eccelsi la loro indiscussa capacità di disegnatori-animatori.

“Up†è narrazione cinematografica in una delle sue migliori espressioni. Né cartone animato, né film per bambini.

E’ un film tout-court che attraverso colori e disegni esplora temi come la perdita e il differimento dei sogni, la solitudine e l’amicizia – anche la più improbabile –, con quel tocco lieve e universale che piace a un pubblico estremamente vasto.

I registi, Pete Docter (”Monsters, Inc.”) e Bob Peterson sorprendono gli appassionati, ancora una volta, superando la qualità e la bellezza dei film Pixar precedenti che – va sottolineato –, sono già uno standard difficile da eguagliare.

L’animazione diventa capolavoro soprattutto per una toccante e delicatissima sequenza all’inizio della proiezione, il passaggio più sublime di “Up”, che delinea con soavità la vita coniugale di Carl con l’amore d’infanzia, Ellie: quattro minuti di silenzio accompagnati dallo scorrere di una squisita serie di scene che catturano i primi magici istanti dell’innamoramento della giovane coppia, il matrimonio, le speranze, i sogni e i dispiaceri, in un avvicendarsi di immagini che ricorda “Luci della città†di Chaplin, in tutta la sua intensità e grazia, o “Quarto potere†di Welles, e che produrranno un nodo in gola difficile da districare.

Ardua impresa trattenere lacrime di commozione, ma per fortuna gli occhiali 3D aiutano gli adulti a nascondere occhi rossi e umidi alla vista di bambini visibilmente perplessi dalla piega presa dalla storia in quel punto. E come in ogni film di successo, dove nessun ingrediente deve mancare, si può contare su tantissimi momenti divertenti e scene d’azione, su un esilarante combattimento con la spada tra i due vecchietti e bizzarri inseguimenti che delizieranno i bambini, anche se punteggiati da momenti di struggente nostalgia.

I disegnatori non deludono, anche perché non hanno mai sacrificato la cura dei personaggi per trucchi animati ammaliatori da grandi incassi al botteghino. Il “galleggiante†cartone animato della Pixar, è così strabiliante - i colori e le immagini sono così vividi - che questo è forse l’unico 3D-movie che può essere visto in 2D senza che la pregnanza espressiva venga perduta.

Ma sarebbe un peccato rinunciare ad apprezzare quella paziente e accurata sovrapposizione di strati su strati di disegni che regala profondità e struttura all’animazione.

Gli artisti della Pixar sono ampiamente noti per essere fan di Hiyao Miyazaki, il visionario giapponese che ha ideato “Laputa: castello nel cielo†(1986) e “Il castello errante di Howl†(2004), ma nessuno, prima d’ora, era arrivato così vicino all’unione perfetta di allegrie visive e atmosfere malinconiche brevettata dal grande regista.
UProvato!

Barbara Cardella

nov

15

Recensione: La battaglia dei tre regni

La battaglia dei tre regni


Pellicola laboriosa, molto sofisticata e cerebrale, l’ultima fatica di John Woo, il regista cinese più famoso ad Hollywood, è la trasposizione cinematografica di un episodio leggendario della storia cinese più antica accaduto alla fine della dinastia Han e considerato all’origine stessa della formazione del Celeste Impero. Un compito non facile per Woo che ha moltiplicato i suoi sforzi per realizzare la sua ambizione più ardita: riuscire nello stesso film a convincere il
la_battaglia_dei_tre_regnipubblico asiatico, che di quella storia conosce ogni dettaglio, e conquistare gli occidentali per i quali la Cina antica resta avvolta in un mistero. E il film è in effetti un superbo debutto al cinema d’autore da parte di un regista più celebre per film d’azione e thriller di successo, da Face/Off (1997) a Mission: Impossible 2 (2000). La “battaglia dei tre regni†(Red Cliff) è una celebrazione della strategia militare più sottile, quando le armi erano frecce, fuoco, lance e spade, nelle avvincenti, sanguinarie e tuttavia poetiche, rappresentazioni delle battaglie terrestri e navali.
Nessun particolare è trascurato, i combattimenti magistralmente orchestrati – con immancabili richiami allo “spaghetti-western†di Sergio Leone –, lasciano supporre il diligente allenamento degli attori ripetuto fino al raggiungimento della perfezione, le scenografie sono ricostruite con estrema meticolosità così come accuratissima è la scelta dei costumi per i quali Woo si è documentato per mesi, il tratteggio e la delineazione dei personaggi variano dalla soavità delicata del rito del tè preparato da Xiao Qiao alla virilità e all’“heroic bloodsheed†dei combattenti, l’utilizzo generoso del ralenti sottolinea il valore e la prodezza dei personaggi e conferisce epicità all’azione, così come grandiose sono le musiche di Taro Iwashiro e i suoni evocativi del koto, uno strumento a corda della famiglia delle cetre, le cui note, al posto delle parole, serviranno ai due protagonisti, in una scena raffinatissima e indimenticabile, per “discutere†l’entrata in guerra di Zhou Yu. I paesaggi acquerellati come in certe stampe antiche orientali, il selezionatissimo cast, tra cui spicca Takeshi Kaneshiro, e lo sterminato numero di comparse, contribuiscono a rendere colossale e imponente un’opera che coniuga al meglio la spettacolarità della narrazione storica con l’estetica efferata e prodigiosa dei precedenti lavori di Woo.
Splendida la panoramica del volo della colomba bianca, simbolo di innocenza e di pace, che accompagna lo spettatore nel sorvolare l’accampamento nemico alla ricerca di un punto debole che serva a sferzare il colpo mortale a Cao Cao. E non ci sono vincitori, il leitmotiv del film aleggia costantemente in ogni scena, il regista non indugia mai nel compiacimento per la sconfitta dell’avversario: la guerra è un male necessario e doloroso che ha come unico obiettivo la perpetuazione della pace.
Liberamente tratto dal classico della letteratura cinese “ The Records of Three Kingdoms†di Chen Shou (III sec. d.C.), “La battaglia dei tre regni†è il più costoso film asiatico mai realizzato (80 milioni di dollari).
… Visualizza altro
“Veloce come il vento, spietato come il fuoco
generoso come la foresta, forte come la montagnaâ€
(Xiao Qiao durante la preparazione di Zhou Yu)

Dott.ssa Barbara Cardella

ott

27

Recensione: “Bastardi senza gloria”

“Bastardi senza gloria”



inglourious_basterds-nuovo-poster-1Inglourious basterds (Bastardi senza gloria), dal titolo originale intenzionalmente sgrammaticato per esigenze di copyright, è un magnifico esempio di come un regista straordinariamente dotato possa permettersi di mescolare i più azzardati ingredienti e cucinare una vera leccornia da offrire al pubblico. Latte, strudel, whisky e vino rosso sono serviti ai quattro differenti deschi, trait d’union dei capitoli del film, attorno ai quali sono state girate le scene clue del film, e gli attori, magistralmente diretti , deliziano l’attentissima platea con dialoghi curatissimi e memorabili.

Un Tarantino monstre al quale non può essere più negato, quasi fosse sotto eterno esame, di essere un grande regista, forse il migliore tra i contemporanei, certamente il più innovativo e talentuoso. Le inquadrature delimitate con precisione e la cui apparente naturalezza è invece frutto di movimenti di macchina molto complessi, l’iperrealismo pulp sempre crudo ma più marginale, le azzeccate caratterizzazioni dei personaggi in chiave caricaturale, la meticolosa cura del dettaglio, i continui cambi di registro che tendono il plot in virtuosismi impossibili, dimostrano una volta per tutte che della pasta cinematografica l’ex noleggiatore di videocassette può e sa farne ciò che vuole, e con risultati spettacolari. Molto espressiva la sequenza della preparazione della Dark Lady Emanuelle che si accinge a gustare la sua vendetta “senza gloria†degna di un film Noir d’altri tempi.

Una menzione particolare meritano la colonna sonora, in cui spiccano le musiche di Ennio Morricone, e il finora poco noto (almeno in Italia) Christoph Waltz, con la sua indimenticabile interpretazione di “The Jew Hunterâ€, il cacciatore di ebrei. … Plures Legere
And I am a hard audience to please…

Dott.ssa Barbara Cardella


ott

27

Recensione: “Basta che funzioni”

basta-che-funzioni1“Basta che funzioni

…non è che funzioni molto! L’Allen di un tempo deve essersi perso da qualche parte in Europa. Ci sono, è vero, parecchie battute e dialoghi in grado di lasciare il segno e che, in alcuni divertentissimi momenti, si susseguono così vorticosamente che non si fa in tempo a tenerli tutti a mente. Molto interessante il monologo iniziale. Il film tuttavia manca di ritmo e a tratti il filo narrativo si allenta e perde naturalezza e sincerità per fare spazio ad alcune deviazioni un po’ troppo artificiose del regista che sembra voler convincere lo spettatore ad assolvere dinamiche sentimentali sicuramente fuori dal comune e che non possono non ricordare le sue vicende personali. Il messaggio del film è però positivo: l’amore è per sempre ma non necessariamente il primo. Voto 6


Dott.ssa Barbara Cardella

ott

24

Recensione: Baarìa

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l’oscar probabilmente lo vincerà… In realtà il film è spesso eccessivo, un po’ barocco e sovraccarico nel tentativo del regista di affrescare il più possibile senza mai andare in profondità, con risulati spesso vicini al grottesco. Troppe e ripetute caricature (Lo Cascio, Placido con la sua acqua e Fiorello) e scene da spot pubblicitario. Belle le musiche e la fotografia anche se un po’ troppo calda.. Nel complesso è un film da vedere perché è curato e riporta magicamente indietro in un tempo e un luogo finora solo immaginati.

Dott.ssa Barbara Cardella

ott

21

Train de vie (Radu Mihaileanu)

Train de vie: un treno per vivere


“…c’era una volta un piccolo Shtetl, un piccolo villaggio ebraico dell’Europa dell’Est. Era l’anno 5701 cioè 1941 secondo il nuovo calendario. Era d’estate, l’estate del 1941, il mese di luglio, credo.

Io fuggivo credendo che si potesse fuggire da ciò che si è già visto, troppo visto. Correvo per avvertirli, i miei, il mio Shtetl, il mio villaggio. E questa è la storia, così come tutti noi l’abbiamo vissuta…â€.

img_297002_lrgÈ con queste parole che Shlomo, il matto del villaggio, da inizio a Train de vie, film del 1998 diretto dal regista Radu Mihaileanu (Romeno, di religione ebraica), che tratta in maniera allegorica e quasi comica il tema dell’olocausto degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Il film è ambientato nel 1941: in uno Shtetl, un piccolo villaggio ebreo nell’Europa dell’Est progressivamente invasa dai nazisti. Schlomo avvisa tutti che nei paesi vicini gli ebrei vengono deportati dai nazisti e propone un’idea: risistemare un vecchio treno per scappare e portare tutto il paese verso Israele. Ci si divide i compiti, chi fa la parte del militare nazista, chi del deportato.

L’impresa ha inizio tra consensi e dissensi (nasce persino un’agguerrita cellula comunista). Si beffano i nazisti, si disorientano i partigiani, ci si incontra (sul piano umano) e ci si scontra (su quello musicale) con gli zingari. Finché si giunge in una terra di nessuno…

Tra sogno e realtà, Shlomo, il demiurgo, ci conduce per mano attraverso una trama che altro non è che la ricerca utopistica di un mondo privo di ingiustizie, la volontà di sostituirsi alla mano di Dio nella creazione di una realtà accettabile, perché quella che si sta vivendo è troppo difficile da sopportare per un animo sensibile come quello di un folle.

I confini del possibile, allora, si dilatano fino a creare un territorio franco ove solo ebrei e zingari (uniti dalla musica) possono entrarvi.

I nemici, i veri nazisti come anche i comunisti non vi hanno accesso. I primi verranno continuamente derisi, gli ultimi ossetrain-de-vie_locandina-del-filmrveranno la carovana solo da lontano, per poi allontanarsi quasi come sconfitti, paradossalmente, dalla forza dei più “deboli†e, da quel treno che per ironia della sorte è proprio l’astrazione di quello destinato ai campi di sterminio. Ed anche quando verrà rappresentato sullo schermo l‘incenerimento della Torah, distrutta con gli arredi e le suppellettili della povera sinagoga dello Shtetl, quando tutti gli oggetti utili per una spiegazione sacra del mondo saranno cancellati dall’insensatezza, verranno allestite liturgie riempite dal bisogno di celebrare il Purim come normalità che sacralizza qualsiasi luogo (”La terra potrebbe essere santa ovunque”), riutilizzando frammenti della memoria,  per creare una realtà che conduca fuori dall’incubo.

Un film che negando l’Olocausto, ne rafforza la memoria calcando la mano sulle assurdità della storia che forse troppo facilmente vengono dimenticate.

Un film intenso ove il sogno di salvezza e speranza, poeticamente raccontato dal regista ed accompagnato dalle deliranti musiche di Goran Bregovic, si intreccia garbatamente con l’ironia tipica del divertimento Yiddish.

La finzione verrà sostenuta fino alla fine, fino a quando lo sguardo intenso di Schlmo invaderà lo schermo intero per richiamarci alla realtà nel disvelamento dell’atroce.

Perché il treno che corre sui binari, sui binari della vita, altro non è che una favola ideata dal matto dello Shtetl, uno specchio parallelo dove imprigionare la realtà, una storia per fuggire da quello che si è già visto, troppo visto.

Un improbabile itinerario che viaggia nell’onirico, per sottrarsi alla suprema follia di chi ha tentato di distruggere una cultura, un popolo, degli uomini, troppi uomini.

“…i gerarchi nazisti non ci hanno distrutti, il nostro umorismo non è stato cancellato dalle loro barbarie…†Radu Mihaileanu

Elisa Lucarelli

mag

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