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Domenico Monteforte

Articoli marcati con tag ‘Recensioni’

 


La Tomba di Alessandro - Valerio Massimo Manfredi

La Tomba di Alessandro: L’enigma

la-tomba-di-alessandroAutore: Valerio Massimo Manfredi

Genere. archeologia, storia.

“La tomba di Alessandro†è il nuovo, atteso, romanzo di Valerio Massimo Manfredi.

Scrittore e archeologo, di indiscutibile successo, ormai patrimonio letterario e culturale contemporaneo, l’Autore ci propone, dopo la precedente pubblicazione dedicata a Giulio Cesare, un altro grande del passato.

E’ Alessandro Magno: il conquistatore, il grande macedone.

Un uomo che, giovanissimo, morto a soli 33 anni, è riuscito in un impresa leggendaria, che ha trasformato il mito in realtà.

Il suo impero e le sue vittorie non conoscono eguali e la sua memoria si è tramandata nel tempo.

La sua tomba, il luogo cioè dove riposano le spoglie mortali dell’eroe epico, dell’imperatore e del guerriero, è un mistero ancora irrisolto, che l’Autore definisce “enigmaâ€.

La considerazione da cui partire è che, ad oggi, in tanti hanno cercato la tomba di Alessandro, scavando nel passato polveroso dei libri, delle citazioni, delle pergamene e anche nella terra vera e propria, in Egitto come in Macedonia, Grecia e persino nel Vicino Oriente, ma della tomba nessuna traccia.

Manfredi, che è un abile archeologo, ma riesce a qualificare le sue esposizioni con lo stile dello storico, documenta in modo sensibile e nel contempo espositivo, le fonti.

Mette ordine e raziocinio fra le tante teorie e ci offre una sorta di indagine conoscitiva: appassionante, snella, ben organizzata, in modo che questa possa essere letta e condivisa da chiunque.

Tante sono le teorie, intriganti e a tratti misteriose, in particolare legate alla doppia natura dell’uomo Alessandro, che fu certo figlio di Rè, ma ricevette l’investitura divina in Egitto, presso l’oracolo di Menfi.

La storia della sua morte è anche la narrazione della fine di un mondo, in particolare del “come sarebbe stato†se questo geniale combattente, ma anche abile uomo, conoscitore della realtà e forse umanista del contemporaneo, avesse potuto governare un vastissimo impero, fatto di differenze profonde.

E’ naturalmente una testimonianza del passato che ci spiega anche la politica di palazzo, le ambizioni dei generali, la storia di una Famiglia imperiale, perchè la natura dell’uomo sempre accompagna l’evoluzione, dal passato fino ai giorni contemporanei.

L’epicentro è la morte di Alessandro, che nel testo è spiegata oltre il complotto, con ragioni assai rigorose e scientifiche: di natura medica.

Una tomba che fu, almeno fino al momento in cui se ne persero le tracce, quando cioè egli riposava in quel di Alessandria, la città che porta ancora oggi il suo nome e che fu lui stesso a fondare, oggetto di veri e propri pellegrinaggi, da parte dei grandi del passato. Imperatori che volevano omaggiare il grande Rè.

Molte sono le citazioni che l’Autore ci propone e leggerle è davvero un piacere.

Come altri scritti di Manfredi, anche questo si inserisce in quella che mi piace pensare come una biblioteca personale per quanti condividono il gusto di assaporare la storia come fonte di conoscenza, di indagine, ma anche come una compagna avventurosa: testimonianza di un passato avvincente.

E’ un libro da comperare, da regalare, sul quale appuntare forse quella comprensione che può essere un bagaglio culturale per noi tutti, allo scopo di elevarci dalla massificazione odierna che sterilizza le idee e rende superficiali gli ideali.


Marco Solferini.

mar

7

La Biblioteca dei morti - Glenn Cooper

biblioteca_dei_morti2344_imgAutore: Glenn Cooper.

Genere: mistero, drammatico, thriller.

“La Biblioteca dei morti†è un romanzo di Glenn Cooper, avvocato americano, scrittore esordiente, che firma la sua prima opera letteraria.

E’ un esordio di successo ed il sicuro prologo ad una carriera che arricchirà e appassionerà i lettori ed amanti della carta stampata.

La trama è suddivisa in due filoni narrativi, abilmente intrecciati.

Il primo, è contemporaneo: comincia con le misteriose cartoline che un presunto serial killer invia alle sue vittime e sulle quali è impresso il giorno della loro morte.

L’indagine è affidata ad un agente dell’FBI, di nome Will Piper che, se da un lato è un geniale profiler, si accompagna ad un passato autolesionista e distruttivo, che lo ha portato alle soglie della pensione tormentato da parecchi rimpianti e un problema con l’abuso di alcolici.

Accanto a lui, una giovane ed impeccabile agente di Quantico, Nancy che lo affiancherà, scoprendo l’uomo oltre il detective.

E’ un mistero quello che i protagonisti devono affrontare: le morti di uomini e donne che non si conoscevano e che vedono in quella cartolina anonima, il loro unico minimo comune denominatore.

Ma la risposta è concepita nel secondo filone narrativo che si snoda nel passato, sul finire dell’anno 700. In un isola dell’Inghilterra, presso un Monastero osservante la regola di San Benedetto, dove una profezia porta alla nascita di un bambino prodigio.

Le conseguenze di questa nascita, si sono tramandate nel tempo, fino ai giorni nostri, custodite nel luogo più impenetrabile: l’Area 51.

Nel testo si rivela la sua origine, a partire dal dopoguerra e l’Autore è veramente bravo nel saperla gestire, con il filo conduttore della passione, dell’intrigo, ma anche della ragione.

Un immagine realistica che non rinuncia al mistero, ma getta un orma solida di verità, sulla natura della più celebre fra le installazioni segrete contemporanee.

La storia tuttavia, non è l’epicentro di questo romanzo.

Ci sono infatti anche gli uomini e la vita.

I protagonisti, che sono condizionati dal fato, che sentono il peso ineluttabile del passato e agiscono spesso in preda alle emozioni. Forse schiavi di quelle circostanze che ci illudiamo, noi tutti, di poter controllare, ma che spesso ci guidano e ci osservano, facendoci sentire parte del destino, solo quando agiamo.

L’Autore è certamente un amante del fumetto, in quanto ci sono pregiate citazioni ai “comics†ed è probabilmente anche un conoscitore ed estimatore del cinema, specie quello classico americano, in quanto non pochi sono i riferimenti che si trovano nel testo e che sono sempre cordiali, dotti e davvero molto apprezzabili.

La narrazione è fluida: ben concepita. Non è mai pesante, anzi è scorrevole, esplicativa, dotata di un buon tenore descrittivo che non sottrae nulla ai dialoghi, molto ben congegnati, mai banali e ampiamente in grado di caratterizzare i personaggi.

E’ un romanzo certamente consigliato agli amanti del mistero, del thriller, ma anche, se non sopratutto, per quanti credono che un buon testo sia tale a prescindere dagli argomenti: da leggere.

Salutiamo con un caloroso benvenuto questo scrittore che ci ha regalato anche un sito internet da cui è possibile leggere che presto ci sarà un seguito alla Biblioteca dei Morti e noi tutti lo attendiamo con ansia.

Marco Solferini

mar

7

A single man - L’opera prima di Tom Ford

a-single-man

L’opera prima di Tom Ford, stilista di Gucci e Yves Saint-Laurent, è  la storia di George Falconer un uomo alla ricerca di una ragione per continuare ad ordire il filo dell’esistenza dopo l’ incidente costato la vita al suo grande amore, un viaggio interiore intessuto di sommessa amarezza, un ricamo di ricordi pungenti nell’intreccio dei dettagli di un’intera lunga giornata.

Il film ha una lieve intensità sensuale ed un’eleganza formale che non lasciano alcun dubbio che Ford abbia stoffa non solo per la haute couture e le borse prêt-à-porter, ma anche per drappeggi significativi nel regno della celluloide. “A single manâ€, come si poteva supporre, è bello da vedere, troppo bello, in effetti. La devozione del regista allo stile può forviare l’attenzione dello spettatore, spesso distratto dai differenti livelli di saturazione delle immagini degli attori che permettono a Ford di evidenziarne, talvolta in modo banale e insistito, i diversi stati d’animo e umori, da esplosioni di coloratissime tavolozze nei fiori di cui è disseminata la pellicola o dal vestito turchese della bambina dei vicini, prezioso come un vaso in biscuit, dal bianco e nero dei flashback che avviluppa e riscalda i ricordi, da alcuni dettagli patinati da pubblicità Calvin Klein ad orlare le fattezze degli attori, dalle volute di fumo che ammiccano a capolavori di maestri del cinema come Hitchcock e Wong Kar-wai.

La superficie lucida di “A single man†può andar contro la prosa fresca ed essenziale di Christofer Isherwood, autore del romanzo da cui il film è liberamente tratto, ma la trama colpisce e pone importanti interrogativi sull’amore, la morte e la necessità di vivere nel presente, racconta una storia semplice e del tutto universale sul sapere apprezzare le piccole cose della vita. Inquadrature, colori, fotografia e scenografia stabiliscono un immediato senso di estraniamento nello spettatore, ma lo stilista-regista riesce proprio grazie alla sua pulizia e sobrietà a confezionare un pezzo di ottima fattura, come nelle migliori sartorie. Così come sta a pennello l’abito cucito addosso all’attore principale, Colin Firth, magistrale nella sua interpretazione di George, dolente e silenzioso professore universitario che insegna Huxley a studenti annoiati che lo guardano con curiosità quando la lezione si sposta sulle minoranze invisibili e sulla paura. Il gran peso che il regista attribuisce a Firth suggerisce che Mr. Ford sappia quanto prezioso sia un ottimo attore per il suo debutto.

Anche il montaggio di Joan Sobel obbedisce al paradigma Ford: fluido e scorrevole, senza strappi, smagliature o grossolani colpi di forbice.

Tuttavia lo stilista non è a suo agio con gli attori in movimento, ha qualche difficoltà ad essere convincente quando persone e oggetti sono impegnati in modo dinamico piuttosto che graziosamente disposti, e a volte si intuisce troppo chiaramente, e con un certo fastidio, che il suo gusto impeccabile è diretto al massimo della vendita e dell’incasso.

“A single man†è sicuramente un po’ troppo squisitamente vestito ma, grazie all’interpretazione di Firth, un personaggio che resta impresso, un uomo diverso, tormentato dal dolore ordinario e ossessionato dalla gioia, un uomo a pezzi e tuttavia come tutti gli altri.

Barbara Cardella

gen

29

AVATAR

AVATAR

Quindici anni e questa è la storia?


il-manifesto-del-film-avatar-84784E’ impossibile valutare appieno “Avatarâ€, l’eco-opera dalla lunga e complessa gestazione di James Cameron, se si esaminano separatamente le meraviglie tecnologiche del film e le facilonerie della narrazione. Le accuratissime immagini che il regista di Titanic ci propone sul grande schermo in 3D sono un vero successo sul piano visivo, ma la storia è una totale rielaborazione che manca di qualsiasi guizzo di originalità e di autenticità emotiva.

Anno 2154. La Terra è in pericolo e gli Stati Uniti (chissà poi perché soltanto loro), inviano soldati e scienziati sul pianeta Pandora, distante milioni di anni luce, alla ricerca di un minerale prezioso, che aiuterà a salvare il pianeta dal disastro ecologico. Sin dalla prima incursione sul suolo alieno arrivano inevitabili i richiami alla guerra in Vietnam suggeriti dalle scene di elicotteri futuristici che calano impietosi su giungle verdi e montagne fluttuanti, una terra piena di insetti esotici, rettili volanti giganteschi e uccelli, bestie temibili come dinosauri, e ferocissimi cani glabri. I Na’vi, gli abitanti del pianeta alieno, sono realistici come ci si può aspettare da gatti bipedi blu alti tre metri e coperti di macchie bioluminescenti. Eppure seducono il pubblico con le loro sembianze feline e l’innegabile destrezza e sensualità delle movenze. L’immagine è un trionfo, l’animazione in 3D nella sua strabiliante magnificenza diventa un incoraggiamento per lo spettatore a scrollarsi di dosso un modo obsoleto di interpretare l’esperienza cinematografica e a reinterpretarla come se fosse parte integrante della proiezione. Come ha scritto Enrico Ghezzi, nel film “la terza dimensione siamo noi spettatori, sollecitati a correre oltre la velocità della luce sulle nostre gambe-occhio intorpidite”. Tuttavia, anche se visivamente perfetto, Avatar soffre di una narrazione che è poco originale e spesso estremamente noiosa e prevedibile, e di uno script che manca di connessione emotiva. E’ un peccato che Mr. Cameron, the King of the World, non sia stato capace di pensare ad una sceneggiatura degna del suo spettacolo. La pellicola è inutilmente stiracchiata – 161 minuti apparentemente interminabili –, drammaticamente auto-compiaciuta e semplicistica.

Tematicamente, il film gioca anche troppo superficialmente con il clichè stereotipato dell’invasore malvagio contrapposto all’indigeno virtuoso  e il messaggio globale anti-imperialista e di ritorno alla natura è sicuramente una facile retorica che cattura le simpatie dello spettatore, tuttavia è piuttosto ironico se si considera che il monito proviene da un’industria cinematografica radicata sul business della tecnologia.

Avatar è sicuramente un fenomeno che non si può ignorare, monumentale, imponente e realizzato con una minuziosità e professionalità straordinarie - ma lo stesso si potrebbe dire dello skyline di Dubai, grandioso e incantevole fuori ma vuoto e senza appeal dentro.


Barbara Cardella

gen

23

A serious man, l’ultimo lavoro dei fratelli Coen

a-serious-man-poster

Larry Gopnik (Michael Stuhlbarg), professore di fisica presso una piccola università del Minnesota, è un uomo serio e si accosta ad ogni domanda, grande o piccola che sia, con la stessa dose di preoccupazione e impegno, sforzandosi di comportarsi bene in ogni circostanza. Quando le cose iniziano ad andare male, fa del suo meglio per capire che cosa l’universo stia cercando di dirgli.  A volte anche un uomo razionale ha bisogno di un piccolo aiuto, e quando nuove e incalzanti calamità minacciano di sopraffarlo, in una sempre più disperata indagine spirituale, Larry cerca il consiglio di tre rabbini, uno giovane, uno anziano e uno vecchissimo, per trovare un senso alle sue tribolazioni, ma non prevede che potrebbe non esservi alcuno scopo più alto, o che, peggio ancora, tutte le forze cosmiche potrebbero essere attivamente malevole. Forse i suoi guai sono il frutto del suo compiacimento, del desiderio di restarsene seduto e lasciare che le cose semplicemente accadano.

Il film comincia con un’inquietante storia breve, recitata in yiddish e ambientata un secolo fa in uno shtetl polacco, in cui una coppia riceve la visita di un vecchio uomo. La donna, convinta che si tratti di un dybbuck (anima di un defunto), si occupa di lui in un modo che lascia sospeso il mistero se abbia eliminato una creatura demoniaca o assassinato un buon vecchio.  In ogni caso si ha la sensazione che quella famiglia sia stata maledetta e, come implicazione di ciò, nel resto della pellicola quella maledizione sembra si manifesti nella vita del protagonista.

“A serious manâ€, l’ultimo lavoro dei fratelli Coen, è un film per un pubblico di adulti che prendono sul serio la commedia. Con un ritorno dalle tinte itteriche alle loro radici d’infanzia, i due autori-registi catturano superbamente i dettagli di un sobborgo anni ‘60 del Midwest dove vive un’enclave ebrea, che il direttore della fotografia, Roger Deakins, è abile nel fare apparire spiritualmente desolante attraverso l’utilizzo sapiente di carte da parati geometricamente anonime, con una messa in scena disadorna in una profusione di mezze tonalità grigio-verdine e qualche sovraccarico di giallo per aumentare, a tratti, il senso di stordimento. Persino questi tocchi di luce hanno lo scopo più oscuro di evidenziare la bruttezza e la temporalità di quel luogo. La pellicola, solo all’apparenza strutturalmente piatta come fosse una semplice disposizione di una serie di sventure, è tanto dolorosa quanto è divertente e ha una sceneggiatura ricca di arguzia verbale. Stuhlbarg è padrone della scena con la sua espressione da umanità sofferente, vagamente ridicola, ma troppo simile a noi perché il suo dolore possa essere completamente spassoso. Ad essere onesti, mi trovo a voler resistere al film per motivi filosofici. E’ difficile amare uno spettacolo che ti fa sentire ansioso e miserabile, e tuttavia è impossibile non rispettare un’opera che abbia tale potere. “A serious man” con la coerenza del suo punto di vista, ha un modo lieve di insinuarsi nello spirito. Non è un film facile da scrollarsi di dosso, anche giorni dopo, anche se lo si desidera.

“Accetta il mistero”, consiglia ad un certo punto il padre dello studente coreano che ricatta Larry per ottenere una promozione, e il rabbino anziano dopo uno sbalorditivo racconto shaggy-dog su un dentista e un paziente con misteriose incisioni nei denti, offre la sua enigmatica perla di saggezza: “Aiutare gli altri?” dice con una scrollata di spalle talmudica “Non può far male”.

I Coen probabilmente avrebbero realizzato un lungometraggio analogo, a prescindere dagli estremi della loro educazione. Il milieu sarebbe stato diverso, ma il messaggio sarebbe stato lo stesso, musicalmente espresso da un pezzo rock dei Jefferson Airplane  che il figlio di Larry ascolta attraverso l’altoparlante integrato della sua radio a transistor e che si intrufola nella coscienza dello spettatore con la sua pertinenza: “non vuoi qualcuno da amare?â€. Quella canzone, che diventa una sorta di mantra per il film, è la chiave per capire cosa cerchino i due registi: “quando scopri che la verità è solo una menzogna, e tutta la gioia dentro di te muore, faresti meglio a trovare qualcuno da amareâ€.

Una divertente curiosità: tra i titoli di coda compare l’avviso “Nessun ebreo è stato leso durante la realizzazione di questa pellicolaâ€.

Barbara Cardella

dic

10

Recensione: UP - Disney-Pixar

Up


Migliaia di palloncini colorati per realizzare il sogno di una vita, volando via dal grigiore cittadino sulle ali della fantasia più sfrenata, in un giro mozzafiato nel regno della pura immaginazione. E’ “Up†l’ultima avventura in 3D realizzata da quei ragazzacci della Disney-Pixar che, giunti nel pieno della maturità di scrittori-sceneggiatori, hanno saputo arricchire questa pellicola con tutto lo spettro di emozioni, con l’azione e il brivido up-nuova-locandina1miscelati a comicità e suspense, oltre ad aver condotto a livelli eccelsi la loro indiscussa capacità di disegnatori-animatori.

“Up†è narrazione cinematografica in una delle sue migliori espressioni. Né cartone animato, né film per bambini.

E’ un film tout-court che attraverso colori e disegni esplora temi come la perdita e il differimento dei sogni, la solitudine e l’amicizia – anche la più improbabile –, con quel tocco lieve e universale che piace a un pubblico estremamente vasto.

I registi, Pete Docter (”Monsters, Inc.”) e Bob Peterson sorprendono gli appassionati, ancora una volta, superando la qualità e la bellezza dei film Pixar precedenti che – va sottolineato –, sono già uno standard difficile da eguagliare.

L’animazione diventa capolavoro soprattutto per una toccante e delicatissima sequenza all’inizio della proiezione, il passaggio più sublime di “Up”, che delinea con soavità la vita coniugale di Carl con l’amore d’infanzia, Ellie: quattro minuti di silenzio accompagnati dallo scorrere di una squisita serie di scene che catturano i primi magici istanti dell’innamoramento della giovane coppia, il matrimonio, le speranze, i sogni e i dispiaceri, in un avvicendarsi di immagini che ricorda “Luci della città†di Chaplin, in tutta la sua intensità e grazia, o “Quarto potere†di Welles, e che produrranno un nodo in gola difficile da districare.

Ardua impresa trattenere lacrime di commozione, ma per fortuna gli occhiali 3D aiutano gli adulti a nascondere occhi rossi e umidi alla vista di bambini visibilmente perplessi dalla piega presa dalla storia in quel punto. E come in ogni film di successo, dove nessun ingrediente deve mancare, si può contare su tantissimi momenti divertenti e scene d’azione, su un esilarante combattimento con la spada tra i due vecchietti e bizzarri inseguimenti che delizieranno i bambini, anche se punteggiati da momenti di struggente nostalgia.

I disegnatori non deludono, anche perché non hanno mai sacrificato la cura dei personaggi per trucchi animati ammaliatori da grandi incassi al botteghino. Il “galleggiante†cartone animato della Pixar, è così strabiliante - i colori e le immagini sono così vividi - che questo è forse l’unico 3D-movie che può essere visto in 2D senza che la pregnanza espressiva venga perduta.

Ma sarebbe un peccato rinunciare ad apprezzare quella paziente e accurata sovrapposizione di strati su strati di disegni che regala profondità e struttura all’animazione.

Gli artisti della Pixar sono ampiamente noti per essere fan di Hiyao Miyazaki, il visionario giapponese che ha ideato “Laputa: castello nel cielo†(1986) e “Il castello errante di Howl†(2004), ma nessuno, prima d’ora, era arrivato così vicino all’unione perfetta di allegrie visive e atmosfere malinconiche brevettata dal grande regista.
UProvato!

Barbara Cardella

nov

15

La ragazza che giocava con il fuoco - Stieg Larsson

“La ragazza che giocava con il fuocoâ€


Autore: Stieg Larsson.

Genere: thriller, drammatico.


Il ritorno di Lisbeth Salander, l’anticonformista hacker dal passato drammatico, segnato dal dolore e da una tragedia che viene oggi svelata.

Il ritorno di Michael Blomqvist, amante delle donne e della verità, che non accetta compromessi e si batte per un idea del “bene†fragile quanto resistente.

Il ritorno della redazione di Millennium, dove si cerca di fare quello che oggi viene chiamato buon giornalismo e qualche volta, quando è troppo buono per i cattivi in circolazione, allora può anche uccidere.

copj131Ecco gli ingredienti del secondo capitolo, firmato da Stieg Larsson.

Tutti pronti ai nastri di partenza, per leggere un thriller dalle tonalità noir, a tratti sociopatico per la sua irriverenza caratteriale.

In questa realtà, sembra che l’uomo agisca spinto solo da istinti primordiali e che il futuro sia l’accettazione di una dramma che scriviamo, passo dopo passio, ogni giorno.

Lisbeth è cattiva perchè vuole sopravvivere, perchè è sfiduciata.

O è diventata così a causa del suo passato, che l’ha colpita così forte da renderla pronta alle sfide del presente?

Quante persone esistono che, non reagendo, come lei, appassiscono, schiacciate sotto il martello delle ingiustizie?

E’ il terrificante enigma che non prelude ad un lieto fine, perchè sconfiggere il male non è nell’ottica dell’Autore, combatterlo invece si.

Affrontarlo, con le armi della ragionevolezza matematica “azione uguale reazioneâ€, in una narrazione contemporanea, lenta, che si snoda con una sorta di meticolosa calma.

Potremmo paragonare il susseguirsi dei capitoli, sotto forma di giorni, ad una danzatrice del ventre che si spoglia lentamente, rivelando le sue forme.

Il desiderio cresce con con lo scorrere della lettura, fino all’ultimo velo, quando tutto sarà risolto e rivelato: la realtà ci lascerà con l’amaro in bocca o un pugno diritto nello stomaco.

Perchè nelle pagine di Larsson lo scontro decisivo è un grande campo aperto: dove in gioco c’è sempre la sopravvivenza.

Ma è il contorto animo umano, la sua negligente accettazione dell’oscurità interiore che l’Autore coltiva: dove c’è vendetta e rancore proliferano esseri spietati e ancor più convinti che la morale sia una menzogna per la buonanotte.

Per questa ragione, in questo secondo capitolo della Trilogia, la centralità è tutta per Lisbeth. E’ lei, adesso, il vero conduttore della storia, il filo d’Arianna attorno al quale si svolgono trame contemporanee, seppure sganciate l’una dall’altra.

La sua indole diventa geniale e perfida, si scopre fragile, ma viene salvata da un istinto dal suo istinto di sopravvivenza.

Per questo i c.d. “cattivi†nel romanzo di Larsson, sono veramente spietati e posseggono una dimensione proprio del loro essere.

E’ verso questi soggetti, privi di scrupoli, che sfruttano il sesso, usano la violenza e si fanno vanto del ricatto, che l’Autore compie un “j’accuseâ€, rivolto alla società, a questo strano affamato bisonte che stancamente si muove, rumina il suo avido coraggio, fingendo, al solo scopo di dimenticare la paura che annida nelle scelte.

Una realtà fatta di spettri, uomini e donne che camminano accanto, senza ricordare, privi di consistenza, chiusi in una gabbia su misura, chiamata “vitaâ€.

Questo condizionamento rende possibile il male, questa scelta tacita, fatta di compromessi silenziosi lo rende potente e quel che resta è la vita devastata di Lisbeth che ha solo imparato a non aver paura di se stessa.

La ragazza che gioca con il fuoco†è l’eccellente seguito de “Uomini che odiano le donne†e rappresenta il train d’union fra l’universo di Larsson e la verità che accompagna la vita di chiunque: esiste una consapevolezza in tutto ciò che circonda l’agire e questa spinge noi tutti alla disperata ricerca della giustizia.

Marco Solferini

nov

7

Come una tempesta - Patterson - Roughan

“Come una tempestaâ€


Autore: James Patterson; Howard Roughan

Genere: thriller

James Patterson: il ré del thriller.

Con lui, azione e colpi di scena si fondono in mix senza precedenti.

La sua eleganza è una lama affilata, pronta a colpire da un momento all’altro.

copj14Inchiostro elettrico, su carta che scorre come le onde di una tempesta, la stessa che scarica la sua forza e prepotenza sulla Family Dunn, la nave dei protagonisti di questo romanzo.

Così si trasforma la gita di una Famiglia che vuole ritrovarsi, per ricominciare, in un odissea di intrighi e doppie verità.

Lo scenario non è mai consueto, perchè con Patterson tutto cambia, ogni cosa trasmuta e dal prevedibile scaturisce un altra realtà, quella che trascina il lettore attraverso un costante insieme di enigmi, alla velocità della luce.

Capitoli che corrono come fulmini dopo il rombo del tuono: due o tre pagine, al massimo, per scandire il ritmo di una lettura che non lascia molto spazio al respiro.

Personaggi caratterizzati e rapiti dalle emozioni: agiscono in una ragnatela straordinaria che si riassume in una sequenza aperta ad ogni possibile soluzione.

L’intrigo è la tavola degli scacchi da cui prende le mosse l’Autore e le mezze verità sono i pezzi che muovono verso un gran disegno: la cospirazione finalizzata all’omicidio.

Il movente è tutto nella mente dell’assassino, di colui che cerca il delitto perfetto, ma che dovrà confrontarsi con la tenacia e l’ostinazione di una donna e del destino che non è mai così scontato.

La verità è che solo l’ultima pagina potrà mettere la parola fine e permettere al cuore, di ricominciare il suo battito regolare.

“Come una tempesta†è un romanzo da leggere tutto d’un fiato, che lo si faccia su di una spiaggia, sorseggiando un Mojito o alla sera, in compagnia di una tazza di thé caldo, in una notte d’inverno, non ha importanza, quel che è fondamentale è non perdersi quest’avventura.


Marco Solferini

nov

7

Recensione: La battaglia dei tre regni

La battaglia dei tre regni


Pellicola laboriosa, molto sofisticata e cerebrale, l’ultima fatica di John Woo, il regista cinese più famoso ad Hollywood, è la trasposizione cinematografica di un episodio leggendario della storia cinese più antica accaduto alla fine della dinastia Han e considerato all’origine stessa della formazione del Celeste Impero. Un compito non facile per Woo che ha moltiplicato i suoi sforzi per realizzare la sua ambizione più ardita: riuscire nello stesso film a convincere il
la_battaglia_dei_tre_regnipubblico asiatico, che di quella storia conosce ogni dettaglio, e conquistare gli occidentali per i quali la Cina antica resta avvolta in un mistero. E il film è in effetti un superbo debutto al cinema d’autore da parte di un regista più celebre per film d’azione e thriller di successo, da Face/Off (1997) a Mission: Impossible 2 (2000). La “battaglia dei tre regni†(Red Cliff) è una celebrazione della strategia militare più sottile, quando le armi erano frecce, fuoco, lance e spade, nelle avvincenti, sanguinarie e tuttavia poetiche, rappresentazioni delle battaglie terrestri e navali.
Nessun particolare è trascurato, i combattimenti magistralmente orchestrati – con immancabili richiami allo “spaghetti-western†di Sergio Leone –, lasciano supporre il diligente allenamento degli attori ripetuto fino al raggiungimento della perfezione, le scenografie sono ricostruite con estrema meticolosità così come accuratissima è la scelta dei costumi per i quali Woo si è documentato per mesi, il tratteggio e la delineazione dei personaggi variano dalla soavità delicata del rito del tè preparato da Xiao Qiao alla virilità e all’“heroic bloodsheed†dei combattenti, l’utilizzo generoso del ralenti sottolinea il valore e la prodezza dei personaggi e conferisce epicità all’azione, così come grandiose sono le musiche di Taro Iwashiro e i suoni evocativi del koto, uno strumento a corda della famiglia delle cetre, le cui note, al posto delle parole, serviranno ai due protagonisti, in una scena raffinatissima e indimenticabile, per “discutere†l’entrata in guerra di Zhou Yu. I paesaggi acquerellati come in certe stampe antiche orientali, il selezionatissimo cast, tra cui spicca Takeshi Kaneshiro, e lo sterminato numero di comparse, contribuiscono a rendere colossale e imponente un’opera che coniuga al meglio la spettacolarità della narrazione storica con l’estetica efferata e prodigiosa dei precedenti lavori di Woo.
Splendida la panoramica del volo della colomba bianca, simbolo di innocenza e di pace, che accompagna lo spettatore nel sorvolare l’accampamento nemico alla ricerca di un punto debole che serva a sferzare il colpo mortale a Cao Cao. E non ci sono vincitori, il leitmotiv del film aleggia costantemente in ogni scena, il regista non indugia mai nel compiacimento per la sconfitta dell’avversario: la guerra è un male necessario e doloroso che ha come unico obiettivo la perpetuazione della pace.
Liberamente tratto dal classico della letteratura cinese “ The Records of Three Kingdoms†di Chen Shou (III sec. d.C.), “La battaglia dei tre regni†è il più costoso film asiatico mai realizzato (80 milioni di dollari).
… Visualizza altro
“Veloce come il vento, spietato come il fuoco
generoso come la foresta, forte come la montagnaâ€
(Xiao Qiao durante la preparazione di Zhou Yu)

Dott.ssa Barbara Cardella

ott

27

Recensione: “Bastardi senza gloria”

“Bastardi senza gloria”



inglourious_basterds-nuovo-poster-1Inglourious basterds (Bastardi senza gloria), dal titolo originale intenzionalmente sgrammaticato per esigenze di copyright, è un magnifico esempio di come un regista straordinariamente dotato possa permettersi di mescolare i più azzardati ingredienti e cucinare una vera leccornia da offrire al pubblico. Latte, strudel, whisky e vino rosso sono serviti ai quattro differenti deschi, trait d’union dei capitoli del film, attorno ai quali sono state girate le scene clue del film, e gli attori, magistralmente diretti , deliziano l’attentissima platea con dialoghi curatissimi e memorabili.

Un Tarantino monstre al quale non può essere più negato, quasi fosse sotto eterno esame, di essere un grande regista, forse il migliore tra i contemporanei, certamente il più innovativo e talentuoso. Le inquadrature delimitate con precisione e la cui apparente naturalezza è invece frutto di movimenti di macchina molto complessi, l’iperrealismo pulp sempre crudo ma più marginale, le azzeccate caratterizzazioni dei personaggi in chiave caricaturale, la meticolosa cura del dettaglio, i continui cambi di registro che tendono il plot in virtuosismi impossibili, dimostrano una volta per tutte che della pasta cinematografica l’ex noleggiatore di videocassette può e sa farne ciò che vuole, e con risultati spettacolari. Molto espressiva la sequenza della preparazione della Dark Lady Emanuelle che si accinge a gustare la sua vendetta “senza gloria†degna di un film Noir d’altri tempi.

Una menzione particolare meritano la colonna sonora, in cui spiccano le musiche di Ennio Morricone, e il finora poco noto (almeno in Italia) Christoph Waltz, con la sua indimenticabile interpretazione di “The Jew Hunterâ€, il cacciatore di ebrei. … Plures Legere
And I am a hard audience to please…

Dott.ssa Barbara Cardella


ott

27

LA SPOSA BAMBINA - PADMA VISWANATHAN

cover-la-sposa-bambinaTITOLO        LA SPOSA BAMBINA

GENERE       NARRATIVA STRANIERA

AUTORE       PADMA VISWANATHAN

EDITORE     GARZANTI LIBRI


LA SPOSA BAMBINA

Questo romanzo è ambientato nel villaggio di Cholapatti, in India, dove la piccola Sivakami va ad abitare a soli tredici anni a seguito del matrimonio, combinato dai suoi genitori, secondo l’usanza dell’epoca, con l’anziano guaritore ed esperto di oroscopi Hanumarathnam.

Siamo nel 1896. Tutto è pronto per la prima notte di nozze della piccola, che ha lasciato fuori da quella porta i suoi giochi, i sogni, le fantasie tipiche di una bambina della sua età. Ora siede sul letto con lo sguardo pieno di paura e sta tremando sotto il sari e i gioielli. Ma i suoi genitori hanno deciso così e lei sa perfettamente che non potrà fare niente per impedirlo.

Da questo momento in poi nessuno si occuperà più di lei, ma dovrà essere lei a prendersi cura                                                                                               degli altri, prima come moglie, pronta a compiacere ogni desiderio del marito, poi come madre della enigmatica Thangam e del ribelle Vairum.

Ma la forza che Sivakami ha scoperto  in sé nei primi anni di matrimonio forse non è abbastanza per affrontare quello che gli oroscopi   avevano ripetutamente previsto: la morte di Hanumarathnam. La ragazza scopre ora che la condizione di vedova è la peggiore  per la casta brahmanica di cui fa parte e della quale deve accettare le rigide regole che il suo stato le impone: tenere i capelli tagliati a zero, indossare il sari bianco, non uscire di casa, non avere alcun rapporto con il sesso maschile e non toccare nessuno dall’alba al tramonto, neppure i sui figli.

In seguito alla morte di suo marito, si trasferisce dai suoi fratelli  così come appare più consono: una vedova è una preda facile. Ma poi, per amore dei sui figli, decide di tornare al villaggio di suo marito, nella casa in cui, nonostante tutto, è stata felice con lui, per permettere loro di studiare ed avere una vita migliore. Anche se in questa condizione pare impossibile raggiungere la meta che si è prefissa, con caparbietà ed amore lei ci riesce, pur dovendo fronteggiare i conflitti inconciliabili della tradizione e la modernità che incalza giorno dopo giorno.

Questa decisione drastica, influenzerà il destino di tutti loro in modo sorprendente ed inaspettato.

“ La sposa bambina si svolge sullo sfondo dei sessant’anni più importanti e determinanti di tutta la storia dell’India, raccontando la storia di tradizione e di ribellione, di speranza e di forza, di amore e di sofferenza, conducendo il lettore all’interno dei costumi di una famiglia brahmanica, ma anche evocando le tensioni universali comuni a tutte le differenze generazionali †.


Franca Chicca

ott

25

Recensione: “Basta che funzioni”

basta-che-funzioni1“Basta che funzioni

…non è che funzioni molto! L’Allen di un tempo deve essersi perso da qualche parte in Europa. Ci sono, è vero, parecchie battute e dialoghi in grado di lasciare il segno e che, in alcuni divertentissimi momenti, si susseguono così vorticosamente che non si fa in tempo a tenerli tutti a mente. Molto interessante il monologo iniziale. Il film tuttavia manca di ritmo e a tratti il filo narrativo si allenta e perde naturalezza e sincerità per fare spazio ad alcune deviazioni un po’ troppo artificiose del regista che sembra voler convincere lo spettatore ad assolvere dinamiche sentimentali sicuramente fuori dal comune e che non possono non ricordare le sue vicende personali. Il messaggio del film è però positivo: l’amore è per sempre ma non necessariamente il primo. Voto 6


Dott.ssa Barbara Cardella

ott

24

L’eleganza del riccio (Muriel Barbery)

eleganza-riccio-coverL’eleganza del riccio



Titolo:  L’eleganza del riccio

Autore:  Muriel Barbery

Genere:  Letteratura internazionale
Editore:  E/O

“ Il riccio è un animale molto carino e il suo musetto ci ispira grande simpatia, ma ha gli aculei che ci consigliano di stare a distanza: tu lo osservi, lui ti osserva, ma da lontanoâ€.
Renée è una portinaia che lavora in un palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia. Agli occhi degli altri appare grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente: niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all’insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta che adora l’arte, la filosofia , la musica e la cultura giapponese: una vera intellettuale. Conosce Marx, Proust, Kant e si fa beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni, mostrandosi ciò che non è.
Nel palazzo vive Paloma, figlia di un ministro, dodicenne geniale e brillante, che ha capito troppo presto il senso dell’esistenza : è stanca di vivere,  tanto che  progetta di farla finita il giorno del suo tredicesimo compleanno. Anche lei si nasconde come Renée, fingendo di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre.
Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l’uno dell’impostura dell’altro, si incontreranno solo grazie all’arrivo nel palazzo di monsieur Kakuro Ozu, un giapponese ricco ma attento alle persone che gli stanno accanto, l’unico a comprendere l’eleganza del riccio. E così, grazie a lui, le due narrazioni si avvicinano e le due donne scoprono le loro affinità elettive.
“ Libro davvero molto bello. Le storie parallele dei due personaggi femminili, così lontani e così vicini tra loro, caratterizzano quest’opera, rendendola appassionante e coinvolgente. Interessanti  e stimolanti anche i continui riferimenti culturali alla filosofia, alla musica e al cinemaâ€.

Franca Chicca

ott

22

Wagner a Neuschwanstein

NEUSCHWANSTEIN: TRA MUSICA E FOLLIA

Eretto su una roccia, sopra la gola di Pollat, dal 1869 il Castello Neuschwanstein domina e controlla tutto ciò che è intorno, sospeso e sorretto dalle nuvole che ne incrichard_wagner_by_caesar_willich_ca_1862orniciano la figura così da farlo apparire solo come una visione.

È qui che il re di Baviera Ludwig II creò il suo rifugio, lontano dai pettegolezzi di corte e da quel mondo che tanto disprezzava.

Neuschwanstein fu il primo castello che il Re fece edificare.

Il sovrano curò personalmente la scelta del luogo dove erigere la costruzione del castello, alla ricerca di un angolo nel quale ogni stagione evidenziasse la bellezza della fortezza e, il frequente fenomeno delle nuvole basse potesse ricreare un’atmosfera fiabesca ed impalpabile.

Ludwig concepì Neuschwanstein come un paradiso ultraterreno dove far rivivere i suoi sogni e rifugiarsi da una realtà che lo avrebbe voluto partecipe degli eventi politici del Paese.

Progettato dallo scenografo Cristian Jank, lo fece costruire nello stile dei castelli cavallereschi medievali, forte della sua ossessione di usare l’architettura come una scenografia di quelle saghe nordiche che lo appassionavano e che, il suo amico Richard Wagner, trasponeva superbamente in musica.

Una forte ammirazione legava il sovrano al musicista delle saghe nordiche e, infatti, quando nel 1864 Maximilian II re di Baviera si spense, lasciando in eredità al figlio Ludwig II la corona, questo dichiarò che l’unico provvedimento urgente da prendere era quello di condurre Richard Wagner a Monaco.

Il “Divino mio unico Tuttoâ€, così era solito riferirsi al compositore, fu spesso ospite a Neuneuschwanstein_castleschwanstein e fu proprio il sovrano a garantirgli la serenità necessaria per comporre, data la pensione di ben 8000 fiorini che gli corrispondeva, fino a quando però fu costretto ad allontanarlo a causa delle lagnanze del Governo: Wagner era troppo costoso per le casse dello Stato.

Seppur lontano, Ludwig poteva continuare a rivivere le meraviglie del genio wagneriano solo passeggiando tra le stanze del suo incantevole castello.

Gli interni sono infatti sfarzosi omaggi alle opere ed al mondo ideale di Richard Wagner, dalla Sala dei Cantori ornata da raffigurazioni del Parsifal, alla stanza da letto dove primeggiano le scene del Tristano e Isotta.

Ed è tra queste mura, anche se solo per pochi mesi, che il sovrano alimentò il suo amore per la solitudine e nutrì gli stessi ideali che ispirarono il compositore di Lipsia: la libera individualità contrapposta alla società ed alle leggi del “dover essereâ€, l’umanità lancianormal_fairytalefantasyneuschwansteincastlebavariagermanyta in una sfida di morte, il mito inteso non più come chiave per interpretare la realtà, bensì come mondo fuori dal tempo e dalla volontà in cui per agire è necessario essere sapienti, puri e soprattutto folli, quella follia che porterà, così come Sigfrido, anche Ludwig alla morte.

Il cadavere del Re verrà trovato nelle acque del lago di Stanberg, forse tradito, come Sigfrido da Brunilde, dai suoi stessi ministri che lo credevano pazzo.

O forse che l’imperatrice Elisabetta di Baviera aveva ragione nel considerarlo non un folle, ma solo eccentrico amante dei sogni e dell’ideale romantico, di quello Sturm und Drang tanto caro ai tedeschi che è stato capace di consumare l’ultimo vero sovrano di Baviera, il Re che da Neuschwanstein poteva, con un solo sguardo dominare, illudendosi, l’indominabile: la Natura.


Avv. Elisa Lucarelli

ott

22

Recensione: Baarìa

locandina_del_film_baaria_la_porta_del_vento-01Baarìa


l’oscar probabilmente lo vincerà… In realtà il film è spesso eccessivo, un po’ barocco e sovraccarico nel tentativo del regista di affrescare il più possibile senza mai andare in profondità, con risulati spesso vicini al grottesco. Troppe e ripetute caricature (Lo Cascio, Placido con la sua acqua e Fiorello) e scene da spot pubblicitario. Belle le musiche e la fotografia anche se un po’ troppo calda.. Nel complesso è un film da vedere perché è curato e riporta magicamente indietro in un tempo e un luogo finora solo immaginati.

Dott.ssa Barbara Cardella

ott

21

Diario di scuola (Daniel Pennac)

“Diario di scuolaâ€


Genere: Narrativa.

Autore: Daniel Pennac.


Scrittore mitico.

Entrato nel Pantheon degli dei della letteratura contemporanea.

Pennac, ritorna sui banchi della scuola e narra di questo mondo da tutti così conosciuto e nel contempo ignoto. Mette a nudo le sue incongruenze: la vacuità delle aspettative, che si sciupano come i granelli di sabbia stretti nel pugno, il falso conformismo e perfino la ragione, che cede il passo alla illogicità.

E non manca lo spazio per un omaggio, una considerazione quasi estemporanea a quel tanto di pazzia irriverente che permette alle persone di crescere, come se fossero libere.

Immaginiamoci che esista una scuola dove gli individui non sono obbligati a capire e possano perfino avere qualche idea, magari originale.

diario_di_scuola

Ecco allora che Pennac diventa geometra e architetto di una scuola che, se presa in giro, nelle sue lacune, non è mai scartata o denigrata, anzi, per molti versi le osservazioni costrittive sono un modo per andare oltre la scuola, ma senza mai prescindere dal suo ruolo nella crescita di ogni individuo.

L’Autore usa l’intelligenza più sublime per trovare parole che sono note di stile ed è il genio del violino quando suona nelle frasi, che fuoriescono perfette.

Le sue riflessioni sono di una bellezza greca, fra il mito e la virtude. Possiedono quello spessore che può essere paragonato solo al primo bacio in quanto ad intensità.

Le aspettative, cosa sono se non i fantasmi dell’epoca moderna, del consumismo che centralizza la persona, imprigionandola, fra le mura invisibili delle città, denudandola della Fantasia. Arrivando addirittura a mettere paura all’uomo, per ogni suo tallone d’Achille, facendogli dimenticare quanto importante sia “vivereâ€.

Perché esiste un esperienza che può essere ereditata solo dalla vita stessa.

E allora rieccoli: i geometrici banchi della scuola, maestra di scienza, matematica, storia, ma non delle arti che furono liberali.

Qui, lo scrittore risalta l’arroganza del sapere ,quando esso si mischia alla superbia della rettitudine, all’eccesso della sapienza che, oltre la saggezza, addormenta i sogni e genera incubi.

L’umiltà della debolezza, la poesia delle cose semplici e l’efficacia di un senso comune che spinge ben oltre le Colonne d’Ercole, queste sono le grandi aspettative che il Sapere dovrebbe coltivare nel fanciullo.

Scorrendo queste pagine meravigliose troviamo pensieri che sono come le grandi canzoni, quelle che riescono ad aprire una finestra nel tempo e fanno sì che le emozioni diventino immortali.

E c’è l’abilità di uno scrittore che pone interrogativi dal sapore pleonastico laddove ci fanno partecipi dell’utopica ricerca di significati, quando il concetto di “esistenza†è in realtà molto più grande dell’uomo.

C’è anche un sentimento di compiutezza, un tacito assenso alla Natura dell’Evoluzione; noi, che dobbiamo riconoscere un limite nella conoscenza che è la capacità di vivere per ciò che siamo, liberandoci da quelle insulse regole che vorrebbero vederci sopravvissuti invece che uomini liberi.

Il grande scrittore cita la legge del cuore, del mito, di quel che resta dopo che il tempo è trascorso: ineffabile baluardo di ogni lotta, ultimo avversario della grande guerra che termina con la morte del corpo.

Pennac da una pagella alla distrazione dei singoli burattinaia che gestiscono la scuola come se fosse il loro Feudo e che è figlia della stupidità; apostrofa l’ignoranza dei dogmi quando non ammettono il verbo. E lo fa con spirito ironico, perché l’ineluttabilità del fato non può essere ingannata dal debole potere di convinzioni artificiose, fatte per mescolare le carte al destino.

Ci sono dei limiti, che possono e devono essere compresi, in mancanza: più le cose cambiano e più restano le stesse.

Diciamo grazie a Pennac, al suo genio e all’intuito coraggioso di questo Artista della letteratura.

“Diario di scuola†è un testo epico, da leggere ogni volta che le difficoltà sembrano impossibili da affrontare perché fornisce risposte nascoste in noi stessi. Libera l’animo e sorride alla verità, quella per cui vale la pena annotare certe frasi nel diario dell’adolescenza. E’ la prima e l’ultima lezione della vita.

Marco Solferini

ott

20

La solitudine dei numeri primi(Paolo Giordano)

“La solitudine dei numeri primiâ€


lasolitudinedeinumeriprimiGenere: Letteratura Italiana, sentimentale, drammatico, esistenziale.

Autore: Paolo Giordano

La crudeltà epica della coscienza.

Il racconto di eventi che, nella semplicità sterile di un fatto, fotografano l’istantanea di un età.

Puntellano la crescita, scrivono un tratto di DNA della personalità.

La sensibilità matematica di due anime: gemelle nella difficoltà di una esistenza, che rasenta i limiti della sopravvivenza.

L’attrazione delle similitudini, l’irriverenza del fato.

L’Autore, Giordano, scrive con maestra scienza la formula dell’esistenza: il senso comune di una rappresentazione enigmatica, ma straordinariamente vera.

Perché sappiamo che ci sono episodi della vita che sono come un pugno nello stomaco. E l’Autore ce li riporta per quello che sono, senza metafore.

Per questa ragione, nel romanzo, c’è un po’ di ognuno e per ciascuno, qualche grammo di un tempo passato, tanto in Alice, quanto in Mattia.

Tuttavia, è il minimo comune denominatore dell’originalità che va oltre persino all’inevitabilità delle similitudini: essi non possono e non sono mai uguali

Mattia e Alice non sono e non potrebbero mai essere come chiunque altro legga a loro storia.

E’ la distanza che avvicina: l’essenza di un abbandono che sembra il preludio ad un nuovo ritorno.

Il lettore non solo è affascinato da una scrittura potente, costante, elaborata secondo la regola dell’arte, ma altresì condotto per strade maestre e cunicoli nascosti della mente, che dominano il comportamento, seppure attraverso i dubbi dell’adolescenza.

Questo romanzo parla, con la voce dell’Io, di solitudine, ma anche di comprensione, atteggiamenti e di una vita che trascorre o, se vogliamo, secondo Eraclito, scorre.

L’apprendimento che se ne può trarre è un insegnamento sapiente: attraverso il fardello della consapevolezza nelle proprie responsabilità noi cresciamo simili ad una metafora inspiegabile, priva di sostanza e soltanto quando accettiamo quel che siamo, trasmutiamo in ciò che potremmo essere.

Coloro che hanno la fortuna di leggerlo ne rimangono impregnati, come se l’inchiostro diventasse il proprio sangue, e questo perché ci sono capitoli che non vanno via, che si attaccano addosso e ritornano, nella riflessione episodica.

E’ un opera d’arte letteraria. Scandita con realismo, sapienza anestetica e capacità di sintesi essenziale.

Dopo la lettura possiamo affermare: “noi siamo e potremmo essereâ€, coltivando l’intimo timore della debolezza e partorendo azioni che sono molto più figlie della paura piuttosto che della ragione. Eppure siamo i Figli della scienza illuminata.

L’Autore non è stato soltanto bravo dal punto di vista letterario, ma superbo per la testimonianza umana del suo scritto. Uno straordinario talento giovane che onora l’Italia di quanti scrivono con la mente e con il cuore, leggendo per passione e conoscenza personale.

“La solitudine dei numeri primi†è un romanzo d’eccellenza, da leggere, custodire, prestare e di cui discutere, con gli amici e conoscenti di sempre. E’ un omaggio all’intelligenza narrativa.

Marco Solferini

ott

19

Luci nel carnevale romano

LUCI NEL CARNEVALE ROMANO


“Il Carnevale a Roma non è una festa data al popolo, ma una festa che il popolo dà a se stesso. Il governo non fa né preparativi né spese.

Non illuminazioni, non 9876027-38287595-53089993-21389206fuochi artificiali, non processioni splendide, ma un semplice segnale che autorizza ciascuno ad essere pazzo e stravagante quanto gli pare e piace, ed annunzia che, salvo le bastonate, e le coltellate, tutto è permessoâ€.

Così scriveva Goethe nel 1788 per descrivere la meraviglia che Roma, tra i suoi tanti vicoli, offriva ai turisti nel periodo del Carnevale, un insieme di colori, luci, grida e risate.

Non il composto ed altero scenario delle calle veneziane, ma folla impazzita, cavalli in corsa e maschere stravaganti.

Il Carnevale romano, a partire dall’anno Mille divenne uno degli appuntamenti più desiderati.

Si attendeva l’editto papale e, solo allora, poteva avere inizio la grande festa.

Palcoscenico favorito, Piazza Navona con le corride e tornei cavallereschi, pparata20carnevale20romanooi si aggiunse il Monte Testaccio, allora quasi ai confini della città in direzione sud, dove i divertimenti erano più plebei e ridanciani.

Ospiti d’eccezione Rugantino, Meo Patacca e Pasquino, maschere ispirate al tipico popolano romano, spaccone ed arrogante, timorato di Dio ma non del papa che viveva sempre sul filo del processo e del rogo.

La Corsa dei Berberi era la manifestazione più attesa.

Cavalli lanciati senza fantino in mezzo alla folla, partivano da Piazza del Popolo, percorrevano il Corso per arrivare a tagliare il traguardoil_carnevale_large in Piazza Venezia tra l’eccitazione degli spettatori.

La manifestazione invece più suggestiva, era senza dubbio la Festa dei Moccoletti, nell’ultimo giorno del Carnevale. I romani uscivano di casa con una candela od una lanterna in mano, tante piccole luci si muovevano inondando le strade della città. T

ra la folla, ognuno doveva cercare di spegnere la candela alla persona di sesso opposto, chi aveva il moccoletto spento doveva togliersi la maschera, e così a poco a poco moriva il Carnevale ed i romani tornavano ad essere i cittadini di sempre.

Così Gioacchino Belli nel 1847 “…finarmente è spicciato carnovale, corze, balli, commedie ogni ariduno, so tornate le cennere e er digiuno. Er carnovale è morto e seppellito: li moccoli hanno chiuso la funzione, nun ze ne parla più, tutto è finito …â€.

Elisa Lucarelli

ott

19

UNA PREGHIERA ESAUDITA ( DANIELLE STEEL )

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UNA PREGHIERA ESAUDITA


TITOLO            UNA PREGHIERA ESAUDITA

AUTORE           DANIELLE STEEL

EDITORE          SPERLING &  KUPFER

GENERE            NARRATIVA STRANIERA


Faith, il cui nome vuol dire “fedeâ€, è una donna profondamente religiosa che si rivolge spesso a Dio affinchè le doni la forza di affrontare la sua vita difficile.

Pur avendo sposato un importante banchiere di New York che le consente un tenore di vita agiata, ha un marito che è abituato a guardare dall’alto in basso chiunque, compresa sua moglie.

Le loro due figlie, ormai grandi, sono andate a vivere in altre città e questo rende Faith ancora più infelice e sola.

Fortunatamente, a distanza di anni, incontra nuovamente un suo caro amico d’infanzia, Brad, con il quale si può confidare per telefono o scrivendogli lunghe email. Gli confessa così  che suo marito Alex la fa soffrire, che le nega la possibilità di trovarsi un lavoro e la deride davanti a tutti per il suo desiderio di riprendere gli studi interrotti e di tornare all’università. Al contrario, Brad la incita a non mollare e, in occasione di una sua visita a New York, le porta un  regalo prezioso per dimostrarle il suo affetto e la sua stima.

A questo punto, Faith decide di confidare a Brad che suo marito la tradisce ormai da anni e che lei ha sempre rifiutato l’idea di sciogliere il matrimonio che ritiene un vincolo sacro…

Ma cosa farà adesso di fronte alla sua umiliante condizione coniugale?

Scopriamolo leggendo questo appassionante romanzo di Danielle Steel che ci insegna a confidare sempre nella vita e nell’amore, perché solo così le nostre preghiere, anche quelle più segrete,  possono essere esaudite.

Franca Chicca

set

26

Papi ( Gomez - Travaglio )


Autore: Peter Gomez; Marco Travaglio

Genere: attualità

papi_big2150_img“Papi†è l’ultimo testo di una linea editoriale proposta dalla casa editrice Chiare Lettere.

Il contenuto, esattamente come i predecessori della serie, è di stretta attualità e segue una narrazione dai toni, evidentemente, giornalistici-espositivi.

In effetti, data la natura delle informazioni riportate, gli Autori dovranno poter affermare, in replica a quanti potrebbero criticarle che: “si sono limitati a riportare fatti già notiâ€. Almeno, fino ad oggi, questa è stata la condotta difensiva adottata, con riferimento ai precedenti verificatisi.

Pertanto, sarebbe quantomeno superfluo, allo stato attuale, commentare i fatti proposti nel testo.
Va tuttavia sottolineato che, a discapito del titolo che lascerebbe intendere al lettore la presenza di un indagine sull’episodio di più recente cronaca rosa, il testo si presenta a partire dalla metà degli anni 80.

E’ bene aggiungere anche che, gran parte di quello che c’è scritto potrebbe interessare al limite i lettori dei giornali di gossip, ma non rappresenta un metro valutativo né dell’imprenditore né del politico, del resto gli stessi Autori non accostano mai ,palesemente, le vicende, ad una valutazione etica della persona

Infine, si può perlomeno pensare ad un celebre frase del noto personaggio televisivo Funari relativa alla televisione c.d. pubblica: “mamma Rai è una gran*****, perché ad ogni elezioni cambia marito..â€

Infatti, gli Autori non scoprono niente di nuovo di quanto già non si sapesse ed anzi, di scandali al sole per quanto riguarda le carriere televisive del gentil sesso ce ne sono di molto più interessanti. Per esempio, un po’ di tempo fa scoppiò il teorema degli yacht fra Dubai e dintorni (e in un colpo solo spuntarono una lista di cognomi davvero molto nutrita), ma fu messo tutto a tecere, guarda caso, forse perché a giudicare delle signorine ospitate si sarebbero rotti i cocci bi- o forse tri-partisan, anzi, direi a tutto tondo.

Posto pertanto che le notizie sono a senso unico, in questo testo, riveste maggiore attenzione soffermarci sullo svolgimento, in sé, delle medesime.
Orbene, premessa l’evidenza del contenuto politico, il metodo seguito dagli Autori, è in buona sostanza quello di riassumere, nella vesta romanza, ma senza romanzare, fatti noti.
In buona sostanza è un opera di collage giornalistico che riprende, da fonti terze, argomenti di strettissima attualità.
La rilevanza, dal punto di vista sociopolitico ha creato due fronti, quello del “si†e quello del “noâ€.
Di fatto la curiosità, sembra il filo conduttore dei capitoli che si snodano sinuosi, quasi ruffiani, per un lettore certamente da gossip.
La scomodità dei fatti narrati, è frutto dell’illazione, subliminale, che accompagna come un Virgilio, il lettore, pagina dopo pagina.
In effetti, ciò che viene trasmesso, è una sorta di morale nazional cittadina, un sentimento critico e sospettoso, che sembra insinuarsi, con sibillina quanto camaleontica veste, nell’ambito del vasto arcipelago del c.d. scandalo.
La ricerca del quale, sembra ossessiva e tralascia che, in realtà, i fatti di cui trattasi sono tutt’altro che atipici, anzi statisticamente parlando, dall’epoca del senato romano ad oggi, hanno riguardato la più gran parte dei personaggi noti, della politica, non solo Italiana, ma anche straniera e contemporanea.
Del resto, il potere, suscita un attrazione e l’amministrazione del medesimo, certamente ne riesce a captare alcuni aspetti che trovano poi sfogo in una realtà dove valori e ideali, sono sempre più contorti.
Questo filone narrativo, ha già visto illustri antecedenti proprio da parte della casa editrice Chiare Lettere, che, recentemente, hanno affrontato argomenti quali le “Raccomandazioni†e la Massoneria, sotto la denominazione di Baronato.

Anche in questi casi, non si visto niente di nuovo sotto il sole e la sensazione è che, a beneficiarne, siano più che altro le entrate dovute alle vendite o lo scalpore pubblicitario, ma certamente non la verità.
Infatti, il grave limite annida a livello concettuale, laddove lo scrivente il romanzo, fa si che il lettore presupponga chissà quali rivelazioni, mentre, in definitiva, lo lascia più che altro lavorare di fantasia, o meglio, ne alimenta quella parte irrazionale che passa sotto il comune denominatore della presupposizione.
La nostra società, ha bisogno di ridurre sensibilmente le leggende metropolitane e per farlo, nella tempesta del malvezzo all’Italiana, certo assai presente in molteplici ambiti, necessita di aggrapparsi al salvagente del realismo.

Quest’ultimo, ci spinge a partire da una frase, assai celebre, oseri dire, biblica: “chi è senza peccato, scagli la prima pietraâ€.
Ebbene, viene da pensare che siamo un Paese di santi, perchè di pietrate ne volano, e parecchie!
Tuttavia, noi sappiamo, perchè abbiamo una coscienza del nostro Io, che i sette peccati capitali, appartengono a tutti. Ne siamo portatori. Io stesso, che scrivo queste righe, non posso e non oserei definirmi né buonissimo né cattivissimo, come credo accada per chiunque mi legga.

Semmai abbiamo, noi tutti, molto da migliorare nei rapporti umani e magari potremmo arrivare ad un lascito di insegnamento che mantenga inalterato il decoro e la dignità della persona, intesa come centro di interessi, ma essere troppo giudicati, onestamente credo sia la strada per un totalitarimo, mascherato da un paternalismo indagatore.
Che cosa ci piace di noi stessi? E che cosa ci spaventa? Sicuramente possiamo autogestirci nel vasto Pantheon della tendenza, razionale, a migliorare, specie se in condizioni di “tentazioneâ€, ma questo, in definitiva, ci rende molto e semplicemente, umani.

Che interesse abbiamo, in concreto, a conoscere delle altrui attivittà sessuali o della sfera di attenzioni che riserva al prossimo? Ciascuno darà una risposta, a questo interrogativo, ma sarà sempre e soltanto la propria.
Nessun testo o libro potrà mai davvero convincerci su un argomento che è personalissimo perchè, si tratta di dare un giudizio, molto sensibile alle proprie debolezze.
Probabilmente una parte dell’opinione pubblica sente il bisogno di confrontarsi con questi fatti, ma è anche certo che i medesimi lettori, potrebbero sviluppare una tendenza al timore riverenziale nei confronti di una società troppo pubblicizzata, nel rendere note le vicende personali o, se vogliamo, il “gossip†dei personaggi noti.

Quand’è che sarà il nostro turno? Quando verremo additati come lascivi o perversi o peggio ancora? Quando entreremo a far parte della sfera dei colpevoli, ammesso che non lo siamo forse tutti?
Perchè il passo è bre e la storia insegna che ogni caccia alle streghe nasce dall’egoismo, falsità e meschina debolezza dell’incomprensione.

Che cos’è che rende un individuo un moralista? Ne esistono per certo, ma ci sono coloro che seguono una vocazione e chi invece, dopo avere tentato tutti gli escamotage, avendo trovato le porte sempre chiuse, decide di ripare dietro l’alea, o se vogliamo oltre l’apparenza della disfatta personale.
Per questa ragione si autoproclama un idealista.
In sintesi: chi non è riuscito a tagliare il traguardo, non si assume la responsabilità e preferisce sparlare o colpevolizzare quanti ce l’hanno fatta. “Non è colpa mia: è che purtroppo non avevo le spalle coperteâ€. Quante volte dobbiamo ascoltare questo ritornello?

Queste stesse persone hanno un affidabilità limitata nel commentare i fatti dell’attualità.. se mentono a se stessi, come possono inseguire una verità sociologica e civica?

E’ chiaro che “Papi†si inserisce nell’ambito di un agorà cittadina mediatica, che giudica senza appello i fatti, perchè sente la necessità di autoeleggersi a giudice e giuria. Il che potrebbe allontanare quello stesso sentimento di coesione popolare che la lettura populista notoriamente alimenta.

E’ giusto difendere, sempre e comunque, la libertà di espressione e conseguentemente della stampa, ma altresì occorre tutelare le tendenze della cronaca, specie in ragione degli strumenti comunicativi che, potrebbero nascondere una microfrattura dei diritti inviolabili della persona, inizialmente impercettibile, ma successivamente letale.

Torniamo quindi al concetto di potere.

Molti lo desidarno e nel contempo lo temono. Ma è l’utilizzo che alcuni ne fanno a poter spaventare e la debolezza congestionante che l’animo umano non è in grado di somatizzare. La distorsione, in realtà appartiene, al singolo che la veicola attraverso la collettività.
La stessa che non si fa problemi, indivuato e convinta del merito di un salvatore a eleggerlo, sostenerlo e a “tifare†per quest’ultimo. Poi che lo si chiami Presidente, Rè o altro è solo un dato storico ed esistenziale.
Per questo, occorre cercare di essere, sempre, ragionevoli.
“Papi†è un testo da leggere mantenendo saldamente i piedi per terra, riflettendo e cercando di evitare pregiudizi.

Dott. Marco Solferini

ago

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